Un Posto (al sole) senza Covid
dal nostro inviato Michele Gravino , dal nostro inviato Michele GravinoNAPOLI. Per entrare nell'universo dove il Covid non è mai esistito bisogna rispettare precauzioni di cui nella nostra realtà (post?) pandemica abbiamo già cominciato a fare a meno. All'ingresso di villa Volpicelli - il meraviglioso complesso affacciato sul mare di Posillipo che in Un posto al sole "interpreta" palazzo Palladini - gli addetti alla sicurezza controllano il Green Pass, la temperatura e persino la saturazione dell'ossigeno, anche se qui si gira soltanto all'aperto. Stessa trafila, naturalmente, per accedere agli studi della Rai di Napoli, dove sono allestiti gli interni. I tecnici audio e video seguono le riprese separati da pareti di plexiglas. E anche sui tavoli della mensa sono stati montati pannelli divisori talmente spessi che si fa fatica a sentire la voce del commensale seduto di fronte.
Poi cadono le mascherine, viene battuto il ciak e i personaggi cominciano a vivere le loro movimentate vicende in un mondo identico …
NAPOLI. Per entrare nell'universo dove il Covid non è mai esistito bisogna rispettare precauzioni di cui nella nostra realtà (post?) pandemica abbiamo già cominciato a fare a meno. All'ingresso di villa Volpicelli - il meraviglioso complesso affacciato sul mare di Posillipo che in Un posto al sole "interpreta" palazzo Palladini - gli addetti alla sicurezza controllano il Green Pass, la temperatura e persino la saturazione dell'ossigeno, anche se qui si gira soltanto all'aperto. Stessa trafila, naturalmente, per accedere agli studi della Rai di Napoli, dove sono allestiti gli interni. I tecnici audio e video seguono le riprese separati da pareti di plexiglas. E anche sui tavoli della mensa sono stati montati pannelli divisori talmente spessi che si fa fatica a sentire la voce del commensale seduto di fronte.
Poi cadono le mascherine, viene battuto il ciak e i personaggi cominciano a vivere le loro movimentate vicende in un mondo identico al nostro. Salvo per un dettaglio: qui la pandemia non c'è mai stata. E se ciascuno di noi - anche oggi, dopo la fine dello stato d'emergenza - continua a provare un certo straniamento guardando film o serie tv in cui le persone non si preoccupano del distanziamento o si baciano senza prima esibire il tampone, nel caso di Un posto al sole l'effetto è ancora più stridente, visto che da quando è nata, ormai 26 anni fa, la prima e più longeva soap made in Italy ha sempre avuto come cifra un pedinamento quasi ossessivo della realtà. Tanto che il 25 dicembre va in onda la puntata ambientata a Natale, a Carnevale si vede almeno una festa mascherata e, ora che stiamo visitando il set, dietro il bancone del caffè Vulcano ci sono le uova di cioccolata, perché si stanno girando gli episodi da trasmettere a Pasqua.
Daily drama
Breve riassunto delle puntate precedenti - impresa comunque impossibile, visto che con quella di stasera, primo aprile, le puntate toccano quota 5.915. Un posto al sole è un daily drama (questa la definizione preferita da chi lo fa) coprodotto da Rai Fiction in collaborazione con Freemantle e il Centro produzione Rai di Napoli. Va in onda su Rai 3 dal lunedì al venerdì alle 20.45 per tutto l'anno, tranne due settimane in agosto, risultando regolarmente tra i programmi più visti della rete: martedì 22 marzo per esempio era primo in termini assoluti, con oltre 1 milione 600 mila spettatori. Racconta le vicende degli abitanti di un immaginario condominio napoletano e dei loro numerosi amici, colleghi, parenti, nemici: attualmente i protagonisti fissi sono 17 più un numero variabile di "guest" che spesso occupano ruoli centrali nella trama. Trama che, come si può immaginare, è incomprimibile in poche righe, ma che in due decenni e mezzo abbondanti non si è fatta mancare nessuno degli ingredienti essenziali di soap e telenovelas (e prima di loro, dei romanzi d'appendice, su su fino ai poemi epici): adulteri, divorzi, figli segreti, genitori ritrovati, scambi di persona, amnesie, sparizioni e riapparizioni, complotti, scalate societarie, rapimenti, assassinii, vendette, carcerazioni, errori giudiziari, coma e risvegli dal coma, ricoveri in ospedale e in manicomio.
