A Istanbul c'è una nuova Mosca
di Davide Lerner , Filippo Cicciù , di Davide Lerner, Filippo CicciùIstanbul. "Fate rotta su Istanbul". Con queste parole, il generale dell'Armata dei Volontari della A controrivoluzionaria dei russi bianchi, Pëtr Nikolaevic Vrangel', nemico giurato dei bolscevichi, all'indomani della rivoluzione d'Ottobre gettava la spugna l'11 novembre 1920. Ordinava ai suoi uomini di evacuare Sebastopoli, la principale città della Crimea, invitandoli a fare rotta verso la capitale dell'ormai dismesso Impero Ottomano. Secondo il libro Midnight at the Pera Palace, dell'accademico americano Charles King, negli anni della guerra civile sarebbero arrivati fino a 185.000 i fuggitivi dall'ex Russia zarista, aumentando del 20 per cento la popolazione della metropoli turca. La sola flottiglia di Vrangel'contava 126 imbarcazioni: salpate in pieno inverno fra i garriti dei gabbiani nella foschia rosata della penisola ex dominio ottomano, oggi al centro della contesa fra Kiev e Mosca, raggiunsero tre giorni dopo la part…
Istanbul. "Fate rotta su Istanbul". Con queste parole, il generale dell'Armata dei Volontari della A controrivoluzionaria dei russi bianchi, Pëtr Nikolaevic Vrangel', nemico giurato dei bolscevichi, all'indomani della rivoluzione d'Ottobre gettava la spugna l'11 novembre 1920. Ordinava ai suoi uomini di evacuare Sebastopoli, la principale città della Crimea, invitandoli a fare rotta verso la capitale dell'ormai dismesso Impero Ottomano. Secondo il libro Midnight at the Pera Palace, dell'accademico americano Charles King, negli anni della guerra civile sarebbero arrivati fino a 185.000 i fuggitivi dall'ex Russia zarista, aumentando del 20 per cento la popolazione della metropoli turca. La sola flottiglia di Vrangel'contava 126 imbarcazioni: salpate in pieno inverno fra i garriti dei gabbiani nella foschia rosata della penisola ex dominio ottomano, oggi al centro della contesa fra Kiev e Mosca, raggiunsero tre giorni dopo la parte asiatica di Istanbul, nel quartiere di Moda.
La Storia che si ripete
Nel cuore del lussuoso quartiere di Moda, oggi incontriamo Alyona Yuzefovich, una moscovita di 33 anni, che in Russia lavorava per una società di consulenza ambientale. Un secolo più tardi anche lei è approdata ad Istanbul, temendo la repressione del governo di Vladimir Putin all'indomani dell'invasione dell'Ucraina. Secondo i media turchi, dall'inizio del conflitto sarebbero circa 14 mila i suoi connazionali arrivati in Turchia, ma alcune stime parlano addirittura di oltre centomila persone che fuggono dall'atmosfera cupa della Russia in guerra e dalle ripercussioni economiche delle sanzioni. Gli insegnanti di turco raccontano di essere sommersi di richieste da parte dei nuovi arrivati.
"Tanti vengono qui", ci dice Alyona, ex modella, mentre la figlia di 7 anni, Eugenia, scorrazza per la casa intimidita e sperduta. Nell'ingresso c'è un poster che Alyona ha acquistato appena prima di partire dalla Russia;. C'è scritto: "La casa è dov'è il tuo cuore". "Faccio spesso cene con espatriati russi qui, e scherziamo dicendo che sono raduni di quelli che ai tempi della Rivoluzione del 1917 venivano chiamati emigranti bianchi. Quelli erano pro-monarchia, ma molti di loro erano anche dei democratici. Ovviamente la situazione oggi è molto diversa, ma riesce difficile non fare questo tipo di paralleli. Ci sentiamo come se la nostra identità e il nostro Paese fossero scomparsi".
Ad attrarre in Turchia chi scappa dalla Russia, ci sono motivi politici, economici, o semplicemente il timore di restare bloccati in un Paese isolato. Ma anche altri fattori. Il governo di Ankara ha scelto fin da subito la via dell'equidistanza fra Kiev e Mosca, proponendosi come mediatore ed evitando di applicare le sanzioni imposte dall'Occidente alla Russia per provare a fermare Putin. Inoltre, fatto forse ancor più determinante, la Turchia non ha interrotto i collegamenti aerei con Mosca. Ma tanto non basta a rendere semplice la vita degli espatriati. Ancora Alyona: "Quando Visa e Mastercard hanno tagliato la Russia fuori dai loro circuiti, stavo cercando di pagare un pranzo. Faceva freddo, c'era la neve, stavo traslocando da un Airbnb all'altro e mi sono resa conto che la mia carta di credito era diventata un inutile pezzo di plastica. Ci sono momenti in cui mi sento più migrante e momenti in cui mi sento più rifugiata. Ecco: in quel momento mi sono sentita una rifugiata".
