La vera Firenze è dall’altra parte dell’Arno
di Tomaso Montanari , di Tomaso Montanarie poi ricostruito e inaugurato nel 1958 (Getty images)
Qualche anno fa la Lonely Planet definì l’Oltrarno fiorentino il “quartiere più cool del mondo”. Immancabilmente, gli abitanti commentarono che li stavano prendendo per il “cool”. Già, perché, pur essendo nel centro monumentale di Firenze, Diladdarno (così si dice a Firenze, anche quando ci si trova proprio lì) ha ancora degli abitanti: non si è (ancora) svuotato a favore di uffici, alberghi, airbnb e negozi di cianfrusaglie, come invece tutto il quadrilatero romano (quello del Duomo, Piazza Signoria e Uffizi), inghiottito da un turismo devastante e da scelte politiche desertificanti.
La porta regale dell’Oltrarno è il Ponte a Santa Trinita, una forma organica, viva, nata dalla fantasia inesauribile di Michelangelo, "gettata là attraverso il fiume colla spontanea naturalezza di un tiro di fionda lanciato dalla mano di un giovinetto" (Piero Calamandrei). Fatto saltare dai nazis…
Qualche anno fa la Lonely Planet definì l’Oltrarno fiorentino il “quartiere più cool del mondo”. Immancabilmente, gli abitanti commentarono che li stavano prendendo per il “cool”. Già, perché, pur essendo nel centro monumentale di Firenze, Diladdarno (così si dice a Firenze, anche quando ci si trova proprio lì) ha ancora degli abitanti: non si è (ancora) svuotato a favore di uffici, alberghi, airbnb e negozi di cianfrusaglie, come invece tutto il quadrilatero romano (quello del Duomo, Piazza Signoria e Uffizi), inghiottito da un turismo devastante e da scelte politiche desertificanti.
La porta regale dell’Oltrarno è il Ponte a Santa Trinita, una forma organica, viva, nata dalla fantasia inesauribile di Michelangelo, "gettata là attraverso il fiume colla spontanea naturalezza di un tiro di fionda lanciato dalla mano di un giovinetto" (Piero Calamandrei). Fatto saltare dai nazisti in fuga, e poi tornato com’era e dov’era per caparbia volontà dei fiorentini. Una volta attraversato, imboccate via Maggio: che sta per “maggiore”, perché era la via cerimoniale che il corteo granducale percorreva verso la reggia. Già, perché il palazzo dei Medici del principato sta proprio Diladdarno, lontano dai centri della politica, defilato quasi come una villa suburbana. Una villa, certo, dalla mole smisurata, imperiale, insostenibile: che infatti travolse il suo primo committente, quel Luca Pitti che gli lasciò solo il nome. Oggi Pitti trabocca di musei: per vederlo tutto non basta una settimana. Ma se ci andate ora, scegliete un quadro solo: le Conseguenze della guerra di Rubens, nella Galleria Palatina. Manifesto pacifista del Seicento, denuncia della follia di ogni guerra: quadro tanto potente da ispirare Picasso per Guernica.
Poi, fuori, a Boboli: il giardino meraviglioso del granduca. Neanche lì cresce l’“erba voglio”, dicono da secoli ai loro bambini le mamme fiorentine: segno di quella misura, di quell’ironia concreta e mordace che non accettò mai fino in fondo che i Medici si fossero fatti sovrani assoluti. Ma, almeno qua, non pensiamo ai morti: il sole, i fiori, l’aria di primavera (che è davvero la stagione in cui Firenze è più bella) ti investono non solo a Boboli, ma in tutti i meravigliosi giardini satelliti, in cui potete provare a intrufolarvi. Quello Torrigiani, con le sue serre geniali, o quello dolcissimo di Annalena, donna di straordinaria bellezza che da vedova si fece monaca.
