C’è vita oltre le app
di Michele Serra , di Michele SerraScrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, la lettrice Ilaria parla della presunta mentalità dei giovani a “non sporcarsi le unghie ben curate in campagna”. Ma chi se non lei e tutti noi dovrebbe trasmettere ai nostri ragazzi l’amore e la passione per la propria terra e per il lavoro in genere? Siamo sicuri che questi commenti siano motivanti per loro? O forse stiamo creando proprio noi, in questi bravi giovani, l’ansia di non essere in grado, di non essere abbastanza, di non sapere fare o essere come coloro che in genere non danno un bello spettacolo di sé e del lavoro che svolgono? In genere è l’esempio dei familiari che ci guida nei comportamenti e nelle scelte, almeno all’inizio dei nostri percorsi. Diamo fiducia ai nostri ragazzi e spendiamo un po’ del nostro prezioso tempo di genitori, investito nei centri estetici, palestre e chirurghi plastici (…
Scrivete a lapostadiserra@repubblica.it o a Il Venerdì, via Cristoforo Colombo 90, 00147 Roma
Caro Serra, la lettrice Ilaria parla della presunta mentalità dei giovani a “non sporcarsi le unghie ben curate in campagna”. Ma chi se non lei e tutti noi dovrebbe trasmettere ai nostri ragazzi l’amore e la passione per la propria terra e per il lavoro in genere? Siamo sicuri che questi commenti siano motivanti per loro? O forse stiamo creando proprio noi, in questi bravi giovani, l’ansia di non essere in grado, di non essere abbastanza, di non sapere fare o essere come coloro che in genere non danno un bello spettacolo di sé e del lavoro che svolgono? In genere è l’esempio dei familiari che ci guida nei comportamenti e nelle scelte, almeno all’inizio dei nostri percorsi. Diamo fiducia ai nostri ragazzi e spendiamo un po’ del nostro prezioso tempo di genitori, investito nei centri estetici, palestre e chirurghi plastici (che è giusto ci siano, per carità… non vorrei inimicarmi queste categorie di rispettabili lavoratori) nel parlare e comunicare con loro, facciamo vedere il bello del nostro lavoro (qualunque esso sia), allarghiamo i loro orizzonti cercando forme collettive di coinvolgimento... e non dimentichiamo che essi si trovano a vivere fra epidemie e guerre – di cui non hanno colpe – il delicato periodo dell’adolescenza e della maturità.
Sabrina Campolongo (Paola, CS)
È vero, la passione e l’impegno sono cose che si trasmettono con l’esempio assai più che con le parole. C’è un contagio adulto-ragazzo, nel bene e nel male, che trasmette virtù e vizi di generazione in generazione. E dunque, come lei dice, “far vedere il bello del nostro lavoro” è di gran lunga la cosa più utile che possiamo dare in dote a chi si affaccia alla vita.
Detto questo non possiamo nasconderci, cara Sabrina Campolongo, che qualcosa di profondo è cambiato tra gli umani, qualcosa che trascende di gran lunga anche il rapporto genitori-figli. E non possiamo fare i conti senza l’oste. Questo qualcosa è un “salto” tecnologico così gigantesco che, essendone nel bel mezzo, ancora non sappiamo misurare fino in fondo. Il lavoro manuale e la fatica fisica rischiano di sembrare residui del passato, e in parte lo sono: se non ariamo più i campi con i buoi, ma con il trattore, è perché la seconda cosa è infinitamente più veloce e funzionale. Ma se ordiniamo il cibo con una app pur di non uscire di casa (presto ci imboccherà un drone), perdiamo in un colpo solo diverse facoltà: camminare, socializzare, conoscere il mondo, cambiare programmi e prospettive, eccetera. Il famoso “perché non esci a prendere una boccata d’aria?” con il quale i nostri genitori cercavano di liberarsi dei nostri bivacchi di adolescenti rischia, tra poco, di diventare una specie di appello alla sopravvivenza della specie: esci, per carità, che fuori c’è la vita quella vera. Credo che la lettrice Ilaria volesse alludere soprattutto a questa specie di atrofizzazione (che è al tempo stesso fisica e psichica) che minaccia i più giovani per una ragione ovvia: ci sono cresciuti dentro. L’effetto “culo nella bambagia” tipico delle società del benessere è decuplicato da comfort tecnologici che disabituano ad affrontare difficoltà e risolvere problemi con le sole proprie forze. Il diffuso stato d’ansia e di insicurezza di molti ragazzi suggerisce una crescente disabilità a sopportare pesi e superare ostacoli, così che il minimo intoppo diventa un dramma. Ma non esiste la app giusta, per affrontare la vita. Dunque, Sabrina, è inevitabile che noi “vecchi” un poco ci si preoccupi, e non per nostro vezzo anagrafico, ma perché si vorrebbero vedere i figli e i nipoti ben muniti di fronte alla vita. Quanto a trasmettere passione, non poche delle mie passioni (scrittura compresa) comportano una fatica proporzionale alla soddisfazione. E dunque, a costo di sembrare un vecchio rompiballe, non riesco a non pensare che la rinuncia alla fatica è, quasi sempre, anche rinuncia alla gioia, e alla pienezza della vita.
Sul Venerdì del 15 aprile 2022