ALBA. Questa storia ormai l'ha raccontata tante volte, ma a ridosso del 25 Aprile la prego di farlo ancora: "Mia madre venne a mancare nel novembre del 2012, io però mi decisi a svuotare i suoi armadi e cassettiere solo nell'agosto successivo. Toglievo roba e la buttavo sul letto finché non arrivai all'ultima anta. Era quella delle vecchie lenzuola con cui copri le poltrone se devi ridare un'imbiancata, quella dei vecchi plaid che usavamo per i cani. A un certo punto, dentro un involto azzurro, sento qualcosa di duro. Mi dico: sarà un candelabro... Ma appena vedo le armi capisco. E mi viene un accidente. La prima cosa che ho fatto è stata provarmi il cinturone: mi andava perfettamente" dice Margherita Fenoglio. Il fucile e la pistola che suo padre Beppe - "partigiano e scrittore", si legge sulla tomba - non aveva restituito alla fine della guerra stanno adesso in una teca della casa-museo accanto alla cattedrale di Alba.
La casa, sopra la macelleria dei genitori, dove lui, giovanotto di provincia taciturno, ma abitato da alti slanci e da una folle idolatria per l'Inghilterra puritana (si sognava soldato di Cromwell "con la Bibbia nello zaino e il fucile a tracolla") visse in famiglia, primo di tre fratelli, fino al matrimonio. Naso alla Cyrano, una lieve balbuzie, era rientrato nella vita "borghese" rassegnandosi a un posto da impiegato in un'azienda vinicola. Scriveva di notte, pendolando tra italiano e inglese, lingua scabra e perciò più idonea a quanto si prefiggeva: rielaborare senza intenerimenti reducistici l'esperienza della lotta in collina; nemmeno due anni dentro i quali era compresso tutto ciò che nel soffio d'una vita un uomo può imparare in fatto di fratellanza, ferocia, lealtà, tradimento, giustizia, pietà, scoramento, euforia.
Chiusa nella custodia celeste, l'Olivetti Studio 44 è sempre lì sul tavolo. Nella stanza accanto, la Colt M1911 A1 e la carabina americana M1 riposano in vetrina su un drappo scarlatto. Lustre, hanno un aspetto terribilmente giovane. Margherita le affidò ai Carabinieri e vennero "inertizzate", ossia rese incapaci di sparare. Anche cinturone e cartuccera erano made in Usa. La fondina invece di fabbricazione britannica. Forniture passate dagli Alleati alla guerriglia piemontese nelle ultime fasi del conflitto, le più dure, le più infide, perché a cavallo tra '44 e '45 la fine delle ostilità sembrava dietro l'angolo, ma la sfilza di eccidi nazifascisti avrebbe presto dimostrato che si trattava di un pericoloso abbaglio.
Il mitico arsenale
Comunque tutto torna: la pistola e il fucile avvolti nel lenzuolo azzurro trovano riscontro nelle pagine fenogliane, sempre percorse da suggestioni autobiografiche: "Sono le armi di Milton, il protagonista di Una questione privata. Lui le porta con sé lungo tutto il romanzo. E nella sua solitudine finiscono per diventare quasi dei personaggi con vita e volontà propria" ricorda Piero Negri Scaglione. È l'autore di Questioni private (Einaudi), la migliore biografia di Fenoglio, partecipe ma asciutta come la scrittura del biografato. A cent'anni dalla nascita del partigiano Beppe - 1° marzo 1922 - ne è uscita una nuova edizione con un'appendice dedicata proprio al ritrovamento delle armi. Già, le favoleggiate armi della Resistenza. Quel mitico arsenale nascosto che nell'infinito dopoguerra italiano divenne totem e tabù, insieme leggenda, amuleto, minaccia agitata da rivoluzionari e controrivoluzionari, rossi e anticomunisti, ribelli e golpisti.
Un "graal" trasmigrato attraverso le generazioni. Durante il sequestro del dirigente Sit Siemens Idalgo Macchiarini, marzo 1972, il br Alberto Franceschini decise che l'ostaggio venisse fotografato sotto il tiro di una pistola della Resistenza - si rammenta nel libro di Negri Scaglione. Che mi spiega: "Qualche storico ritiene che le armi non riconsegnate furono un 40 per cento, ma è impossibile accertarlo". Ad ogni modo, non c'era nostalgia pistolera nel gesto di Fenoglio. La Colt e la carabina Underwood "erano per lui simboli affettivi di quello che considerava il momento più importante della sua vita. Non credo che le conservasse con l'idea che un giorno avrebbe potuto tornare a servirsene, non era il tipo". Anche in casa, la moglie Luciana custodì il segreto fino alla fine: "Non fece mai allusione alle armi. Penso che quand'ero piccola le tenesse in cantina" dice Margherita. Il padre morì che lei aveva poco più di un anno. "Con la mamma non parlava della guerra. Ogni tanto le dava da leggere quello che aveva scritto. Per mia madre però lui rimase innanzitutto il marito, l'uomo della sua vita".
