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A Bolzano di mamma non ce n’è una sola

Mamme e figli nel Centro genitori bimbi (Elki in tedesco) di Lana, in provincia di Bolzano (Mirco Toniolo / Errebi / AGF)
 
Mentre il Paese è ovunque alle prese con un fortissimo calo demografico, nell’80 per cento dei comuni della provincia la popolazione cresce. Merito di un mix di welfare e cultura di stampo scandinavo. Reportage
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Bolzano. Si sale lentamente tra i tornanti della Val d’Ultimo, in Alto Adige. Terra di masi, di fieno, e di camion del latte che insegnano la pazienza anche al guidatore più inquieto. Saliamo fino al paese di Santa Valburga, St. Walburg per i suoi abitanti. Sono appena 1.200 metri d’altitudine, ma evidentemente valgono doppio: di ritorno a Bolzano sarà tutto un “eh”, “oh”, “fino a lì siete stati!”. Fino a qui, per uscire da un inverno che si allunga sulle altre stagioni dell’anno: non per la neve che ancora si accumula a bordo strada, ma per i numeri raggelanti della decrescita demografica nazionale. Lo ha ricordato Sergio Mattarella in quello che doveva essere il suo ultimo discorso di Capodanno: «La forte diminuzione delle nascite rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società». Le rilevazioni nazionali dell’Istat da anni denunciano tassi di natalità…

Bolzano. Si sale lentamente tra i tornanti della Val d’Ultimo, in Alto Adige. Terra di masi, di fieno, e di camion del latte che insegnano la pazienza anche al guidatore più inquieto. Saliamo fino al paese di Santa Valburga, St. Walburg per i suoi abitanti. Sono appena 1.200 metri d’altitudine, ma evidentemente valgono doppio: di ritorno a Bolzano sarà tutto un “eh”, “oh”, “fino a lì siete stati!”. Fino a qui, per uscire da un inverno che si allunga sulle altre stagioni dell’anno: non per la neve che ancora si accumula a bordo strada, ma per i numeri raggelanti della decrescita demografica nazionale. Lo ha ricordato Sergio Mattarella in quello che doveva essere il suo ultimo discorso di Capodanno: «La forte diminuzione delle nascite rappresenta uno degli aspetti più preoccupanti della nostra società». Le rilevazioni nazionali dell’Istat da anni denunciano tassi di natalità da tempo di guerra: nel 2020 le nascite sono calate del 30 per cento rispetto al 2008, ma già prima della pandemia avevamo accumulato sette anni di record negativi dall’unità d’Italia. Si nasce poco dappertutto, ma in montagna si nasce meno che altrove: tra il 2011 e il 2019 la popolazione in quota è scesa del 2,2 per cento. Uno studio sul Friuli-Venezia Giulia calcola il calo complessivo della popolazione allo 0,7 per cento, quello delle zone montane all’8,3. Così in Piemonte, in Appennino, nelle isole. Tranne in Alto Adige: stesso Stato, stesse altitudini, ma una popolazione in crescita nel 77,6 per cento dei Comuni.

Non è solo questione di soldi

St. Walburg è una delle quattro frazioni che compongono il Comune di Ulten-Ultimo: poche case, una chiesa, ottocento abitanti, quasi nessuno per strada. Non è facile trovare la nostra mèta, ma quando finalmente apriamo la porta del “Centro genitori bimbi” capiamo perché ci avessero consigliato di arrampicarci fin qui: una quindicina di giovani e giovanissime mamme si intrattengono con una ventina di piccoli e piccolissimi figli. Fuori fa freddo, qui dentro l’inverno sembra finito da un pezzo. Si tratta di questo: nel 2000 il tasso di fecondità della popolazione italiana, la cifra aurea che misura la salute demografica di un Paese, dopo un calo ventennale era sceso a 1,26 figli per donna contro il 2,1 necessario allo status quo demografico. In Alto Adige lo stesso indice segnava un magro 1,40. Vent’anni dopo l’Italia vegeta a 1,27, l’Alto Adige fiorisce a 1,70: «Abbiamo guardato al Nord Europa» ci dice Waltraud Deeg, assessora alla Famiglia della Provincia autonoma di Bolzano. «E abbiamo capito che la famiglia non va solo aiutata nelle sue fragilità ma sostenuta come asse portante della nostra società». A St. Walburg, il “Centro genitori bimbi”, una struttura che in tutto l’Alto Adige è conosciuta con l’acronimo tedesco Elki (Eltern-Kind), la mattina si riempie di madri: «È importante avere un luogo dove trovarsi e confrontarsi» ci dice Christine Berger, che ha cominciato a frequentare l’Elki da mamma e oggi fa gli onori di casa come operatrice sociale. «Stiamo insieme, facciamo giocare i bambini, e poi si parla: le mamme al primo figlio quasi solo di bimbi, dal secondo in poi soprattutto di sé». La rete degli Elki, come in genere l’attenzione alla famiglia, in Alto Adige è nata dal basso, dal volontariato spicciolo. Ma poi ha incontrato la Provincia, che finanzia il 70 per cento delle spese: «Si dirà che abbiamo i soldi, che è tutto merito delle entrate fiscali della nostra autonomia» dice Waltraud Deeg. «Ma oltre alle risorse ci sono le scelte politiche, e qui bambini e famiglia sono da anni una priorità assoluta».

