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Gli indipendentisti d'Europa

Cornamuse e tamburi per l’indipendenza scozzese al parlamento di Edimburgo (Getty Images)
 
Dalla Corsica all'Irlanda, la voglia di separarsi non si è mai placata: ma raramente diventa realtà
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Il sogno è infranto, ma tutt’altro che abbandonato» dissero a Barcellona dopo il referendum stravinto, la proclamazione unilaterale di indipendenza, gli scontri, gli arresti e le condanne dei leader separatisti. E fecero una gran festa in Scozia quando Londra concesse agli indipendentisti un referendum atteso dai tempi di Braveheart e poi clamorosamente respinto dagli elettori. «Un’occasione perduta ma ci riproveremo», commentarono. Un autentico smacco per una terra profondamente europeista che, solo qualche anno più tardi, venne travolta dalla Brexit malgrado una schiacciante maggioranza di scozzesi volesse restare in Europa.

Destino comune con i cattolici dell’Ir…

Il sogno è infranto, ma tutt’altro che abbandonato» dissero a Barcellona dopo il referendum stravinto, la proclamazione unilaterale di indipendenza, gli scontri, gli arresti e le condanne dei leader separatisti. E fecero una gran festa in Scozia quando Londra concesse agli indipendentisti un referendum atteso dai tempi di Braveheart e poi clamorosamente respinto dagli elettori. «Un’occasione perduta ma ci riproveremo», commentarono. Un autentico smacco per una terra profondamente europeista che, solo qualche anno più tardi, venne travolta dalla Brexit malgrado una schiacciante maggioranza di scozzesi volesse restare in Europa.

Destino comune con i cattolici dell’Irlanda del Nord, da sempre in conflitto con la capitale di un Regno al quale non avrebbero mai voluto essere annessi. Una guerra lunga e sanguinosa, oltre trentamila morti, che non ha mai portato al sogno di una fuga da Londra e al ricongiungimento con Dublino. Per non parlare del Kosovo del Nord, al confine con la Serbia. È lì che il “cuore nero” d’Europa ha trovato la sua tana. L’ultradestra, a partire da Forza Nuova, è schierata con Belgrado. Parola d’ordine: al fianco del nazionalismo serbo contro l’indipendenza del Kosovo, contro l’Ue e la Nato. E poi c’è la Corsica, l’isola della bellezza, Kallistè per i greci, un angolo di paradiso nel quale spesso le ragioni nazionalistiche si sono intrecciate con gli interessi di bande criminali che l’hanno costretta a vivere sotto il controllo mafioso. E i Paesi Baschi, sconvolti dall’Eta, tanto per sottolineare come da un angolo all’altro del continente la violenza non è mai servita alla causa separatista, anzi l’ha seriamente danneggiata.

L’elenco delle mille patrie rivendicate e mai ottenute in Europa potrebbe continuare all’infinito. Galizia e Aragona,  per restare in Spagna, l’eterna lotta tra fiamminghi e valloni in Belgio, e il caso Italia, dove i rischi di secessione, dopo i fuochi padani di qualche anno fa, sembrano per il momento scongiurati. Anche se dal Sud Tirolo alla Sicilia, dalla Sardegna al Veneto, continua a resistere una galassia di separatisti che non si separeranno mai. Ognuno chiede qualcosa ma tutti insieme sono spesso incapaci di costruire politiche comuni, spiegano gli esperti. E ciò li rende ancor più deboli di fronte a una globalizzazione che tende inevitabilmente a tagliare – o a ridurre all’indifferenza – i più piccoli. Insomma, sono mutate le radici storiche della protesta e separarsi è diventato ancor più difficile rispetto a prima.