Poi, per via Romana, di nuovo verso l’Arno. Qui purtroppo non è ancora riaperto il Museo della Specola, che con le sue collezioni di animali imbalsamati e con le terrificanti cere barocche dello Zumbo è stato per generazioni di piccoli fiorentini luogo di attrazione e repulsione insieme. Ma è aperto il primo piano di piazza San Felice, 8: Casa Guidi, dove, alla metà dell’Ottocento, vissero Elizabeth Barrett e Robert Browning, e soprattutto il loro cane Flush, che secondo Virginia Woolf (che gli dedicò un libro meraviglioso) "conosceva Firenze meglio di George Eliot" (pseudonimo virile di un’altra scrittrice inglese, Mary Ann Evans), e che fu un vero re quadrupede dell’Oltrarno.
A pochi passi, ecco si apre Piazza Santo Spirito: alberi, panchine, fontana, caffè. Una piazza all’inglese, rarissima nel centro di Firenze. Una piazza orgogliosa, con il monumento che segna il luogo dove l’8 agosto 1944 fu colpito a morte Aligi Barducci, il comandante Potente, eroe della Resistenza. Qui la domenica spesso c’è una fierucola, che è un trionfo di verdure biologiche, olio, ceramiche e formaggi. La sera, invece, ecco la movida dei ragazzi fiorentini: che oggi dicono semplicemente "ci vediamo in Santo". Fino a pochi mesi fa, si poteva sedere sui gradini della chiesa, ma un sindaco con una strana idea dei beni comuni l’ha proibito, in nome dell’ordine e del decoro. In chiesa, invece, per ora si entra senza pagare. E vale la pena davvero di passeggiare in quest’ultimo sogno, tradito, di Filippo Brunelleschi. Godersi il Cristo ligneo del giovane Michelangelo, camminare nel transetto (dove il tempo sembra essersi fermato verso la fine del Quattrocento), sedersi nel chiostro a leggere un libro, cullati dal rumore dolce che sale dalla piazza.
nella chiesa di Santa Maria del Carmine sono affrescati da Masaccio (Alamy / Ipa)
Pochi passi: una sosta allo Sforno, luogo di pane e di delizie; a Todo Modo Dilà, la più bella libreria per bambini e ragazzi che abbia mai visto, e poi, ecco, un’altra piazza. Quella popolare, operaia, del Carmine: così meravigliosamente vuota che ancora, nei pomeriggi di primavera (sotto lo sguardo complice dei santi di un tabernacolo trecentesco che, se potessero, si metterebbero a correre con loro), i ragazzi di San Frediano ci giocano a pallone: come hanno fatto per secoli, e come nelle altre piazze del centro sarebbe oggi impensabile. Sul sagrato della grande chiesa carmelitana ci sono ancora poveri, migranti, mendicanti: scacciati dal salotto buono della Firenze finta da cartolina, qua (in questa piazza dove avvennero i primi scioperi generali, all’inizio del Novecento) sono ancora a casa. Forse perché dentro la chiesa, nella Cappella Brancacci, Masaccio li ha ritratti, in tutto il dolore dei loro corpi veri e vivi, con una dignità e una umanità che non hanno nemmeno le sue figure sacre.
Da qui si può osare: fare qualche passo fuori dalla cinta delle mura, per vedere le due meravigliose case Liberty di Via Giano della Bella. Per cenare da Cucina, dove pare di essere ospiti nel loft di un cuoco insieme elegante e goloso; per comprare qualcosa al Conventino, vecchio convento che oggi ospita laboratori artigianali e un chiostro incantato.
E poi su, gambe in spalla, salire: sulla collina di Bellosguardo, dove la campagna entra in città. Da lì ad Arcetri, dove Galileo guardava le stelle. E alla basilica di San Miniato, vertice romanico in cui oggi risuona la voce profetica del giovane abate Bernardo. Da qui, è un attimo, si è di nuovo sull’Arno. Ed evitato Ponte Vecchio, che vi trascinerebbe nel luna park, rimanete in Oltrarno: entrate in Santa Felicita, e perdetevi nelle forme lunari, nei colori acidi della travolgente Deposizione di Pontormo. E ogni sera uno si chiede: perché andare altrove, se qui c’è tutto?
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