✕

In Polonia e Ungheria l'accoglienza è sovranista: benvenuti profughi. Ma non tutti

2022. Il governo assicura che la Polonia sarà una seconda casa per tutti i profughi ucraini. Accanto, donne e bambini in attesa di un autobus a Medyka. Getty images  
I due Stati hanno aperto le porte agli ucraini ma la solidarietà è solo per chi scappa dalle bombe di Putin. Per gli altri, confini chiusi. E chi li aiuta viene criminalizzato
3 minuti di lettura

Un intero Paese sta lasciando il proprio Paese: secondo l'Unhcr, agenzia Onu per i rifugiati, l'esodo ucraino è il più repentino che l'Europa ricordi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nei primi quindici giorni di guerra sono stati due milioni gli ucraini - o meglio le ucraine e i loro bambini, visto che dai 18 ai 60 anni gli uomini non possono espatriare - a riversarsi oltreconfine, soprattutto in Polonia e Ungheria, mentre l'Unione europea parla di tre milioni di persone in fuga.


Qualunque sia il numero esatto, l'accoglienza in Europa è stata quasi sempre all'altezza: in particolare in Polonia e Ungheria. Lo Stato, le associazioni e la gente comune hanno fatto a gara nell'offrire conforto alla moltitudine in fuga. Vecchio amico dei migranti, il premier ungherese Viktor Orbán: nel 2018 fa approvare una legge che persegue chiunque dia assistenza ai richiedenti asilo, nel 2022 assicura che "tutti i profughi riceveran…

Un intero Paese sta lasciando il proprio Paese: secondo l'Unhcr, agenzia Onu per i rifugiati, l'esodo ucraino è il più repentino che l'Europa ricordi dalla fine della Seconda guerra mondiale. Nei primi quindici giorni di guerra sono stati due milioni gli ucraini - o meglio le ucraine e i loro bambini, visto che dai 18 ai 60 anni gli uomini non possono espatriare - a riversarsi oltreconfine, soprattutto in Polonia e Ungheria, mentre l'Unione europea parla di tre milioni di persone in fuga.


Qualunque sia il numero esatto, l'accoglienza in Europa è stata quasi sempre all'altezza: in particolare in Polonia e Ungheria. Lo Stato, le associazioni e la gente comune hanno fatto a gara nell'offrire conforto alla moltitudine in fuga. Vecchio amico dei migranti, il premier ungherese Viktor Orbán: nel 2018 fa approvare una legge che persegue chiunque dia assistenza ai richiedenti asilo, nel 2022 assicura che "tutti i profughi riceveranno assistenza". Sempre pronto a dare una mano, il ministro degli Interni polacco Mariusz Kaminski: il 27 settembre definisce "terroristi, drogati e pervertiti zoofili" gli sparuti afghani, siriani e iracheni che tentano di entrare in Polonia dalla Bielorussia, esattamente cinque mesi dopo assicura che "la Polonia sarà una seconda casa per tutti i profughi ucraini". In Rete c'è chi propone Vladimir Putin al Nobel per la Medicina per avere eliminato il Covid dalla nostra dieta mediatica. Forse bisognerebbe dargli anche il Nobel della Pace per avere convertito i sovranisti d'Europa alla solidarietà.


Scelta obbligata

Márta Pardavi, co-presidente del Comitato Helsinki ungherese, non ha mai smesso di battersi per il diritto d'asilo dei profughi di guerra: "Sono felice di questa svolta ma il nostro governo non poteva agire diversamente" ci dice dal suo ufficio nel centro di Budapest. "L'aggressione russa all'Ucraina risveglia memorie storiche profonde, e poi i primi ad attraversare il confine sono stati i nostri connazionali della minoranza ungherese: nessuno avrebbe potuto respingerli".

