Bob Odenkirk, star di Better Call Saul: "Tutto ok, non sono morto"
di Riccardo Staglianò , di Riccardo StaglianòMeglio chiamare un medico. Bob Odenkirk si è accasciato a terra. Sul set ad Albuquerque, New Mexico, dove sta girando la sesta e ultima stagione di Better Call Saul (in onda su Netflix dal 19 aprile), la serie su un avvocato da tre soldi, con una moralità malleabile come la gomma da masticare, che è entrata nella premier league degli show televisivi di tutti i tempi. Fortunatamente non è ancora rientrato nel camerino, come fa di solito, per guardare un po' di baseball e fare la cyclette. Rhea Seehorn, sua moglie Kim nella finzione, lo vede e grida. Il medico della produzione interviene subito. Alla terza scarica di defibrillatore il cuore ritrova una pulsazione quasi normale. Lo portano all'ospedale, gli mettono due stent e lui non ricorderà niente dell'accaduto.
Meglio chiamare un medico. Bob Odenkirk si è accasciato a terra. Sul set ad Albuquerque, New Mexico, dove sta girando la sesta e ultima stagione di Better Call Saul (in onda su Netflix dal 19 aprile), la serie su un avvocato da tre soldi, con una moralità malleabile come la gomma da masticare, che è entrata nella premier league degli show televisivi di tutti i tempi. Fortunatamente non è ancora rientrato nel camerino, come fa di solito, per guardare un po' di baseball e fare la cyclette. Rhea Seehorn, sua moglie Kim nella finzione, lo vede e grida. Il medico della produzione interviene subito. Alla terza scarica di defibrillatore il cuore ritrova una pulsazione quasi normale. Lo portano all'ospedale, gli mettono due stent e lui non ricorderà niente dell'accaduto.
"È così iconico" scrisse Martin Amis di John Travolta e delle sue discese ardite e risalite professionali "che dovrebbe essere morto. Ma non è morto, non più". Saul Goodman, il nome d'arte con cui Jimmy McGill reclamizza nella fiction i suoi servizi legali, allude a "it's all good, man", va tutto bene ragazzo, sono io quello che risolverà i tuoi problemi. E, a vederlo dall'altro capo di Zoom, va veramente tutto bene. L'attore non è morto, non più. È in forma smagliante. Dall'incidente dell'anno scorso ha scritto un'autobiografia, Comedy Comedy Comedy Drama, girato un film in cui interpreta il vendicatore della porta accanto, pensato una serie agrodolce sulle sétte e si appresta a dare l'addio al personaggio che gli ha fatto compagnia per oltre un decennio fruttandogli 21 Emmy, 11 Writers Guild of America Awards e quattro Golden Globe, più una dozzina di altri trofei, un bottino inedito nella storia della tv.
Ha imparato niente da quello spiacevole evento? "Lì per lì niente. Ho un totale buco nero di otto giorni. Ma poi ci ho pensato a lungo e posso rispondere come farebbe qualsiasi persona di cinquantanove anni: voglio lavorare meno. Mi rendo conto di non essere originale. Intervistato da Esquire, alla domanda su cosa avrebbe cambiato se avesse potuto tornare indietro, Paul Newman risponde allo stesso modo: avrei lavorato meno. Ecco, oggi lo capisco meglio. E sto provando a tornare in possesso del tempo per essere più presente con i miei familiari e amici perché so bene che siamo in circolazione per un periodo di tempo assai limitato".
"Saul? Vuole essere amato"
Se non fosse tutto vero, il contrattempo cardiaco avrebbe potuto essere una coerente trovata di Vince Gilligan e Peter Gould, i due sceneggiatori di Breaking Bad (BB) prima, dove l'avvocaticchio Saul fa capolino, con la previsione di esserci per tre-quattro episodi e poi rimanerci, torreggiante, per dodici anni, compresi quelli di Better Call Saul (BCS), il prequel sviluppato sull'enorme successo di questo formidabile antieroe. Perché Saul è, prima di tutto, un uomo danneggiato che, durante tutto il suo arco narrativo, fa di tutto per essere visto, riconosciuto e infine amato dalle persone cui tiene di più: il fratello, avvocato di successo e la moglie, legale di grandi società mentre lui è rimasto a tutti gli effetti un ambulance chaser, un "parafangaro" che arriva come un avvoltoio sul luogo di qualche incidente e non ha problemi a mettere la sua faccia su un enorme cartellone pubblicitario, con quel nomignolo assurdo che lo renderà popolare ma mai rispettato.
