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Lev Ponomariov, ora e sempre dissidente

Un gruppo di agenti anti-sommossa arresta Lev Ponomariov, oggi 80 anni, a Mosca, a una protesta di fronte agli uffici dei servizi segreti: è il 2020 (Alamy / Ipa) 
Già consigliere di Sacharov, si batte per una Russia democratica fin dai tempi dell’Unione Sovietica. Oggi è il principale nemico di Putin e ci dice: "Dobbiamo fermarlo prima che..."
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Mosca. La vernice sui muri è ancora fresca, ma non è bastata a mascherare le lettere "Z" e "V" marchiate a spray, diventate il famigerato simbolo dell'avanzata militare russa in Ucraina. Lev Ponomariov scuote testa e braccia. "Ormai ho perso il conto degli attacchi. Mi hanno pedinato, aggredito, insultato. Mi hanno gettato addosso monetine e un liquido puzzolente, forse anche nocivo. Hanno vandalizzato l'ufficio con scritte e adesivi "Esci fuori, traditore" e la mia abitazione con il graffito "Qui vive un difensore dei terroristi". La cosa peggiore è che gli autori dei raid sono associati alle forze dell'ordine. Chi altro può sapere dove abito?".

Ponomariov in un ritratto che lo presenta come un agente segreto di Paesi stranieri 

Da quando il presidente Vladimir Putin ha evocato "l'…

Mosca. La vernice sui muri è ancora fresca, ma non è bastata a mascherare le lettere "Z" e "V" marchiate a spray, diventate il famigerato simbolo dell'avanzata militare russa in Ucraina. Lev Ponomariov scuote testa e braccia. "Ormai ho perso il conto degli attacchi. Mi hanno pedinato, aggredito, insultato. Mi hanno gettato addosso monetine e un liquido puzzolente, forse anche nocivo. Hanno vandalizzato l'ufficio con scritte e adesivi "Esci fuori, traditore" e la mia abitazione con il graffito "Qui vive un difensore dei terroristi". La cosa peggiore è che gli autori dei raid sono associati alle forze dell'ordine. Chi altro può sapere dove abito?".

Ponomariov in un ritratto che lo presenta come un agente segreto di Paesi stranieri 

Da quando il presidente Vladimir Putin ha evocato "l'auto-epurazione" invitando i "veri patrioti" a isolare "i traditori" e a "sputarli come moscerini volati accidentalmente in bocca", i pochi oppositori russi che non sono ancora stati incarcerati o non hanno scelto l'esilio sono finiti nel mirino. Primo fra tutti Ponomariov, nuovo "nemico pubblico numero uno" qui a Mosca.

Mentre parliamo nell'ufficio zeppo di scartoffie e incartamenti della sua organizzazione, il "Fondo in difesa dei detenuti", l'infaticabile attivista a dispetto dei suoi ottant'anni ogni tanto risponde al telefono o dà istruzioni ai suoi giovani collaboratori che ticchettano sui pc. "Siamo riusciti a far aprire un procedimento penale contro due guardie del carcere di Irkutsk dove decine di detenuti sono stati vittime di torture e violenze sessuali. Continuo a fare il mio lavoro sperando che non mi sbattano dentro. Difendere i diritti umani è la mia vocazione da oltre trent'anni".


Nemico del popolo

Uno degli ultimi capofila rimasti della dissidenza sovietica, nel dicembre 2019 Ponomariov è stato il primo ad essere bollato come "agente straniero", il marchio d'infamia d'era putiniana erede del "vrag naroda", "nemico del popolo", che veniva affibbiato alle vittime di Stalin. Quando è iniziata quella che qui si chiama solo "operazione militare speciale" in Ucraina, è stato Ponomariov a indire i primi picchetti pacifisti e a lanciare la petizione che in oltre un mese e mezzo ha raccolto il numero record di 1,2 milioni di firme. E pochi giorni fa, insieme ad altri dieci attivisti e storici dissidenti, ha creato il "Consiglio dei difensori dei diritti umani" e siglato un "manifesto" per "proteggere le vite, i diritti e le libertà di ucraini e russi". "I servizi segreti hanno sempre odiato la gente come me che lotta per costruire una Russia democratica", ci dice.

Febbraio 2022, in ricordo di Boris Nemtsov, ucciso nel 2015 (Alamy / Ipa) 

Una battaglia che Ponomariov ha abbracciato da ragazzo. "Già a 16 anni ero un convinto antistalinista e anticomunista, ma non ero pronto a passare all'azione. Il sistema era troppo duro". Come molti dissidenti sovietici, sceglie la carriera di fisico perché la scienza era l'unica area dove veniva tollerato il pensiero critico. "Non eri obbligato a prendere la tessera del Partito comunista". La svolta arriva alla fine degli anni 80, quando la perestrojka - il processo di riforme voluto dall'allora presidente Mikhail Gorbaciov - sembra portare un vento di libertà. "Capii che per prima cosa bisognava condannare l'epoca di Stalin". È così che nell'88 Ponomariov diventa uno dei fondatori di Memorial, la più longeva organizzazione per i diritti umani, che ha indagato sulle purghe staliniane e documentato la repressione della Russia contemporanea prima di diventarne vittima essa stessa: è stata liquidata poche settimane fa.

