Coez. "Finalmente i concerti gli album non bastano"
di Ernesto Assante , di Ernesto AssanteLa canzone italiana di oggi è in debito con Coez. È stato uno dei primi a puntare dritto verso l'alto, a voler fare uscire l'indie dai suoi binari e farlo diventare moneta corrente nella cultura musicale del paese, a mescolare rap, canzone, elettronica e pop, a scrivere storie diverse, cantarle in maniera diversa, e con il suo personalissimo stile non solo ha avuto successo ma ha anche influenzato le giovani generazioni. Silvano Albanese, 38 anni, da Nocera Inferiore, ci ha messo talento, passione, impegno, fatica, emozioni, per arrivare a diventare Coez. Una strada con tanti incroci e tante svolte, fatta di hip hop e rap ma anche di canzoni, di esperimenti e successi, soprattutto dal 2017 in poi, con due album belli e originali come Faccio un casino e È sempre bello.
Coez si appresta, finalmente, a proporre dal vivo l'ultimo, Volare, uscito pochi mesi fa, in un tour che inizia il 2 aprile da Brescia, una sorta di ritorno alla vita dopo i lunghi…
La canzone italiana di oggi è in debito con Coez. È stato uno dei primi a puntare dritto verso l'alto, a voler fare uscire l'indie dai suoi binari e farlo diventare moneta corrente nella cultura musicale del paese, a mescolare rap, canzone, elettronica e pop, a scrivere storie diverse, cantarle in maniera diversa, e con il suo personalissimo stile non solo ha avuto successo ma ha anche influenzato le giovani generazioni. Silvano Albanese, 38 anni, da Nocera Inferiore, ci ha messo talento, passione, impegno, fatica, emozioni, per arrivare a diventare Coez. Una strada con tanti incroci e tante svolte, fatta di hip hop e rap ma anche di canzoni, di esperimenti e successi, soprattutto dal 2017 in poi, con due album belli e originali come Faccio un casino e È sempre bello.
Coez si appresta, finalmente, a proporre dal vivo l'ultimo, Volare, uscito pochi mesi fa, in un tour che inizia il 2 aprile da Brescia, una sorta di ritorno alla vita dopo i lunghissimi due anni di "silenzio" musicale: "Sì, un ritorno importante", dice, "perché se in qualche modo il primo lockdown l'ho passato realizzando l'album, adesso è diverso, vedi che all'estero hanno già riaperto e vorresti che accadesse anche qui. Nel secondo anno mi sono sentito come un nuotatore che non può entrare in acqua, come un ristoratore che non può fare da mangiare per nessuno. Chi fa musica struttura la propria vita anche in base ai concerti, lì avviene qualcosa che fa bene all'artista, emotivamente e fisicamente".
Dopo tanti rinvii il tour doveva partire a marzo, poi ancora uno slittamento ad aprile.
"È stata una bella botta. Proprio quando inizi a vedere la luce in fondo al tunnel allontanarsi così dalla meta è avvilente. Penso anche a tutto il team che mi segue sui live, avevamo pensato a una grande festa prima nei club piccolini, poi in quelli più grandi anche per poter tornare a respirare insieme per più tempo la gioia di essere tornati sul palco. Adesso è tutto accorpato in un unico tour, ma la speranza è quella di poter proseguire poi con date estive. Finalmente però ci siamo, e tutti i sacrifici di questi anni sono ripagati: inutile dire che non vedo l'ora".
Tanti artisti si sono trovati nella situazione di aver fatto un disco e non averlo potuto proporre dal vivo.
"I concerti sono i momenti in cui raccogliamo quello che abbiamo seminato: ci sono altri che vivono di streaming e di video, di radio e piattaforme, per i quali il concerto è parte di un progetto più ampio. Ma quando scavalli una certa età i concerti diventano la cosa fondamentale. Per carità, fare dischi, stare in studio, la promozione, il video, i singoli, è bellissimo, va tutto bene, ma io li vedo come una semina della mia musica. Il raccolto, in termini di successo, di emozione, arriva con i concerti".