Taccuino e sigarette
Sappiamo che da studente era rimasto totalmente impermeabile alle seduzioni giovanilistiche del fascismo. Anche grazie al magistero di professori dissidenti quali il filosofo Pietro Chiodi o l'insegnante di lettere Leonardo Cocito - impiccato dai tedeschi nel '44. Ma che tipo di combattente era stato Fenoglio? Tutte le testimonianze concordano: Beppe non fu un leader guerriero. "Di certo avrà sparato, ma più che altro era un partigiano della penna" dice Bianca Roagna, direttrice del centro studi di Alba. Era l'intellettuale della banda, quello che parlava poco ma parlava bene. "Papà lo ricordava come il partigiano dalle due tasche: in una raccoglieva le sigarette sciolte, nell'altra il lapis e i foglietti su cui prendeva appunti. A sera li trascriveva su un taccuino e bruciava i biglietti nel camino o nella stufa" racconta Nando Marino. Con le sue farine bio, è oggi il mugnaio più richiesto delle Langhe, e forse non solo. Suo padre Felice condivise con Fenoglio il cardiopalm della clandestinità in collina. "Dopo la guerra si ritrovavano spesso con i compagni, tornavano nei luoghi dov'erano caduti i loro amici. Non c'era 25 Aprile che non venisse celebrato con un pranzo". Nella patria del vino Beppe non beveva, era praticamente astemio. In compenso non smise mai di fumare con accanimento, malmenando quei polmoni che a quarant'anni lo avrebbero tradito. "Ero appena un adolescente" dice Nando "ma di lui conservo l'immagine di un uomo alto, scarno, dentro la nuvola della sigaretta".
La parabola di Fenoglio assomigliava a quella di molti italiani acciuffati ventenni dagli eventi. Lo sfascio dell'8 settembre lo sorprende militare di leva a Roma. Nel caos dell'armistizio risale fortunosamente ad Alba e per sottrarsi al reclutamento della Repubblica Sociale s'imbosca. All'inizio del '44 s'incorpora nella brigata comunista Garibaldi, ma i partigiani col fazzoletto rosso non gli vanno a genio. Dopo scontri, arresti, fughe si unirà alle formazioni "azzurre" dei badogliani, i monarchici, diciamo "liberali". Dato che padroneggia l'inglese, lo utilizzano come ufficiale di collegamento per i contatti con gli angloamericani. Lui che venera l'Inghilterra - ma che non ci metterà mai piede - ha finalmente l'occasione di conoscere qualche suddito di sua Maestà britannica in carne ed ossa. Però i british - che in effetti sono spesso scozzesi, irlandesi, canadesi, sudafricani - lo deluderanno. Ai suoi occhi è lo yankee il vero "uomo nuovo" verso cui guardare dopo l'apocalisse europea: "Siamo stufi degli inglesi, sono porconi come tutti noi d'Europa. Gli americani sono un'altra cosa, no? più pulita" si dice nelle prime pagine del Partigiano Johnny.
Ma per il liaison officer Beppe Fenoglio, gli ultimi mesi di guerra non sono una passeggiata. Digerito lo sconcerto del proclama con cui, nel novembre '44, il generale inglese Alexander invitava le unità partigiane a disperdersi fino a nuovo ordine, si torna a combattere. E il 24 febbraio del '45 sarà il giorno di fuoco, il più tragico: in località Valdivilla i fascisti reagiscono a un'imboscata uccidendo i compagni Pinin, Oscar, Potenza e Tarzan, al secolo Dario Scaglione, 19 anni. L'indomani ne fucilano un quinto, Settimo Borello, detto Set. Rimasto ferito a un piede, affronta il plotone di esecuzione reggendosi su una gamba sola. È una strage, uno shock. Fenoglio prende appunti, memorizza tutto. È come se vivesse la Resitenza per raccontarla. A Tarzan dedicherà più tardi un testo di lancinante e composta bellezza. La figlia Margherita me lo allunga in fotocopia: "Lo legga quando sarà lassù a Valdivilla davanti alla lapide". Lo faccio. "Tarzan ha sparato moltissimo" scriveva l'amico Beppe, "sempre sul nemico ha sparato, mai alle galline. E quando uccise, uccise senza ferocia, come fanno i veri soldati nelle guerre oneste quando sono oneste. L'hanno fucilato a Valdivilla, in una bella giornata di tardo febbraio, nel mezzo di una solitaria strada di collina".
Un alone di mistero circonda i movimenti del partigiano Beppe dopo il 25 Aprile. "A qualcuno" dice Negri Scaglione, "raccontò di aver visto i corpi di Mussolini, Claretta Petacci e dei gerarchi fascisti appesi a piazzale Loreto. È probabile, ma non ce n'è prova". Con l'orgoglio del piemontese che ha interpretato la Resistenza come estensione del Risorgimento, al referendum del '46 Fenoglio vota monarchia. In seguito si sposterà verso la sinistra non comunista, su posizioni di socialismo democratico.
