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L'uomo che vuole rubare l'ultima primavera araba

Nel centro di Tunisi, la protesta degli islamisti contro la decisione di Saied di sciogliere il Parlamento (Getty Images) 
Kais Saied è il presidente della Tunisia: eletto con il consenso dei giovani, negli ultimi mesi ha portato avanti una svolta autoritaria che di fatto ha messo fine all'unico esperimento democratico rimasto nella regione dopo le rivolte del 2011. Reportage
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Tunisi. Nelle strade di Bab Souika, uno dei quartieri storici di Tunisi, la sua presenza è ovunque. Incastonato tra il Bardo - la zona residenziale a ovest della capitale che ospita il Parlamento - e il centro, questo quartiere possiede ancora oggi una forte anima popolare. Ma anche qui, fra gli abitanti ansiosi solo di conoscere le notizie riguardanti il Ramadan -  il mese sacro dell'Islam - Kais Saied è una figura fissa.

Il presidente è sui giornali, sui manifesti nelle strade e sui social network. E regolarmente appare dagli schermi delle televisioni in discorsi alla nazione  che tiene dal palazzo presidenziale di Cartagine: si esprime in arabo classico, ben lontano dal dialetto che parla la gente nelle strade di Bab Souika e del resto del Paese. È freddo, distaccato, aspetti che gli hanno valso in patria il soprannome di "Robocop". I suoi 64 anni sono ben visibili sul volto segnato da qualche ruga e dai capelli bianchi che non r…

Tunisi. Nelle strade di Bab Souika, uno dei quartieri storici di Tunisi, la sua presenza è ovunque. Incastonato tra il Bardo - la zona residenziale a ovest della capitale che ospita il Parlamento - e il centro, questo quartiere possiede ancora oggi una forte anima popolare. Ma anche qui, fra gli abitanti ansiosi solo di conoscere le notizie riguardanti il Ramadan -  il mese sacro dell'Islam - Kais Saied è una figura fissa.

Il presidente è sui giornali, sui manifesti nelle strade e sui social network. E regolarmente appare dagli schermi delle televisioni in discorsi alla nazione  che tiene dal palazzo presidenziale di Cartagine: si esprime in arabo classico, ben lontano dal dialetto che parla la gente nelle strade di Bab Souika e del resto del Paese. È freddo, distaccato, aspetti che gli hanno valso in patria il soprannome di "Robocop". I suoi 64 anni sono ben visibili sul volto segnato da qualche ruga e dai capelli bianchi che non riescono a nascondere una calvizie pronunciata. Mentre Saied parla in tv, Fouad, 22 anni, guarda il vuoto sorseggiando il suo tè alla menta: "A me non importa niente di quello che ha fatto, io voglio solo partire per l'Italia". Ci ha già provato una volta nell'ottobre scorso ma poi ha deciso di consegnarsi alle autorità perché sua madre si era ammalata gravemente. Come Fouad ci sono altre migliaia di giovani che non vedono più nel Paese uno spiraglio di vita dignitosa. Non solo a Tunisi. Più si va verso le regioni dell'interno, più gravi sono le condizioni economiche e sociali.

Kais Saied, 64 anni, è presidente dal 2019: ha vinto le elezioni grazie ai giovani, stanchi della vecchia classe politica (Getty Images) 


L'inverno arabo

La Tunisia di Fouad e dei ragazzi come lui non sogna più: più di undici anni sono passati dalla rivolta del dicembre 2010 che il mese successivo rovesciò l'allora presidente Zine El-Abidine Ben Ali e diede inizio alle rivoluzioni che scossero tutta la regione e divennero famose come Primavere arabe. I protagonisti di quella stagione sono scomparsi dalla scena: ritirati, emigrati o in qualche caso morti. Anche il premio Nobel per la pace assegnato a quattro organizzazioni che contribuirono alla transizione democratica è un ricordo appassito. La Tunisia soffre di una gravissima crisi interna e da qui a un anno rischia di dichiarare il default finanziario. Dal 25 luglio 2021 anche l'ultima parvenza di esperimento democratico è finita. Oggi il Paese ha un solo uomo al comando: Kais Saied, appunto.


