Francesca Thyssen-Bornemisza, la signora dell’arte e dei mari
di Antonella Barina , di Antonella BarinaMADRID. Francesca Thyssen-Bornemisza percorre le sale del museo di Madrid che porta il nome della sua famiglia, fermandosi davanti ai capolavori che fecero parte della sua eccezionale infanzia. «Questo quadro mi terrorizzava da piccola», racconta indicando il Cristo dolente del Bramantino. «Il suo corpo spettrale, gli occhi che ti fissano disperati... Perfino la luna sembra fare un ghigno». La signora è scossa da un brivido, ma a restituirle il sorriso è una splendida tempera di Carpaccio, Ritratto di cavaliere: «Questo invece era il mio dipinto preferito: facevo a gara con la mamma a individuare gli animali nascosti nel paesaggio». Quindi la sua attenzione è catturata dall’Enrico VIII di Holbein il Giovane: «Mio nonno lo comprò dal conte di Spencer, il nonno di Lady Diana».
MADRID. Francesca Thyssen-Bornemisza percorre le sale del museo di Madrid che porta il nome della sua famiglia, fermandosi davanti ai capolavori che fecero parte della sua eccezionale infanzia. «Questo quadro mi terrorizzava da piccola», racconta indicando il Cristo dolente del Bramantino. «Il suo corpo spettrale, gli occhi che ti fissano disperati... Perfino la luna sembra fare un ghigno». La signora è scossa da un brivido, ma a restituirle il sorriso è una splendida tempera di Carpaccio, Ritratto di cavaliere: «Questo invece era il mio dipinto preferito: facevo a gara con la mamma a individuare gli animali nascosti nel paesaggio». Quindi la sua attenzione è catturata dall’Enrico VIII di Holbein il Giovane: «Mio nonno lo comprò dal conte di Spencer, il nonno di Lady Diana».
La gentildonna ha già oltrepassato vari gioielli che un tempo erano di famiglia, oggi dello Stato spagnolo: i fondi oro trecenteschi di Simone Martini e Duccio di Buoninsegna, santi e Madonne di van Eyck, Paolo Uccello e Benozzo Gozzoli... Ora si avvia verso Raffaello, Cranach, Tiziano, Rembrandt, Caravaggio, lungo la storia dell’arte fino al secolo scorso: «Questo mare increspato di Emil Nolde era sul mobile bar in salotto: i grandi dicevano di vederlo in burrasca quando bevevano troppo». Poco prima si era fermata nel salone degli Impressionisti: «L’Amazzone di Manet era nella camera da letto di mio padre: credo che la sua bellezza lo facesse sognare. Così mi sono vestita come lei, abito e cilindro nero – anche in segno di lutto – quando papà si è sposato con la quinta moglie».
Papà era il barone Hans Heinrich Thyssen-Bornemisza de Kászon, erede di un impero industriale dell’acciaio e del carbone, nonché proprietario della più grande collezione privata al mondo dopo quella della regina Elisabetta: 1.200 dipinti dal XIII al XX secolo e altrettanti oggetti preziosi fra tappeti, argenti, arazzi, gioielli... La mamma, terza moglie del barone, è Fiona Cambell-Walter, top model Anni 50 tra le preferite di Vogue e del fotografo Cecil Beaton. Un matrimonio durato una manciata d’anni, dopo di che Francesca lasciò la casa-museo di Villa Favorita a Lugano, per finire in collegio. Aveva sette anni e ora confessa davanti a due ritratti del barone firmati Lucian Freud: «Veneravo mio padre e detestavo le mie matrigne».
Da papà ha certo preso i tratti somatici, il piglio deciso... e la passione per il collezionismo. Anche se lei punta sull’arte contemporanea e, più che acquistare in aste e gallerie, commissiona con audacia: «Mi affascina incontrare gli artisti e aiutarli a realizzare i loro sogni. Investire su progetti estranei al mercato, rischiando. I risultati non mi hanno mai deluso». E da papà ha ereditato una proprietà sull’isola di Giamaica, dove ancora bambina nuotava tra i pesci e i coralli del reef: «Ci sono tornata decenni dopo con i miei figli: in una sola generazione la vita sommersa era scomparsa. Così ho creato un’area protetta con allevamenti ittici». Di lì la sua seconda passione: la salvaguardia degli oceani. «Il mare produce nuvole e pioggia, ci nutre, collega tra loro popoli lontani. Eppure lo devastiamo sfruttandone le risorse».