Anna Alboth è tra le fondatrici dell'ong polacca Grupa Granica, che dalla scorsa estate prova ad assistere i migranti abbandonati nei boschi di confine tra Polonia e Bielorussia: "Da una settimana siamo attivi anche sulla frontiera ucraina, ed è incredibile sentirsi apprezzati e incoraggiati dopo mesi di criminalizzazione perché aiutiamo profughi che nessuno vuole considerare come tali". Le bombe di Putin hanno riabilitato la solidarietà. Ma il 27 febbraio la Difesa territoriale polacca ha chiarito senza troppi giri di parole che anche nell'emergenza si continuerà a essere selettivi: "La differenza tra un migrante e un profugo? Queste immagini dicono più di mille discorsi" recita un tweet che accosta un gruppo di facinorosi mediorientali a due donne ucraine piene di gratitudine per l'aiuto ricevuto. Nemmeno in Ungheria siamo al liberi tutti: "La propaganda che da sette anni criminalizza i migranti, oggi si ricicla scavando un fossato tra gli ucraini e tutti gli altri" ci dice Márta Pardavi. "Gli uni sono cristiani, gli altri musulmani, da una parte donne e bambini, dall'altra uomini, le prime si presentano ai posti di confine, gli altri si intrufolano dai boschi senza chiedere permesso". In un'intervista alla Bbc, il politico georgiano-ucraino David Sakvarelidze ha detto le stesse cose in modo più diretto: "Provo emozioni molto forti perché i missili di Putin stanno ammazzando europei biondi e con gli occhi azzurri". Che poi Sakvarelidze abbia capelli corvini e occhi scuri aggiunge un tocco di surrealtà all'uscita infelice.


Sul confine bielorusso

In Ungheria, e tanto più in Polonia, la reazione all'esodo ucraino è stata straordinaria per quantità e qualità dell'accoglienza: il 64 per cento dei polacchi si dice disposto ad aiutare i profughi personalmente, mentre già dopo la prima settimana di bombe il Comune di Cracovia ha dovuto fermare l'afflusso travolgente di donazioni.

In realtà non è la prima volta che, nonostante la propaganda ufficiale, i cittadini mettono casa e cuore a disposizione dei profughi: "Se da sei mesi noi di Grupa Granica diamo una mano ai migranti che vagano nei boschi al confine bielorusso, è solo perché i residenti collaborano con noi" dice Witold Klaus, giurista dell'Accademia polacca delle scienze in prima linea nell'assistenza ai profughi. Dallo scorso primo settembre, la proclamazione dello stato di emergenza nazionale ha interdetto ai non residenti la zona di frontiera con la Bielorussia. Vietato avvicinarsi ai migranti, vietato documentarne i respingimenti: "Solo a febbraio abbiamo ricevuto 245 chiamate da persone in difficoltà" continua Klaus. "In questi mesi qualcuno è morto di fame e di freddo, ma tanti si sono salvati perché i locali non hanno mai smesso di rischiare in prima persona portando un pasto caldo nel bosco o ospitando intere famiglie". E sì che, vista con gli occhi di oggi, quella al confine tra Polonia e Bielorussia è stata un'emergenza fantasmatica: secondo Grupa Granica, "l'esercito" di profughi mediorientali in arrivo dalla Bielorussia non è mai stato in grado di occupare nemmeno tutte le poltrone vip dello Stadio Nazionale di Varsavia.


La ricetta di Orban

E quindi? La solidarietà attenuerà il sovranismo? In visita al confine di Beregsurany, il premier ungherese Orbán è stato tranchant come al solito: "A differenza dell'Occidente, noi viviamo da sempre in mezzo ai tumulti e sappiamo distinguere tra migranti e profughi: per i migranti stop, per i profughi tutto l'aiuto che serve". Solo lui sa come si fa a non considerare profugo di guerra il ragazzo yemenita morto di freddo il 22 febbraio nelle paludi al confine tra Polonia e Bielorussia. O quello siriano deceduto il 14 novembre. Resta confortante che, quando dalla propaganda si passa all'esperienza diretta, siano tanti i cittadini a tenere la barra dritta: che sia ucraino, siriano o yemenita, chi scappa dalla guerra va aiutato.