Il live è la fase più importante?
"Per alcuni i concerti hanno un peso diverso. In studio ci sono momenti belli ma anche strani, non è vero che tutti i giorni ti esce una canzone o la produzione prende la giusta via, alle volte sei incastrato, alle volte arriva la noia, altre ti deprimi perché le cose non riescono. I concerti brutti in tutta la mia carriera invece li conto sulle dita di una mano, sul palco mi sento più me stesso, tutto prende un senso. E poi un momento dipende dall'altro: quando rientrerò in studio dopo questo tour avrò capito dove ho sbagliato e dove ho fatto bene, qual era la cosa fortissima che dal vivo non ha funzionato e cosa no, è un modo per prendere le misure della tua musica".
Esibirsi dal vivo oggi, nell'era digitale e immateriale della musica, ha acquisito un nuovo valore.
"È cambiata la percezione della musica. Quando le cose si fanno difficili, come in questi anni, la gente si attacca alla musica in maniera più rilevante. Basta ricordare cosa è successo con il primo lockdown, con la gente che usciva sui balconi per cantare, o sparava la musica a tutto volume dagli impianti stereo. La musica è stata fondamentale per superare certe difficoltà, le persone si sono rese conto che aiuta sempre, che non si può davvero vivere bene senza. Anche per questo c'è tanta voglia di concerti, al rapporto fisico con la musica, oltre ad esserci una grande voglia di assembramenti".
I continui rinvii hanno penalizzato la musica.
"I veri problemi sono stati soprattutto per gli artisti piccoli, per i club, per i locali, per chi lavora e si sostiene con le esibizioni dal vivo, che hanno visto la loro attività completamente bloccata. Io non so se c'era un altro modo per affrontare il problema. Non voglio lamentarmi per forza, so solo che adesso bisogna ripartire perché l'intera filiera della musica dal vivo è in ginocchio".
Le piace l'idea di essere stato un "pioniere" della nuova canzone italiana?
"Mi piace l'idea che il mio punto di vista, quando sono passato dal rap alla canzone, sia diventato rilevante. Ed è avvenuto in un momento importante per la musica, in cui tutto è cambiato. I social c'erano ma non erano un mezzo di divulgazione, le etichette si interessavano ai rapper ma volevano che fossero diversi, in radio passava solo un solo tipo di canzone o di artista. Non è che non mi piacesse il mainstream, ma non capivo perché se esisteva una cosa non poteva esisterne anche un'altra. Quando feci le prime canzoni con Riccardo Sinigallia pensai che quella roba in radio ci poteva stare. Alla fine è successo ma non per caso, io ho voluto che accadesse, perché nella musica italiana mancava. Credo di aver avuto ragione, gli artisti mainstream sono rimasti tali, ed è giusto così, ma sono finalmente arrivate anche le alternative".
Il suo è pienamente un progetto musicale, non è legato ai media, all'immagine, ai social, e siamo ancora lontani da Sanremo...
"A me la cosa che piace del mio progetto è che tante volte le persone conoscono le mie canzoni e non la mia faccia. Essere conosciuto per altro che non la musica non è il mio punto d'arrivo. Il che non vuol dire che Sanremo non lo farò mai, ma che la sovraesposizione non mi interessa. Se uno se la sente e ha una canzone che può difendere, andare al Festival ci sta, se lo cavalchi nella maniera giusta ti spinge in una grande dimensione e alla fine, oh diciamo la verità, uno fa la musica per farla sentire a più persone possibile. Ma se diventa una cosa totalizzante, attorno alla quale ruota la tua carriera, allora preferisco di no, per ora non mi ci vedo su quel palco".
Che Coez vedremo in questo tour?
"Un Coez un po' meno da palazzetto, più raccolto e diretto. Il disco che ho fatto spinge naturalmente verso una dimensione da club, è un album meno da cantare in coro, anche se i cori del pubblico sono belli comunque. Un Coez un po' meno morbido, con una scaletta abbastanza 'ignorante', nella quale dare spazio al mio lato più "hardcore". Per divertirsi finalmente insieme".