Ponomariov nel 2013 negli uffici della sua Memorial (Getty Images) 


All'opposizione

"Putin ha epurato il campo politico. Ha provato ad ammazzare Aleksej Navalny poi lo ha messo in galera. Ha incarcerato migliaia di manifestanti, chiuso i media indipendenti e le ong come Memorial. Ci ha tolto la voce. Ci ha reso muti", commenta Ponomariov, prima di tornare a riannodare il filo dei ricordi: "Era così anche sotto l'Urss". Quando, nel marzo 1989, si tengono le prime elezioni semilibere, Lev Aleksandrovich diventa il consigliere del neoeletto deputato Andrej Sakharov, già Nobel per la Pace. "Sarebbe potuto diventare il nostro Havel. Il suo mandato durò poco, spirò pochi mesi dopo. Non escludemmo che fosse stato "aiutato" a morire. La moglie, Elena Bonner, essendo impossibile trovare le prove, ci impedì però di condividere i nostri sospetti".

Andrej Sacharov (Getty Images) 

Alla morte di Sakharov, è Ponomariov a diventare deputato, prima del Soviet e poi della Duma, e il motore del movimento "Russia democratica" che contribuì alla caduta dell'Urss. La sua piattaforma politica non solo aiuta Boris Eltsin a venire eletto, ma organizza molte manifestazioni di massa. "Come Sakharov, non ero un grande oratore ma un organizzatore. Fui anche nominato a capo della commissione d'inchiesta sul golpe del 1991".

Il 1993 segna la rottura con Eltsin. "Si avvicinò ai siloviki (gli uomini dei servizi, ndr) che lo convinsero a lanciare la prima guerra cecena. "Russia democratica" diventò un movimento d'opposizione. Mi ricandidai alla Duma, ma non venni eletto. Decisi di dedicarmi a tempo pieno all'attivismo". Nel 1997 fonda il gruppo "Per i diritti umani" (Za Prava Cheloveka). "Il nostro motto era: "Diritto, giustizia e compassione"", ci dice mostrandoci il grande stendardo blu che ancora campeggia su una parete dell'ufficio benché l'organizzazione non esista più. Dopo essere stata dichiarata "agente straniero", un anno fa è stata tra le prime ong a cadere sotto l'accetta della repressione putiniana.

Alexei Navalny (Getty Images) 


"Il mio appello? Vattene"

È sopravvissuto solo il "Fondo per i detenuti" che negli ultimi anni ha difeso gli anarchici della Rete, i seguaci dei Testimoni di Geova e gli islamisti di Hizb ut-Tahrir, tutti movimenti messi al bando dopo essere stati etichettati come "estremisti" alla stregua dei terroristi di Al Qaeda. "Tutta la vita politica è gestita dai servizi segreti. Ormai vige il fascismo, o meglio il "rascismo": un potere criminale che dovrebbe essere processato all'Aia. Non siamo ancora tornati all'Urss, ma ci stiamo avvicinando. La differenza è che oggi tutto è imprevedibile. Le leggi cambiano sempre in peggio. Senza logica. Abbiamo assistito a omicidi politici, all'avvelenamento di Navalny e ora all'offensiva in Ucraina". 

Con Garry Kasparov, scacchista e attivista (Getty Images) 

La colpa, sostiene Ponomariov, è dei politici che sostennero l'ascesa di Putin. "All'epoca dissi" e s'infervora  "che far diventare presidente un ex agente dell'Fsb sarebbe stata la cosa peggiore che potesse capitare alla Russia. Quando diciamo Putin, diciamo Fsb. Quando diciamo Fsb, diciamo Putin. Senza Putin non ci sarebbe tutto il male che c'è". Negli occhi ha le immagini delle atrocità commesse in Ucraina. "Non mi sarei mai aspettato che i miei compatrioti potessero essere capaci di simili barbarie. Ma la colpa ultima è di Putin. Per questo ho lanciato un nuovo appello: "Putin, vattene"".

Sono sortite come queste che hanno procurato a Ponomariov la palma di attivista tra i più perseguitati. Solo nell'ultimo mese è stato fermato due volte e ha subìto innumerevoli raid. "Per i patrioti sono un traditore. Ma per me è una medaglia d'onore", dice mostrandoci un suo ritratto con gli occhiali scuri in versione "agente straniero". "Viviamo in un mondo capovolto. Come in un romanzo di Orwell. I patrioti sono i mascalzoni che fanno soldi e i difensori dei diritti umani sono agitatori. Ed è stato Putin a ribaltare la realtà. Un pazzo paranoico. Se non lo fermiamo, ci condurrà alla terza guerra mondiale. Una guerra nucleare".

Aprile 2009, in ricordo della giornalista Anna Politovskaja (Alamy / Ipa) 

Sul Venerdì del 15 aprile 2022