Junqueras: "Il sogno infranto di noi catalani: l'indipendenza dalla Spagna"
di Alessandro Oppes , di Alessandro OppesRoma. "Qui mi sento a casa". Per Oriol Junqueras, che in giovanissima età è stato ricercatore negli archivi segreti del Vaticano, anche tornare per una visita privata e discreta in Italia - "un Paese che amo profondamente, la vostra cultura, la vostra lingua..." - , è un modo per recuperare poco a poco la normalità interrotta bruscamente nelle giornate convulse dell'ottobre 2017.
Junqueras era vicepresidente della Generalitat, l'esecutivo catalano, quando i cittadini vennero chiamati alle urne per un referendum sull'indipendenza nonostante il veto del Tribunale costituzionale. Il governo spagnolo dell'epoca, di centrodestra, guidato da Mariano Rajoy, scelse la via della repressione (le scene della polizia che picchiava a manganellate gli elettori provocarono indignazione nel mondo). Poi arrivò il durissimo intervento della magistratura: l'accusa di "ribellione" per i principali dirigenti separatisti,…
Roma. "Qui mi sento a casa". Per Oriol Junqueras, che in giovanissima età è stato ricercatore negli archivi segreti del Vaticano, anche tornare per una visita privata e discreta in Italia - "un Paese che amo profondamente, la vostra cultura, la vostra lingua..." - , è un modo per recuperare poco a poco la normalità interrotta bruscamente nelle giornate convulse dell'ottobre 2017.
Junqueras era vicepresidente della Generalitat, l'esecutivo catalano, quando i cittadini vennero chiamati alle urne per un referendum sull'indipendenza nonostante il veto del Tribunale costituzionale. Il governo spagnolo dell'epoca, di centrodestra, guidato da Mariano Rajoy, scelse la via della repressione (le scene della polizia che picchiava a manganellate gli elettori provocarono indignazione nel mondo). Poi arrivò il durissimo intervento della magistratura: l'accusa di "ribellione" per i principali dirigenti separatisti, gli arresti, e due anni dopo le condanne. A Junqueras toccò la pena più alta, 13 anni di reclusione per "sedizione e malversazione". Una condanna scontata fino all'estate scorsa, quando a Madrid il governo del socialista Pedro Sánchez ha decretato l'indulto per i leader indipendentisti. Ora ha ripreso a pieno ritmo il suo ruolo di presidente di Esquerra Republicana de Catalunya (il partito che guida il governo regionale con Pere Aragonès), ma non ha potuto recuperare la sua cattedra di Storia all'università perché vige ancora, fino al 2031, l'interdizione dai pubblici uffici.
Junqueras, lei ha trascorso 1.314 giorni in carcere. Un'esperienza che l'ha cambiata come persona. E come politico?
"Quasi quattro anni di carcere per aver organizzato una votazione, per aver collocato delle urne elettorali. Una condanna a tredici anni per un reato che non esiste. Ci hanno accusato di sedizione, che comporta l'incitamento alla violenza. Ma nel nostro caso non c'è mai stata violenza, anzi tutto il contrario: noi abbiamo sempre fatto appello al pacifismo, al civismo. L'esperienza del carcere non mi ha cambiato. Mi ha solo reso più convinto delle nostre idee e del nostro impegno democratico, civico, pacifico, della nostra volontà di essere cittadini che con il voto possono decidere sul futuro della loro comunità politica".
Ripensandoci ora, cinque anni dopo, in quel 2017 in cui rapidamente si accelerò il livello della sfida al governo centrale, non crede siano stati commessi errori anche da parte vostra?
"Noi siamo convinti che la democrazia non sia un errore, perché i problemi della democrazia si risolvono solo con più democrazia. Per questo ora siamo impegnati a costruire una maggioranza democratica sempre più ampia e vogliamo che sia la forza democratica a costringere pacificamente il governo spagnolo a porre fine alla repressione. E a indire un referendum che in questo momento il governo e le istituzioni dello Stato spagnolo non vogliono".
Che cosa intende quando parla di repressione?