Da groupie dichiarato gli chiedo come sia stato possibile che la prima puntata di BCS avesse scoraggiato tanti entusiasti spettatori di BB. "Quella di Walter White è la storia universale di ogni cinquantenne che sperimenta una crisi di mezza età, con le tensioni tra marito e moglie, le pressioni finanziarie: tutti potevano identificarcisi. Mentre BCS è una storia in cui è molto più difficile rispecchiarsi: devi essere un avvocato cui le cose non vanno troppo bene, un po' delinquente, con un fratello maggiore verso cui provi gran risentimento. Insomma non c'è niente di universale. Tranne la ricerca di sé, ciò che si vuole davvero essere nella vita, tipica di un trenta-quarantenne e che a Saul succede un po' più tardi". Forse, più semplicemente, è che subito dopo aver visto BB le aspettative erano troppo alte, i paragoni troppo incalzanti. Dice: "Nemmeno gli scrittori sapevano bene, all'inizio, cosa fare. Volevano qualcosa che fosse diverso da BB ma che si situasse nello stesso universo. E hanno compiuto uno straordinario lavoro. Non solo: adesso che ho girato anche l'ultima stagione, sebbene ovviamente non possa dir niente a riguardo, anche alcuni aspetti di BB si possono leggere sotto a una nuova luce".
Il cronista, che ha potuto vedere solo il primo dei tredici nuovi episodi, può solo confermare l'immenso piacere di rivedere, come in una riunione di famiglia, il sanguinario Lalo Salamanca, scampato a un regolamento di conti ordito da Gustavo Fring, il gelido narco che usa come copertura i fast food di Los Pollos Hermanos; lo zio Hector, il patriarca muto in sedia a rotelle che comunica a colpi di campanello da reception; lo spicciafaccende Mike Ehrmantraut, una specie di Leibniz a servizio del male, con una sorprendente coerenza interiore, e il resto dell'insuperabile fauna umana che si muove intorno a Jimmy e Kim.
"Walter White è un'altra cosa"
BB siede indisturbata, con buona pace degli scettici, nel pantheon delle migliori serie di sempre. Eppure Saul è un personaggio con cui empatizziamo più che con Walter White: come se lo spiega? "Non è strano. Walter è un personaggio dal cuore calcificato, un maschio introverso, duro, leale, un tipo che tutti riconosciamo ma che non ispira abbracci. Saul, a dispetto di tutte le scorciatoie da furfantello che prende, ha un sorriso, sembra meno pericoloso anche se, in questa stagione, diventerà più duro. Insomma, è facile volergli bene perché è consapevole della sua natura difettosa, una consapevolezza che lo menoma, lo fa soffrire. E tendiamo a entrare in relazione emotiva con persone così". Un critico ha scritto che Walter cerca il potere, Saul l'amore. "Sì. Ciò che Saul vuole, da quando era piccolo, era essere rispettato dal fratello brillante (che, per evitare che finisca male, lo fa entrare come fattorino nel suo studio legale). Continua, anche da adulto, a vedersi attraverso gli occhi di lui e l'immagine che ottiene non lo soddisfa. Poi fa lo stesso con la moglie. Sono entrati insieme nello studio ma lei, più concentrata, si occuperà di diritto societario, mentre lui di rubagalline. Ecco, nel suo caso l'amore equivarrebbe al riconoscimento da parte di queste due persone, centrali nel suo mondo, che anche lui è bravo. Ma le chance che ciò avvenga non sono altissime". Alla fine, nonostante il draconiano accordo di confidenzialità a cui è tenuto, qualche generica anticipazione filtra.
