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Perché il Tigray non ci interessa

Michele Serra in un disegno di Gipi 
PER POSTA. Ogni settimana Michele Serra risponde ai lettori del Venerdì. Il mondo è fortemente interconnesso economicamente, ma fortemente diviso su quasi tutto il resto
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Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Michele Serra, sono da anni in contatto con un villaggio in Tigray (Etiopia). Sono stata molte volte in quella regione, bella da levare il fiato, ricca di tesori artistici e di testimonianze storiche che raccontano di antiche civiltà (il regno axumita, la regina di Saba, gli affreschi delle chiese rupestri) e un passato vicino di imprese coloniali italiane fatte anche di orrori (i gas nervini). Ho amici e amiche che vivono là. Ma di loro da mesi non riuscivo ad avere nessuna notizia, non sapevo neppure se fossero vivi o morti. Dal novembre 2020, dopo siccità, invasione di cavallette e Covid, in Tigray è arrivata la guerra. Una guerra civile feroce, con le milizie tigrine contrapposte all’esercito federale etiope. Col consueto carico di orrori: morti, saccheggi, stragi, violenze, stupri. Non ho spazio per raccontare quel (poco) che so di questa gu…

Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma

Caro Michele Serra, sono da anni in contatto con un villaggio in Tigray (Etiopia). Sono stata molte volte in quella regione, bella da levare il fiato, ricca di tesori artistici e di testimonianze storiche che raccontano di antiche civiltà (il regno axumita, la regina di Saba, gli affreschi delle chiese rupestri) e un passato vicino di imprese coloniali italiane fatte anche di orrori (i gas nervini). Ho amici e amiche che vivono là. Ma di loro da mesi non riuscivo ad avere nessuna notizia, non sapevo neppure se fossero vivi o morti. Dal novembre 2020, dopo siccità, invasione di cavallette e Covid, in Tigray è arrivata la guerra. Una guerra civile feroce, con le milizie tigrine contrapposte all’esercito federale etiope. Col consueto carico di orrori: morti, saccheggi, stragi, violenze, stupri. Non ho spazio per raccontare quel (poco) che so di questa guerra, o per cercare di attribuire ragioni e torti. Diciamo che neppure mi interessa. Ciò che importa è che il governo federale etiope – presieduto dal Nobel per la pace 2019 Abiy Ahmed – oltre a inviare l’esercito, ha bloccato da mesi in tutto il Tigray le comunicazioni telefoniche, l’accesso a internet, la possibilità di prelevare soldi dal proprio conto corrente. Gli aiuti umanitari non riescono a entrare nella regione, così come gli osservatori internazionali e i reporter. I prezzi di cibo, carburanti e combustibili sono alle stelle. Negli ospedali mancano medicine e altre forniture. La stessa Oms segnala che denutrizione e rischio di morte per fame interessano nella regione milioni di persone. Gli abitanti del Tigray sono isolati dal mondo, non possono comunicare neppure tra di loro e non hanno nessuno che racconti quello che sta succedendo.Tutto questo avviene nel silenzio. Non ci sono interviste, foto, video, commenti, manifestazioni, raccolte di aiuti (che comunque non riuscirebbero ad arrivare). Nessuno ne parla – di questo come di molti altri conflitti. Purtroppo non c’è solo l’Ucraina. Ci sono anche guerre che non ci danno ansia perché riguardano un altro continente, non comportano rischi nucleari, non pregiudicano forniture di gas o petrolio.
Maria Adele Signorini

Grazie per averci richiamato a una realtà brutale e innegabile: ci sono guerre che non ci interessano (e la parola “interesse” va letta nel suo doppio significato, interesse economico, interesse mediatico). Non serve fare della retorica, basta dire le cose come stanno: la globalizzazione è un fenomeno economico, non politico, non culturale. Il mondo è fortemente interconnesso economicamente, ma fortemente diviso su quasi tutto il resto, in primo luogo nella definizione (e nel rispetto) di quei diritti umani che ci stanno più o meno a cuore a seconda che siano vicini o lontani. Si veda la bella e giusta disponibilità a soccorrere i profughi dell’Ucraina, l’evidente fastidio nei confronti di migranti e profughi di guerra che non hanno la nostra stessa cultura religiosa e i nostri stessi tratti somatici. Non esiste una dimensione globale del diritto, del rispetto e della pietà. Non per caso le istituzioni internazionali ci appaiono così impotenti e così deboli. Nazionalismo e tribalismo (il primo è solo una forma più evoluta del secondo) sono, come dall’alba dei tempi, il vero motore psicologico-culturale delle guerre, ci si odia e ci si scanna, nel mondo, per ragioni territoriali e identitarie che non hanno niente a che vedere con una visione “globale” dell’umanità. Anzi, ne sono l’evidente negazione. Possiamo fare poco, temo. Ma almeno smetterla di parlare a vanvera di “globalizzazione”, quello possiamo farlo. Siamo ancora, in pieno, nell’epoca delle tribù.  

Sul Venerdì dell'8 aprile 2022