Oggi la mecenate ecologista usa la lente dell’arte per denunciare le ferite del mare. La sua TBA21, Thyssen-Bornemisza Art Contemporary del XXI secolo (articolata in una fondazione e in un’accademia diretta dal suo compagno Markus Reymann), ha affittato la chiesa sconsacrata di San Lorenzo, a Venezia, e l’ha ribattezzata «Ocean Space», luogo d’eventi legati al mare. Come la mostra che apre domani (fino al 2 ottobre) curata da Chus Martínez, The Soul Expanding Ocean, L’oceano che espande l’anima, due enormi installazioni fatte di scultura, video, suono. Quella dell’artista portoghese Diana Policarpo che, dopo un viaggio di ricerca nelle Isole Selvagge con un team di scienziati, denuncia la presenza nell’Atlantico di alghe tossiche per i pesci. E quella della sudafricana Dineo Seshee Bopape che, dopo una spedizione scientifica alle Isole Salomone e un soggiorno in Giamaica, ha lavorato sul legame tra oceano e schiavitù nel nostro passato coloniale.
Sempre animate dal credo ambientalista (e da opere sponsorizzate da TBA21) sono altre due mostre aperte in Spagna. Emotional Landscapes, video-installazioni dell’islandese Ragnar Kjartansson sul fascino emotivo dei paesaggi, al Museo Thyssen-Bornemisza di Madrid. E Abundant Futures, una selezione di opere della collezione di Francesca che denunciano gli eccessi provocati dal consumismo – a detrimento del Pianeta – nel Centro per la Creazione Contemporanea dell’Andalusia, a Cordova, con cui TBA21 ha appena firmato una collaborazione triennale.
L’intraprendente collezionista indossa uno spolverino bianco e nero a disegni geometrici, da cui fan capolino i volti dei Beatles, e un paio di sneakers, in stile andante chic. Cinque anni fa ha divorziato dall’arciduca Carlo d’Asburgo-Lorena (nipote di Carlo I, ultimo imperatore d’Austria, re d’Ungheria e di Boemia), dopo 24 anni di matrimonio e tre figli. Ora risiede nel Principato di Monaco e, tra le altre proprietà, ha un pied-à-terre a Madrid: ingresso a righe oro, nere e bianche, firmato dall’artista scozzese Jim Lambie, con un mobile bar di Gio Ponti. Salotto con divani viola e opere di Walid Raad, libanese residente a New York che qui si è ispirato alle collezioni di più generazioni di Thyssen. A partire da quella del bisnonno August, fondatore della dinastia di industriali, amico e patrono di Rodin, passando per la raccolta d’arte rinascimentale di nonno Heinrich, che sposò la figlia del ciambellano dell’imperatore Francesco Giuseppe e ottenne il titolo di barone, per arrivare fino al tesoro da record mondiale di papà Hans.
Anni fa andai a intervistare il padre di Francesca nel suo pagano paradiso terrestre di Lugano: fu come incontrare Monsieur Louvre o il Signor Uffizi. Da epicureo inquieto, aveva piazzato le sciantose di Toulouse-Lautrec sulla scalinata interna, un tormentato trittico di Bacon accanto al bagno. E aveva appena firmato un accordo con la Spagna per il prestito di 730 dipinti, clou della sua pinacoteca, di cui in seguito avrebbe negoziato la vendita. Alla sua morte nel 2002, ciò che rimaneva della collezione passò per metà all’ultima moglie Carmen Cervera, ex Miss Spagna, ex consorte di uno dei Tarzan dello schermo, e per l’altra metà ai quattro figli del barone. Oggi è quasi tutta riunita nel museo Thyssen di Madrid, a cui Carmen presta la sua parte (per sei milioni e mezzo di euro l’anno).
Figlia e nipote d’arte, Francesca si iscrive dopo la scuola a una prestigiosa accademia di Londra. Ma negli Anni 70-80 la città è piena di seduzioni ed è naturale che una giovane perla dell’alta società morda il freno. Studia recitazione («Ho conquistato solo due particine in piccoli film, ma una grande fiducia in me stessa»); si cimenta nella fotografia; fa la modella; calca il palcoscenico come corista dei Visage, gruppo New romantic... «Volevo sperimentare tutto e ho perso un po’ la strada». Ma il grande amore resta il padre: con lui fa viaggi memorabili («Non dimenticherò mai la visita ai depositi sotterranei dell’Hermitage a San Pietroburgo») e torna a vivere a Lugano, dove lavora alla collezione. Fino alle nozze da favola con il capo della Casa d’Asburgo, nel ‘93, e il trasferimento a Vienna.
Poi la trasformazione da protagonista del bel mondo a collezionista filantropa, una delle figure più influenti della scena artistica contemporanea. «Ancora bambina ho intuito che l’arte è una cosa vitale. Da adulta ho capito il perché: non è un semplice “riflesso” della realtà, altrimenti rispecchierebbe ciò che tutti possiamo vedere. L’arte ha la straordinaria capacità di cogliere ciò che è invisibile ai più. Gli artisti sono le antenne del mondo».
Sul Venerdì dell'8 aprile 2022