"Prima di tutto che ancora oggi, cinque anni dopo, ci sono diversi nostri compagni che rischiano di entrare in carcere proprio per quel referendum organizzato nel 2017. Poi c'è una persecuzione economica, perché vogliono pignorarci i beni, toglierci le nostre case, i possedimenti familiari. E infine c'è una persecuzione lavorativa: io ad esempio sono professore universitario e non posso esercitare, perché sono considerato pericoloso per gli studenti. Non si capisce perché dovrebbe essere pericoloso fare una lezione sulla storia del Giappone e della Cina, alcune delle materie che insegnavo".
In quelle settimane, pensò in qualche momento che la risposta potesse essere così dura da portarla in carcere?
"Personalmente sì, pensavo di correre il rischio di finire in carcere. E infatti in quei giorni ho parlato con la mia famiglia, con mia moglie, e abbiamo valutato che fosse meglio che io andassi in carcere piuttosto che in esilio, perché l'esilio avrebbe comportato conseguenze più difficili a lungo termine: forse avrebbe obbligato la mia famiglia a seguirmi all'estero: avevo due bambini piccoli, il maschio di quattro anni, la femmina di un anno. Ho pensato che avrebbero avuto un futuro più tranquillo con la scuola e con la famiglia nel loro Paese, che non seguendo me in esilio. Ognuno in quel momento ha preso la decisione che riteneva più opportuna. Io ho creduto che fosse meglio accettare il carcere, anche perché era un modo di dare testimonianza della nostra convinzione, della nostra volontà democratica".
Tra chi ha scelto la via dell'esilio, c'è anche l'ex presidente della Generalitat, Carles Puigdemont, leader di Junts per Catalunya. Alcuni lo considerano ancora oggi come il presidente legittimo. Qual è la sua posizione?
"Abbiamo il massimo rispetto personale e politico per tutte le persone che lavorano democraticamente e per tutti nostri compagni. In ogni caso, ci sono state diverse elezioni. E il mio partito, Esquerra Republicana, ha vinto e ha la presidenza del governo catalano".
Che cosa è cambiato nel rapporto con Madrid da quando Pedro Sánchez è presidente del governo?
"Noi abbiamo appoggiato il cambio di governo, la mozione di censura che nel 2018 fece cadere il governo del Pp di Mariano Rajoy e l'ascesa al governo di Sánchez, perché abbiamo pensato che ci fossero più opportunità per il dialogo e il negoziato. Purtroppo pensiamo anche che il governo spagnolo, e in particolare il Partito socialista, non abbia molto interesse a portare avanti questo negoziato: allunga i tempi della trattativa, non sembra che abbia la volontà di risolvere le questioni di fondo che riguardano la fine della repressione e l'organizzazione di un referendum. Noi pensiamo che questo sia un errore, perché la questione persiste: c'è un conflitto democratico tra una parte importante della società catalana e lo Stato spagnolo e si deve negoziare anche su queste questioni. Vorremmo che questo fosse il momento del dialogo, che non si perdesse tempo. Le questioni politiche devono essere risolte politicamente, non con lo scontro, non sul terreno giudiziario".
Ha un rapporto diretto con Sánchez? Vi siete sentiti in qualche occasione?
"No. Credo che non voglia parlare con me perché - suppongo, penso - sono stato in carcere. E quindi immagino che non lo consideri opportuno. Ma in fondo non è questa la cosa importante: ciò che importa è che lui parli con la società catalana, non con me personalmente. E soprattutto che ci sia un dialogo diretto con la rappresentanza istituzionale della Catalogna".
All'interno del movimento indipendentista, non tutti sono aperti - come il suo partito - al dialogo con il governo centrale.
"È vero, c'è una parte del movimento indipendentista che dice che il dialogo non serve a niente. E questa è anche un'affermazione comprensibile, se si considera che il governo spagnolo non mostra un interesse particolare per il negoziato. Ma per noi la trattativa continua ad essere un valore e pensiamo che non si debba abbandonare il tavolo negoziale. Rinunciare a cercare un accordo sarebbe un errore. Anche la comunità internazionale si è appellata a noi perché si trovi una via d'uscita politica, e noi non possiamo non raccogliere questa richiesta. Noi vogliamo essere una repubblica, sì, ma integrata nel concerto delle nazioni libere del mondo e dell'Unione europea".