A Istanbul non manca chi approfitta dell'ondata di arrivi. Dal 25 febbraio, Alyona ha abitato in tre case diverse: la terza, quella in cui la incontriamo a Moda, la paga 2.800 euro per meno di un mese, un prezzo altissimo per gli standard di una Turchia la cui moneta l'anno scorso ha perso il 44 per cento del proprio valore. Accadde lo stesso all'epoca dei fuggiaschi dalla rivoluzione del 1917: le cronache del tempo raccontano che gli alberghi di Istanbul specularono sui nuovi arrivati più abbienti. "Tanti amici russi fanno fatica a trovare casa. Altri poi, che non hanno fonti di approvvigionamento di denaro all'estero, fanno i salti mortali per pagare gli affitti, perché non hanno accesso ai conti in banca o hanno perso tutto con la svalutazione del rublo".
Per quanto si opponga duramente alla guerra, la giovane moscovita dice che alcune di queste misure sono controproducenti. "Sento di studenti russi che perdono le borse di studio, giovani oppositori del regime di Putin che si ritrovano esclusi dagli scambi con l'estero a causa delle sanzioni". In Russia, ci dice, c'è una frattura generazionale. "I nostri genitori, soprattutto gli uomini, vivono la guerra come una rivincita per l'umiliazione degli anni della caduta dell'Unione Sovietica. Invece noi giovani siamo contro".
Le altre mete
Il fuggi fuggi dei russi che vedono la propria esistenza sconvolta da una guerra non loro, prende anche direttrici diverse. Una delle destinazioni principali è la Georgia, che è più economica e non richiede visto per un anno, mentre qui l'esenzione dura solo due mesi. Poi ci sono l'Armenia, le repubbliche centro-asiatiche e Dubai - ma solo per i più ricchi. Senza trascurare le altre città della stessa Turchia.
Yulia e Tatjana passeggiano per le stradine lastricate di una delle zone più esclusive del centro storico di Antalya, la perla sul Mediterraneo, sulla costa turca meridionale, amata soprattutto dai turisti russi che ogni anno la affollavano a milioni nella stagione estiva. Qui i bar hanno nomi come "Gagarin", il primo astronauta russo che volò nello Spazio, o "Mamma Ruski", e le insegne dei negozi sono spesso tradotte anche in cirillico. Antalya, dopo Istanbul, è la meta privilegiata dei nuovi russi di Turchia. Secondo il quotidiano economico Dünya, in febbraio la vendita di immobili a stranieri nella città è aumentata del 28 per cento rispetto allo stesso mese del 2021 e a comprare sarebbero in gran parte proprio i russi.
Le due amiche, trentenni, originarie della provincia di Mosca, sono vestite alla moda, ma è chiaro fin da subito che non si trovano in Turchia per una vacanza fuori stagione. "Siamo partite senza sapere quando saremmo tornate, siamo qui a tempo indeterminato", dice Yulia. Da fashion blogger, ci spiega che il divieto imposto dal Cremlino a Facebook e Instagram ha assestato una duro colpo al suo business. In un bar vicino, un'altra giovane russa ci racconta come la madre abbia perso i risparmi di una vita perché stava vendendo casa nei giorni della caduta verticale del rublo. "Ci siamo sentite in trappola dopo quello che è successo, l'atmosfera è davvero pesante. Abbiamo deciso di andarcene a costo di lasciare le nostre famiglie", aggiunge Tatjana.
Secondo Yulia e Tatjana, nessuno in Russia si aspettava che Putin arrivasse fino a ordinare un'invasione. E, come Alyona, dicono che il sostegno per il presidente rimane forte fra gli anziani e nella generazione dei loro genitori, mentre "tra i giovani non è affatto popolare".
Giornalisti in fuga
"Non ho un piano preciso. Non so cosa succederà domani. Non ho idea di dove potrei andare, dove vivrò nei prossimi giorni, nelle prossime settimane". Ksenia Mironova ha 23 anni e da quando ne aveva 17 fa la giornalista. Tra i russi che hanno deciso di fuggire in Turchia non mancano i reporter come lei, spaventati dalla nuova legge sulle "fake news" che prende di mira chi diffonde informazioni che - secondo il Cremlino - possono danneggiare l'"operazione militare speciale" in corso. Le pene prevedono il carcere fino a 15 anni, motivo per cui molti media stranieri hanno preferito richiamare i loro corrispondenti e i loro inviati.
Mironova ha lavorato in passato per il sito di informazione indipendente russo Meduza, e ha preso la decisione di partire per Istanbul in poche ore dopo che il governo ha bollato come "estremista" e chiuso il sito web del canale televisivo Rain, con cui collaborava. Racconta di un contesto già difficile prima dell'invasione. "Negli ultimi quattro anni la situazione era molto peggiorata, molti media indipendenti venivano etichettati come "agenti stranieri". Più di 150 giornalisti indipendenti se ne sono già andati", dice.
Nella cittadina costiera di Belek, a sud di Antalya, il 10 marzo si è tenuto il primo incontro fra il ministro degli Esteri russo Sergey Lavrov e la sua controparte ucraina Dmytro Kuleba dall'inizio della guerra. Il vertice ha fatto fare certamente bella figura alla diplomazia di Ankara, ma - nel momento in cui scriviamo - non ha portato ad alcun progresso fra le parti. Facendo presagire ai russi di Turchia che il loro esilio non finirà a breve.