Vecchia vita da mediano
Odenkirk ha iniziato molto giovane come autore per il Saturday Night Live dove scriveva battute anche per il Chris Rock inopinatamente preso a schiaffi in mondovisione da Will Smith, prima di mettersi in proprio con David Cross (quello di Arrested Development) in una serie comica di pubblico contenuto ma motivatissimo, Mr Show with Bob and David, di cui Netflix ripropone oggi una specie di remake piuttosto divertente. Alla domanda su cosa abbia in comune con Saul ha sempre premesso di essere "un bravo ragazzo cattolico" dell'Illinois, cresciuto in una famiglia di sette fratelli, con un padre assente, anaffettivo, di mano pesante quando si trattava di versarsi il whisky. Un problema di riconoscimento, a occhio, l'avrà avuto anche lui.
Ma conferma: "Non abbiamo troppe cose in comune. Provo più empatia per Jimmy (la versione più perdente del personaggio, prima di allentare i freni inibitori professionali) che per Saul. Ma anche lui è guidato troppo da risentimento e inadeguatezza che non sono esattamente le forze che motivano me. Sono molto più rapido nel lasciar correre qualsiasi torto subito. Sono uno che va avanti. Perché non penso di essere così importante né che si viva abbastanza a lungo per perdere tempo con questo tipo di sentimenti. Anch'io cerco l'approvazione degli altri, ovviamente, ma non a quei livelli".
La vera passione? Gli sketch
I suoi amici, David Ross in testa, confermano: "La cosa che gli interessa di più sono gli sketch". Odenkirk cita Del Close, un suo insegnante di recitazione che aveva avuto come allievo anche Bill Murray e poi Stephen Colbert, che amava ripetere "appartengo a organizzazioni che faticano", nel senso di piccole realtà scalcagnate dove è possibile sperimentare. Nonostante l'attuale fama planetaria è rimasto fedele a quell'insegnamento. Quando il suo manager lo chiama per una particina in BB, che sul canale Amc non stava facendo furore, dice sì sulla fiducia perché ha "bisogno di soldi". La serie diventa un caso quando Netflix la rilancia. È il mainstream che va da Bob, che sin lì stava facendo da chioccia ad alcuni giovani stand up comedian, non viceversa. A proposito di fama, come differisce quella di un attore di film da quella di uno di serie? "Credo che nel film, ne ho una riprova adesso con Io sono nessuno (su Prime), il pubblico abbia un rapporto più elementare, più forte e profondo col protagonista. Sembra quasi che io abbia fatto qualcosa di personale per loro. Mentre nella serie ha uno sguardo più complessivo, distante: cerca lo svago più che l'identificazione. Sono più passanti, che persone coinvolte". Avrei detto il contrario, ma lo sa senz'altro meglio lui.
Resta da capire cosa sarà la sua vita senza Saul. Come si fa a togliersi una maschera che si è portata per dodici anni? "Non lo so ancora. Ho vissuto i primi anni con la certezza che gli sceneggiatori mi avrebbero fatto fuori da un momento all'altro e non ho mai preso sul serio le voci di un possibile spin off. E invece sono qui, ho girato tutte le puntate, so come va a finire ma ancora non so valutare che effetto avrà su di me. Ci sono stati show, negli ultimi decenni, che avevano costruito mondi così ambiziosi che hanno scelto finali obliqui, che puntavano in tante direzioni diverse, perché non volevano scegliere. Come è successo ai pur magnifici Soprano. Non è il caso nostro. Qui la storia atterra in un punto preciso. E comincerò a elaborare il lutto solo nel momento in cui vedrò l'ultima puntata, come qualsiasi spettatore". Un uomo che, contro le indicazioni del cardiologo, per continuare a mangiare il gelato tutti i giorni (menta cioccolato il gusto preferito) ha solo ridotto un po' le porzioni. Saul, uno di noi.