Allo stesso tempo - ed è questo forse il segreto del suo perdurante successo - la serie non rinuncia a un impianto fondalmentalmente realistico e a una costante attenzione ai temi sociali. "È una vocazione presente fin dall'inizio" spiega il caposceneggiatore Paolo Terracciano "che nasce un po' dal format originale, che è australiano e non americano alla Beautiful, un po' dal Dna di Rai 3". E infatti le recensioni di quell'antica stagione parlavano di fiction "ulivista" o "bassoliniana". In un articolo che gli è valso l'invito a recitare in una puntata (nel ruolo di se stesso) lo scrittore Mauro Covacich lo definisce "intento pedagogico non dissimile da quello con cui Edmondo de Amicis scrisse il libro Cuore". Tra i problemi affrontati dalla soap nel corso degli anni, diligentemente elencati da una puntualissima pagina di Wikipedia, figurano: abbandono di minore, abbandono scolastico, adozione, affido, alcolismo, amniocentesi, antiziganismo, attacchi di panico, e siamo solo alla lettera A.
Ma allora perché non inserire nella trama il Covid, tema sociale e unificante quant'altri mai? "Avrebbe fagocitato tutte le storie" risponde l'attore Patrizio Rispo, il portiere dello stabile presente in scena fin dal primissimo episodio. "E in un periodo in cui non si parlava d'altro, il pubblico aveva anche diritto a mezz'ora al giorno di distrazione". "Abbiamo ricominciato a girare dopo il lockdown con un protocollo di sicurezza molto rigido" gli fa eco Luca Turco, che nella parte di Niko ha debuttato a nove anni e ora ne ha 32. "La gente vuole vedere che ci abbracciamo, ci baciamo, e noi dovevamo stare distanziati. Figuriamoci se per scrupolo realistico avessimo dovuto indossare anche le mascherine".
"È stata una scelta molto meditata ma alla fine inevitabile" tira le fila Terracciano. "Con i nostri tempi di lavorazione - scriviamo con tre-quattro mesi di anticipo, giriamo un paio di mesi prima della messa in onda - come avremmo potuto prevedere le evoluzioni della malattia, i Dpcm, i vaccini? Una responsabilità troppo grossa per un prodotto di intrattenimento".
Catena di montaggio
Già, i tempi di lavorazione. In un'epoca in cui qualsiasi azienda pretende di vendere panini, vestiti o persino automobili di qualità "artigianale", come "fatti in casa", Un posto al sole rivendica con orgoglio la sua natura di prodotto industriale, frutto di una catena di montaggio che non si ferma mai. A partire dalla scrittura: Terracciano è a capo di un team di story editor, che elaborano i blocchi settimanali e storyliner, che scrivono i trattamenti delle singole puntate, per poi passarli a una ventina di dialoghisti che li trasformano in copioni. Otto registi si alternano di settimana in settimana tra preparazione, riprese e montaggio. Ogni giorno lavorano due o tre troupe con l'obiettivo di "portare a casa" almeno l'equivalente di una puntata: 27 minuti, moltiplicati per 250 nel corso di un anno. Una macchina che coinvolge almeno 200 lavoratori a tempo pieno, più centinaia se non migliaia tra avventizi, figuranti, comparse. Una fabbrica come non ce ne sono più tante, specie in una realtà come quella napoletana.
Gli attori condividono l'orgoglio per la puntualità e l'affidabilità (e per una stabilità di impiego non comune nel loro mestiere). Si godono una popolarità che a Napoli si traduce in saluti per strada e continue richieste di selfie, ma che si estende a tutto il Paese e a tutte le fasce sociali. E non sembrano risentire della condizione ultrapirandelliana di chi, per buona parte della sua vita, dev'essere un'altra persona, e sempre la stessa.
"Noia? Non so cosa sia" dice Marzio Honorato/Renato Poggi, altro veterano della serie, "io vengo qui la mattina senza nemmeno leggere il copione, voglio che mi piombi tutto addosso come la vita vera". E Rispo: "In questi anni è come se avessi interpretato 200 film, chi può dire altrettanto? Ormai per il pubblico siamo persone di famiglia, guardarci ogni sera all'ora di cena è come spiare i vicini di casa. Mi dicono: io vedo più a voi che ai miei parenti". Sorride: "Praticamente è una forma di voyeurismo. Ora scusatemi, devo andare a girare una baciata". Già, nel prossimo futuro di Raffaele il portiere c'è un bacio. Ma gli spoiler finiscono qui.
Sul Venerdì del 1° aprile 2022