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Piemonte. La montagna che fa parlare il silenzio

Una veduta panoramica delle montagne di Prali in Val Germanasca. Qui si allenavano gli sciatori per le Olimpiadi invernali del 2006 (Shutterstock) 
Quello delle miniere di talco a Prali o quello degli antichi borghi delle terre occitane: è il fascino delle “altre” cime piemontesi, lontane dai soliti percorsi turistici
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Sui monti del silenzio si va perché sì. E chi va una volta, certamente torna. La Val Germanasca è ancora provincia torinese, qui si allenavano gli sciatori per le Olimpiadi 2006, proprio a Prali che è il primo obiettivo di questo nostro itinerario. Si passa per Pinerolo e si sale verso il Sestriere, però a Prali è diverso, non c’è il turismo bianco di superficie ma quello di scoperta: e per scoprire, ci si mette a scavare. Appunto da una miniera prende avvio la prima tappa del viaggio.

Lo chiamano “il bianco delle Alpi”. È il talco più raro e prezioso d’Italia, e da cent’anni si estrae da una miniera che in parte è diventata museo ma senza teche, senza reperti o pitture: il museo è la galleria di carraggio principale, dove un trenino giallo offre ai visitatori una duplice esperienza immersiva: nel cunicolo, dunque nel profondo della montagna, ma anche nel passato, cioè il…

Sui monti del silenzio si va perché sì. E chi va una volta, certamente torna. La Val Germanasca è ancora provincia torinese, qui si allenavano gli sciatori per le Olimpiadi 2006, proprio a Prali che è il primo obiettivo di questo nostro itinerario. Si passa per Pinerolo e si sale verso il Sestriere, però a Prali è diverso, non c’è il turismo bianco di superficie ma quello di scoperta: e per scoprire, ci si mette a scavare. Appunto da una miniera prende avvio la prima tappa del viaggio.

Lo chiamano “il bianco delle Alpi”. È il talco più raro e prezioso d’Italia, e da cent’anni si estrae da una miniera che in parte è diventata museo ma senza teche, senza reperti o pitture: il museo è la galleria di carraggio principale, dove un trenino giallo offre ai visitatori una duplice esperienza immersiva: nel cunicolo, dunque nel profondo della montagna, ma anche nel passato, cioè il cuore di quello che siamo. Già il nome, ScopriMiniera, dice tanto, alla scoperta di un mestiere antico e affascinante, il lavoro terribile degli uomini-castoro che illuminando con le lampade ad acetilene il poco spazio guadagnato alla roccia trascorrevano vite intere quaggiù, esposti non solo a una fatica durissima ma a rischi a volte fatali. Quanti minatori, in tutto il mondo, sono morti sul lavoro. E quant’è importante che queste vite in apparenza periferiche ma così importanti vengano in qualche modo tramandate: è lo scopo di ScopriMiniera, che da qualche settimana ha riaperto attività e visite. La miniera di talco più grande d’Europa ha un nome femminile, “Paola”, ed è il fulcro dell’ecomuseo. Sul trenino si provano sensazioni difficili da dimenticare: il silenzio, prima di tutto, ma anche il buio assoluto di alcuni brevi tratti. E poi il biancore del talco che riluce nelle gallerie. Tornano in mente le vecchie pubblicità con belle signore in asciugamano, intente a profumarsi con i piumini dopo il bagno. Chissà se avranno mai pensato a cosa c’è dietro questa polvere soffice, estratta da minatori che quasi sempre erano anche contadini della valle dove non si faticava mai abbastanza per sostenere le famiglie.

Ai piedi del Monviso, con i suoi 3.841 metri è la cima più alta delle Alpi Cozie  (Alamy / Ipa) 

Il borgo di Prali ha meno di trecento abitanti, si trova nel cuore delle Valli Valdesi e non sfugge alla lunga battaglia di queste terre per trattenere le persone in fuga verso le città. Un destino che ha affrontato anche il secondo luogo del nostro itinerario sulle “altre” montagne piemontesi: la Valle Po, a una settantina di chilometri da Prali.

Ci troviamo in provincia di Cuneo, nel borgo di Ostana: un caso-scuola per il ripopolamento della montagna italiana. Si pensi che a un certo punto erano rimasti soltanto cinque abitanti, in pratica una famiglia: in una quarantina d’anni si è arrivati a 88 persone. Sembrano poche, ma per come si era messa, è quasi una metropoli. Il paesaggio, prima di tutto: uno spettacolo. Abbiamo di fronte il massiccio del Monviso, dove nasce il Po. Il più piccolo tra i “Borghi più belli d’Italia”, Ostana, è composto da una serie di borgate sparse, sulle quali è stato progettato e realizzato un intervento conservativo degli edifici. Quasi del tutto abbandonati a un certo punto di questa storia, oppure utilizzati soltanto come seconde case estive, gli edifici rinnovati offrono oggi una perfetta visione d’insieme, un equilibrio di forme e materiali che non ha modificato in nulla l’impianto originario. Nessuno ha usato la mano pesante: il Comune è stato molto attento a non permetterlo, dopo avere portato acqua, elettricità e fognature in ogni abitazione. E oggi è ripreso il mercato immobiliare, rivitalizzato dal ritorno dei giovani al paese: l’amministrazione pubblica ha investito denaro per incentivi all’agricoltura biologica, e alcune coppie di ragazzi hanno scelto di scommettere su un futuro di nuovo possibile. Così, tra malghe e tratturi, Ostana è rinata, e indica la strada a molti borghi in via di spopolamento.

Il trenino giallo che trasporta i visitatori di ScopriMiniera  

Ma qui la resistenza all’abbandono fa leva anche su una fortissima identità culturale. Stiamo parlando delle terre occitane, una lingua che in Valle Po si parla ancora, e non è soltanto retaggio degli anziani. Più di un dialetto (non a caso, a Ostana è stato promosso il premio letterario “Scritture in lingua madre”), l’occitano è anche una musica suonata da antichi strumenti, e una lingua di spessore cinematografico: merito, non trascurabile, di un film che una ventina d’anni fa s’impose all’attenzione grazie al passaparola. Si intitola Il vento fa il suo giro e racconta la storia di un pastore francese, Philippe, che  decide di stabilirsi con moglie e figli in questa valle. All’inizio sembra un programma possibile, ma alla lunga prevarranno le incomprensioni, le gelosie, le chiusure e il carattere non proprio malleabile di Philippe, deciso infine a lasciare il Piemonte. La trama, scritta da Fredo Valla e trasformata in pellicola da Giorgio Diritti, racconta una storia in parte vera e affronta temi non comodi come la solitudine, l’esclusione e la vecchiaia. Un film che ancora fa pensare. Ma si sappia che questi sono luoghi capaci anche di grande solidarietà: lo dimostra la consuetudine delle “ruide”, cioè le giornate di lavoro per la collettività. Accade dalla notte dei tempi, per far la notte meno scura.

Sull’onda delle suggestioni, a Ostana si può camminare molto, d’estate e d’inverno con le ciaspole, salendo da La Villo a Champanho (si noti l’onomastica particolare) e poi da Marquét fino a La Ruà e Miribart: quasi una filastrocca. Oppure si può visitare il magnifico Museo etnografico che è un repertorio di usi, costumi e mestieri. Ecco gli attrezzi del falegname e del contadino, la stalla e la cantina, tenuti in gran conto da chi crede che le esistenze di ieri possano accrescere il senso delle nostre, o almeno la consapevolezza che siamo quello che siamo grazie a coloro che ci hanno preceduti. Questo dicono, senza far troppe chiacchiere, le montagne del silenzio.

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