Phaim Bhuiyan: "Sono il Moretti della periferia ma sempre in stile Bangla"
di Paola Jacobbi , di Paola Jacobbidal 27 aprile su Rai 3 (Christian N.)
Usa spesso il verbo "approcciare". Approccia problemi, approccia una lingua straniera, approccia il mondo del cinema, sempre pronunciando il verbo caricando le "p" e le "c". Perché è nato a Roma. È cinquanta per cento Bangla (genitori immigrati bengalesi) e cinquanta per cento italiano ed è cento per cento Torpigna, inteso come Torpignattara, il quartiere multietnico di Roma. Qui Phaim Bhuiyan, 26 anni, sceneggiatore, regista e interprete, vive da sempre. Qui ha ambientato il suo primo film (Bangla, David di Donatello come miglior esordiente nel 2018) e qui è stato girato anche il seguito: Bangla - La serie. La regia è sempre di Phaim, insieme con Emanuele Scaringi e si compone di otto episodi che saranno dal 13 aprile su RaiPlay e in onda dal 27 aprile al 6 maggio su Rai 3. La serie inizia dove finiva il film e i problemi di Phaim sono sempre gli stessi, anzi lo stesso: è innamorato, ricambiato, di una rag…
Usa spesso il verbo "approcciare". Approccia problemi, approccia una lingua straniera, approccia il mondo del cinema, sempre pronunciando il verbo caricando le "p" e le "c". Perché è nato a Roma. È cinquanta per cento Bangla (genitori immigrati bengalesi) e cinquanta per cento italiano ed è cento per cento Torpigna, inteso come Torpignattara, il quartiere multietnico di Roma. Qui Phaim Bhuiyan, 26 anni, sceneggiatore, regista e interprete, vive da sempre. Qui ha ambientato il suo primo film (Bangla, David di Donatello come miglior esordiente nel 2018) e qui è stato girato anche il seguito: Bangla - La serie. La regia è sempre di Phaim, insieme con Emanuele Scaringi e si compone di otto episodi che saranno dal 13 aprile su RaiPlay e in onda dal 27 aprile al 6 maggio su Rai 3. La serie inizia dove finiva il film e i problemi di Phaim sono sempre gli stessi, anzi lo stesso: è innamorato, ricambiato, di una ragazza italiana (Carlotta Antonelli) ma è musulmano. Come recita la sua voce fuori campo nella prima scena: "La mia religione dice che fino al matrimonio il sesso non lo vedi manco col binocolo, un po' come la vostra, solo che noi non famo come ce pare...".
L'hanno paragonata a Nanni Moretti. Il Moretti "bangla".
"Mi mette molta ansia questo paragone perché per me è uno dei grandi autori italiani viventi. Io devo ancora creare il mio stile. Però se vuol dire che il suo cinema è una fonte d'ispirazione, allora sì, lo è".
Nella serie c'è molta autobiografia. La battuta più vera del vero?
"Mia madre che mi ripete 'vatti a trovare un lavoro', come se quello del cinema non lo fosse. Lo dice da anni".
Tra l'altro, sua madre Nasima interpreta sua madre.
"Sì, mio padre è interpretato da Rishad Noorani, un attore indiano. Alcuni amici sono veramente miei amici".
Dopo l'uscita del film, sono cambiati i suoi rapporti con il quartiere?
"Sono cambiati in meglio, hanno capito il mio spirito: prendere in giro tutti, a partire da me stesso senza essere pesante né offendere. Sono fiero di essere riuscito a rappresentare Torpigna. Speriamo che continui così, che adesso per la serie non mi lancino i pomodori".
Può sempre trasferirsi.
"Già, potrei andare a Roma Nord! (ride, ndr). Lì molti spettatori che hanno visto il film hanno ammesso di non avere mai messo piede a Torpigna. Del resto i quartieri di Roma sono tanti piccoli paesi e parecchio distanti tra di loro. Io fino alla Balduina non credo di esserci mai arrivato".
In casa parla bengalese?
"Sì, sempre. Anche se a volte ci si dimentica qualche parola e la si butta dentro in italiano. Un corto circuito".
Che film guardavate?
"I miei genitori si facevano mandare i VHS dei successi di Bollywood, per lo più vedevamo quelli, soprattutto le commedie romantiche".
Lei ha iniziato su YouTube, quando ha deciso di fare il regista?
"Era una valvola di sfogo. Però mi è servito ad approcciare le tecniche di ripresa e montaggio. Poi sono entrato allo IED con una borsa di studio e ho fatto sul serio. Lì non puoi sbagliare, devi avere la media del 28".
A questo punto lei è pioniere di un cinema che racconta gli italiani di seconda generazione. Il prossimo Phaim avrà la strada spianata.
"Il mercato c'è. Dopo il mio film c'è stata anche Zero, la serie di Netflix. Ci sono dei bandi del ministero che cercano autori di seconda generazione. Ma ci vuole tempo. Ci vorranno vent'anni per abituarsi a questo approccio. Magari succede prima, speriamo".
Nella serie Pietro Sermonti interpreta il padre della sua ragazza: un sincero democratico che si scalda sullo Ius Soli.
"Somiglia a tante persone che ho conosciuto. Ottime intenzioni ma a volte ho la sensazione che quella della cittadinanza diventi più una causa loro che la mia. Qual è la sottile linea che divide l'impegno dall'appropriazione culturale?".
Bella domanda. Qual è?
"Forse non esiste. Forse bisogna solo cercare di mettere a proprio agio gli altri e cercare di aiutarli. Sono stato di recente in Francia e ho conosciuto ragazze italiane di seconda generazione, ma di origini magrebine: si sono trasferite in Francia perché si sentono più accettate. È evidente che da noi c'è ancora un problema nel riconoscere che ci sono dei nuovi italiani che semplicemente hanno un background e origini diverse. L'unica arma per scardinare questo è il dialogo".
Da quanto tempo sono in Italia i suoi genitori?
"Mio padre è arrivato nel 1989. Clandestinamente, via Parigi e poi Ventimiglia. Mia madre lo ha raggiunto due anni dopo".
Un classico matrimonio combinato che, però, come raccontate nella serie, funziona ancora.
"Usanza per me difficile da capire. Si incontrano tra loro i genitori degli ipotetici fidanzati, si scambiano informazioni sugli studi e il lavoro del promesso sposo. Non potrei mai. Perché sono nato qui e perché sono romantico. Prima viene l'amore e poi il resto".
Che cosa dicono i suoi parenti in Bangladesh? Hanno visto il film?
"Sì. L'ho presentato al Dacca Film Festival. Sudavo freddo. Alla fine mi hanno detto: abbiamo capito finalmente come vivono le prime generazioni. Tanta gente si vergogna di dire a casa che in Italia la laurea presa in Bangladesh non è riconosciuta e che si mantiene svolgendo lavori umili".
Quando va in Bangladesh che cosa le piace e che cosa, invece, le manca dell'Italia, vista da lontano?
"Vado a trovare i nonni e gli zii, c'è tanta convivialità, tanto affetto. Però, scusi la banalità, mi manca il cibo italiano. Soprattutto pasta e pizza".
Le hanno proposto di fare l'attore in film altrui?
"Sì, ma ruoli da immigrato. Vorrei fare altro".
Un personaggio che sogna di interpretare?
"Un banchiere. Un uomo di grande potere".
In che lingua pensa di solito?
"Bangla, soprattutto se penso a cose serie. Ma per la parte spensierata della vita il cervello mi parla italiano. Come diceva la mia professoressa d'inglese: 'Phaim, tu hai preso il peggio degli italiani'".