Fino allo scoppio della pandemia quella di Bolzano era l’unica provincia italiana dove i nati continuavano a superare i morti. Ora siamo a -313 ma passata la nottata del Covid il saldo demografico tornerà con ogni probabilità in positivo. Ci sono i sussidi, certo: l’assegno unico per i figli appena introdotto dal governo Draghi, qui è realtà da ben 17 anni. Ma non è solo questione di soldi: «In fondo abbiamo radici contadine, i miei genitori hanno entrambi dieci fratelli» ride Sara Passler, portavoce della rete degli Elki. «Sarà il benessere diffuso, sarà l’abitudine alle famiglie numerose, ma a differenza del resto d’Italia, in Alto Adige non si parla mai di bambini come fonte di preoccupazioni e paure».

All’Elki di Lana, paesone di fondovalle a pochi chilometri da Merano, incontriamo la responsabile Sandra Moszner, berlinese a capo di nove operatrici che animano una rete di almeno seicento famiglie: «I nostri centri sono un antidoto alla solitudine che spesso accompagna i primi anni di maternità» ci dice mentre mamme e bimbi si preparano per la merenda. «Lo scambio, l’amicizia, l’ascolto permettono di affrontare le banali difficoltà prima che si trasformino in veri problemi». Non è solo questione di soldi. E in fondo nemmeno di servizi: «Le mie amiche di Berlino a un mese dal parto lasciano già i bimbi al nido da mattina fino a pomeriggio inoltrato. Qui abbiamo un approccio diverso». La diversità altoatesina è soprattutto questo cambiamento possibile. Anche se molte mamme continuano a prendersi un tempo lungo per stare con i figli, in dieci anni l’assistenza in strutture per la prima infanzia è passata dal 13 al 29 per cento dei bambini totali. Ci sono i classici asili nido, ma sono diffuse soprattutto le Tagesmütter, letteralmente “madri di giorno”, ovvero mamme che, frequentato un corso ad hoc, ospitano fino a cinque marmocchi in aggiunta alla propria prole: «Siamo partiti nel 2007 con un’unica Tagesmutter e 1.700 ore di servizio annue, oggi siamo arrivati a 125 colleghe che offrono 536.000 ore di accudimento per quasi 700 bambini» dice Karin Schölzhorn della cooperativa “Imparare, crescere, vivere con le contadine”.

Quella delle Tagesmütter sembra la quadratura del cerchio: come dice Schölzhorn, permette alle mamme di integrare il reddito e ai bimbi di trascorrere qualche ora in un ambiente che diventa presto una seconda casa. Anche qui sono stati decisivi i finanziamenti della Provincia: «Il costo effettivo del servizio si aggira sui dieci euro l’ora, ma dal 2014 le famiglie pagano tra 0,90 e 3,60 euro l’ora a seconda di reddito e patrimonio». Un sistema ideale che sembrerebbe facilmente esportabile: Karin e le sue colleghe parlano un italiano impeccabile, ma in quindici anni di attività hanno ricevuto solo due chiamate per informazioni da Toscana e Trentino. Non è un caso: gli altoatesini hanno fatto da tempo tesoro del loro essere tedeschi “made in Italy”, il resto d’Italia non ha ancora capito di avere uno spicchio di Scandinavia dentro i confini patrii.

Lavoro e carriera

Poi certo, c’è il lavoro. Inteso come occupazione femminile, che in Alto Adige raggiunge il 65 per cento, contro il 49 della media italiana. E c’è il più alto tasso italiano di dipendenti pubblici: «Nell’amministrazione lavorano soprattutto donne, che hanno facilità a rientrare in carriera dopo periodi anche lunghi di maternità» ci dice Stefan Perini che dirige l’Istituto Promozione Lavoratori dell’Alto Adige. L’Astat, locale franchising dell’Istat, ha rilevato che il tasso di fecondità è maggiore tra le dipendenti a tempo indeterminato rispetto a quelle con contratto a termine, e tra le dipendenti pubbliche rispetto a quelle private. Questo per dire che il desiderio di maternità è trasversale, ma la sua realizzazione è legata anche a un po’ di sicurezza lavorativa: «Ma  il precariato è diffuso anche da noi» aggiunge Perini. «Con la cruciale differenza che, pandemia a parte, la crescita economica ha praticamente azzerato la disoccupazione: se una donna lascia il lavoro per seguire i figli, ha buone probabilità di trovarne un altro quando deciderà di farlo».

Non sono solo i sussidi. I 9,6 figli ogni mille abitanti dell’Alto Adige contro i 5,1 della Sardegna sono frutto di una terra che corre, e di un mercato del lavoro più equo, che paga i suoi diplomati il 62 per cento in più di quello italiano, e i suoi laureati il 34. Tonino Guerra direbbe che anche per riprodursi ci vuole un po’ di ottimismo. Da molti anni è più facile provarne a Bolzano che altrove.

Sul Venerdì dell'8 aprile 2022