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Batman. Un supereroe nell'età dell'ansia

Robert Pattinson in The Batman (2022) (Jonathan Olley / © Warner Bros. Entertainment) 
Mentre il nuovo film miete successi al botteghino, ci siamo chiesti che cosa significa davvero l’ennesima metamorfosi dell’uomo pipistrello. Da un punto di vista politico. E non solo
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Nella tela disegnata dalla propria tradizione cinematografica, la descrizione che di sé dà l’ultimo Batman è uno strappo. “Io sono vendetta” confessa al proprio diario, nell’intimità in cui le maschere cadono anche dai volti dei supereroi. In una Gotham City spettacolarmente ombrosa, a tratti vampiresca, umida di minacce criminali, di droga e marciume pubblico e sociale, The Batman di Matt Reeves, interpretato da Robert Pattinson, riscrive la genealogia emotiva di un personaggio che da quando è arrivato al cinema con Tim Burton, nel 1989, non si era mai spinto nel terreno dell’ambiguità fino al punto di sospendere la differenza tra se stesso e il male che combatte.

Chi è andato a vederlo, e sono molti, come testimoniano le cifre del botteghino, si è trovato di fronte un Bruce Wayne che quando non indossa il costume di Batman vive tappato in casa come un nerd o un emo, o qualcosa a cavallo tra i due …

Nella tela disegnata dalla propria tradizione cinematografica, la descrizione che di sé dà l’ultimo Batman è uno strappo. “Io sono vendetta” confessa al proprio diario, nell’intimità in cui le maschere cadono anche dai volti dei supereroi. In una Gotham City spettacolarmente ombrosa, a tratti vampiresca, umida di minacce criminali, di droga e marciume pubblico e sociale, The Batman di Matt Reeves, interpretato da Robert Pattinson, riscrive la genealogia emotiva di un personaggio che da quando è arrivato al cinema con Tim Burton, nel 1989, non si era mai spinto nel terreno dell’ambiguità fino al punto di sospendere la differenza tra se stesso e il male che combatte.

Chi è andato a vederlo, e sono molti, come testimoniano le cifre del botteghino, si è trovato di fronte un Bruce Wayne che quando non indossa il costume di Batman vive tappato in casa come un nerd o un emo, o qualcosa a cavallo tra i due tipi umani, ancora traumatizzato dall’omicidio dei genitori. Non è il playboy miliardario e brillante raffigurato nella gran parte degli altri film di Batman: è un ragazzo ferito, allucinato dalla rabbia, fragile e spaventoso come Kurt Cobain, dentro la cui voce il film si apre e si chiude, sulle note della canzone dei Nirvana, Something in the Way. È per strada infatti, e solo alla fine delle tre ore del film, che stavolta Batman trova quel che solitamente gli era assegnato per statuto: una missione.

Un tipo inquietante

Creatura notturna, Batman è sempre stato un tipo sinistro. Il male e il bene sono in lotta innanzitutto dentro di esso. Eppure, un’interpretazione altrettanto esistenzialistica non si vedeva dal 1939, quando nacque dalla mano del suo creatore, Bob Kane, in un fumetto della DC Comics. Negli anni, Batman è diventato infatti qualcosa di più di un giustiziere dell’ombra. Il suo mito, continuamente narrato, si è arricchito di sfaccettature sempre più complesse, fino a diventare anche un’allegoria politica. Decisivo è stato il 1986, quando Frank Miller disegnò Il ritorno del Cavaliere Oscuro, in piena era reaganiana, dopo i bagordi dei Sessanta e Settanta. «Feci un uso del mondo circostante»  ha raccontato qualche anno dopo «per descrivere una società bisognosa di un genio ossessivo, erculeo e un po’ folle che riportasse l’ordine». Gotham City come New York. La legge e l’ordine.

Capitalista o giustiziere

Praticamente il manifesto conservatore del sindaco di ferro Rudolph Giuliani. In The Batman di Reeves le istituzioni della città sono decrepite, imbrattate dalla corruzione e dal malaffare. L’antagonista di Batman, un omicida seriale enigmatico ed enigmista, le vuole ripulire, aizzando la rivolta violenta, usando i social network per smascherare il lordume delle classi dirigenti e incitando la folla a spazzarle via, un po’ come Donald Trump con gli assalitori di Capitol Hill. Lo smarrimento che prova Batman, in cerca della manifestazione di un destino, corrisponde allo smarrimento di tutti gli Stati Uniti, in crisi dopo aver perso il proprio ruolo nel mondo, secondo un’interpretazione che fa coincidere la neogotica Gotham City non più solo con New York, bensì con l’America tutta (se non con l’intero Occidente).

In questa chiave, Bruce Wayne-Batman diventa una figura polisemica e dicotomica, in cui si riflettono tutta una serie di coppie di antinomie molto politiche, tra il capitalista (è un rampollo della più alta borghesia) e il giustiziere dei più deboli (è però anche erede di una lunga tradizione familiare di filantropia), tra il padrone e il servo della ricchezza finanziaria, tra il custode e la vittima dell’ordine “occidentale” di Gotham City. Questa molteplicità di letture dimostra la piena cittadinanza acquisita nella politica contemporanea dai paradossi postmoderni e dai codici della cultura pop, che si posizionano indifferentemente rispetto all’asse tra sinistra e destra. O in maniera interscambiabile, per cui ritroviamo dei Batman “di destra” e dei “Batman di sinistra”.

Ridi, pagliaccio

L’Uomo-pipistrello e il suo arcinemico per antonomasia, Joker, sono stati due simboli parecchio utilizzati negli anni delle amministrazioni di Barack Obama, e in particolare nel suo finale di partita percorso dalla disillusione rispetto alle promesse di palingenesi e dall’affacciarsi di un’ennesima età dell’ansia. In un’intervista sulla politica internazionale con la rivista The Atlantic nel 2016, Obama paragonò l’Isis a Joker, avendo quale esplicito riferimento il film Il Cavaliere Oscuro (The Dark Knight, 2008) di Christopher Nolan. Mentre l’anno precedente il settimanale The Economist aveva dedicato uno dei suoi editoriali non firmati a una dettagliata comparazione tra il comportamento di Trump e quello di Joker. Una specie di contrappasso, si potrebbe dire, visto che nel 2010 erano stati i repubblicani a promuovere una campagna di comunicazione basata su una caricatura di Obama-Joker con la minacciosa scritta “socialismo”, contraltare dei poster elettorali con gli slogan “Hope” e “Change“ dello street artist Obey.

È invece proprio Batman – quello de Il Cavaliere Oscuro: il ritorno (The Dark Knight Rises) del 2012, sempre di Nolan – a incarnare il “cattivo” secondo Juan Carlos Monedero, uno dei fondatori (e per un periodo l’ideologo numero uno del partito spagnolo Podemos. Il politologo di sinistra radicale ha stabilito un parallelo tra l’insurrezione delle moltitudini capitanate dal mercenario Bane (sfociata nella creazione di uno stato rivoluzionario e nella devastazione della Borsa di Gotham City) e i movimenti antiglobalizzazione, fino alla restaurazione operata da Batman, il gendarme del neoliberismo. Un annuncio delle esplosioni di quella rabbia populista che troverà il proprio leader (inizialmente per caso, ma poi sempre più investito della parte) nel Joker protagonista del film omonimo di Todd Phillips, Leone d’oro di Venezia 2019. Genealogia del “Pagliaccio” e della rivolta antisistema di tutti i colori, da Occupy Wall Street al trumpismo, sino ai gilet gialli. Il cui fragore si avverte anche nell’ultimo Batman.