Nome in codice Robocop

Originario di Béni Khiar, piccola città del Cap Bon che guarda dritto verso Pantelleria, dal 23 ottobre 2019 è il presidente della Repubblica tunisina. Docente di Diritto costituzionale, alle elezioni di due anni e mezzo fa era poco più di un outsider,  e proprio perché era un volto nuovo e considerato affidabile, è stato votato principalmente da quei giovani come Fouad stanchi della vecchia classe politica. Ma dopo qualche mese molti di loro hanno cambiato idea.

Diventato capo dello Stato quasi a sorpresa, il 25 luglio - giorno della festa della Repubblica -   ha imposto con un colpo di forza le dimissioni del governo di Hichem Mechichi e il congelamento del Parlamento. Il motivo? La grave crisi economica e politica, a cui si è aggiunta la mala gestione dell'emergenza sanitaria da Covid-19. Da quel momento in poi ha solo parlato attraverso discorsi tv e comunicati, pubblicati sotto forma di monologhi sui social network, con cui  passo dopo passo ha distrutto la Costituzione tunisina promulgata nel 2014, dopo la cosiddetta Rivoluzione dei gelsomini.  Proseguendo inesorabile in un cammino che molti  analisti non esitano e definire autoritario, nella notte tra il 23 e 24 agosto ha sancito che la situazione emergenziale creatasi dopo il 25 luglio sarebbe continuata sine die; il 22 settembre ha ufficialmente sospeso la Carta convocando un referendum costituzionale e nuove elezioni da tenersi entro fine 2022; il 6 febbraio ha sciolto il Consiglio superiore della magistratura. Infine, poche settimane fa, il 30 marzo, ha dato la picconata finale all'esperienza democratica tunisina sciogliendo definitivamente il Parlamento.


"È chiaro che vuole un cambio di regime ed è ostile alla democrazia rappresentativa", commenta Vincent Geisser, ricercatore all'Institut de Recherches et d'Études sur les Mondes Arabes et Musulmans (Iremam) e uno dei massimi esperti di Tunisia. "Si va verso un cambio istituzionale, nel frattempo è in corso un processo di controllo della vita pubblica da parte dell'apparato di sicurezza. Lui dice che vuole costruire una nuova democrazia con un legame diretto con il popolo, ma conserva di fatto una centralizzazione totale dei poteri. Qual è il senso di avere nuove elezioni quando c'è già un presidente che ha in mano tutto?".


C'è chi dice no

Il risultato di questo processo è che la Tunisia ha cambiato volto. Ma il passaggio non è piaciuto a tutti: in questi mesi è nato un movimento di protesta chiamato "Cittadini contro il colpo di Stato" e la libertà di stampa si è fatta strada con realtà innovative.

Iniziative significative, che però non bastano a fermare il nuovo corso. La Tunisia oggi sembra infatti spaccata in tre tronconi. Da una parte ci sono gli oppositori della prima ora rappresentati da Ennahda, il partito islamista al potere per i dieci anni post-rivoluzione che molti vedono come il responsabile del deterioramento delle condizioni di vita. In mezzo c'è la sinistra e la rete della società civile, restii a scendere in strada contro il presidente e a fianco degli islamisti. Dall'altra ci sono i sostenitori di Saied, in realtà la maggioranza.

Gente come Sonia Cherif, insegnante di arabo: "Qui in Tunisia non funziona nulla, sono al cento per cento a favore del presidente. È l'unico che può cambiare le cose", dice. Buona parte dei tunisini la pensa come lei: il consenso di Saied, secondo i sondaggi (per quanto non sempre affidabili), sarebbe all'80 per cento. E a chi sogna un Paese diverso, come Fouad, non resta che tentare la  fuga.