Nel '52 esordisce trentenne con I ventitre giorni della città di Alba conquistata dai partigiani e subito ripresa dal nemico. Per quanto appassionata, era la rievocazione antieroica di un fallimento. Dei resistenti si svelavano crudezze, fanfaronate, faciloneria. Per questo il libro non piacque al Pci, che dalle colonne dell'Unità lo impallinò come una "mala azione". Ma la stessa casa editrice Einaudi lo aveva pubblicato premurandosi di smussarne il titolo. Quello scelto dall'autore era Racconti della guerra civile. Prego? "Guerra civile"? Vade retro. Casomai "Liberazione": negli anni Cinquanta, l'unanimismo patriottico non poteva accettare l'idea - la verità - del "cainismo", dello scontro fratricida tra due Italie. Nel '54, sempre nella collana einaudiana I gettoni, esce La malora, duro ritratto della miseranda vita contadina nelle Langhe di inizio Novecento. Un universo arcaico oggi inimmaginabile nella terra divenuta l'Eden enogastronomico dello slow food. Il libro, che era anche testimonianza antropologica, sarebbe stato per Fenoglio motivo di inaspettata amarezza. Perché, in un risvolto di copertina dal retrogusto malevolo, Elio Vittorini, che pure aveva sponsorizzato il romanzo, scrisse che sulla prosa fenogliana vedeva allungarsi il pericolo d'un ritorno al passato, quello dei "provinciali del naturalismo" di fine Ottocento, "con gli "spaccati" e le "fette" che ci davano della vita; con le storie che ci raccontavano, di ambienti e condizioni, senza saper farne simbolo di storia universale; col modo artificiosamente spigliato in cui si esprimevano a furia di afrodisiaci dialettali". Fuoco amico. Una stoccata che adesso, in una qualsiasi casa editrice, nessun ufficio-marketing lascerebbe mai passare.
Enigmi postumi
Naturalista provinciale? Beppe Fenoglio non la prende bene. E da Einaudi emigra a Garzanti, che nel '59 dà alle stampe Primavera di bellezza, ultimo libro pubblicato in vita dallo scrittore. Qualcuno sostiene che nei testi successivi, rimasti nel cassetto, Fenoglio abbia calcato la mano nel mettere in cattiva luce la Resistenza comunista per vendicarsi della pugnalata vittoriniana e in polemica con l'intellighenzia editoriale vicina al Pci. Commenta Negri Scaglione: "Non mi sembra un'ipotesi convincente. Dopotutto, Vittorini non era così organico al Partito, e per Fenoglio rimaneva pur sempre colui che lo aveva lanciato. Sappiamo poi che dopo l'interludio garzantiano allo scrittore sarebbe piaciuto tornare nella scuderia Einaudi".
Ma il vero enigma è un altro. È il dilemma che da sempre imprigiona i due più grandi romanzi di Fenoglio, entrambi ritrovati fra le sue carte e usciti postumi: Una questione privata (1963) e Il partigiano Johnny (1968). Il primo è strutturato, ma con un finale misterioso, aperto, di cui nessuno può dire se fosse o meno voluto: "Poi gli si parò davanti un bosco e Milton vi puntò dritto. Come entrò sotto gli alberi, questi parvero serrare e far muro e a un metro da quel muro crollò" recitano le ultime righe. Quindi, in fuga dai fascisti, il protagonista muore o sopravvive? "I lettori, specie i più giovani, continuano a chiedermelo. Quasi che io fossi a conoscenza di chissà quale segreto scovato tra i manoscritti" sorride la figlia Margherita.
Più intricato il caso del Partigiano Johnny, formidabile impasto di italiano e inglese, neologismi e curvature espressionistiche. Una lingua visionaria, torrenziale, magmatica, molto distante dagli abituali canoni della stringatezza fenogliana, da quel lavoro di cesello che gli rendeva la scrittura un delizioso inferno: "La più facile delle mie pagine esce spensierata da una decina di penosi rifacimenti" confessava.
Come valutare allora quello che lui chiamava "il libro grosso" e che tutto è salvo un modello di concinnitas? Capolavoro o maxi-brogliaccio? È pensabile che Fenoglio avrebbe mandato in stampa la storia di Johnny scritta così come la leggiamo oggi? "Chissà" dice Negri Scaglione "magari se avesse avuto il tempo di ultimarlo ne sarebbe venuto fuori un romanzo più normale e non staremmo qui a parlarne. Non lo sapremo mai. I due maggiori libri sulla Resistenza restano cantieri aperti. È il paradosso di Fenoglio. Della sua vita incompiuta".
Di sicuro però i due romanzi nel cassetto hanno regalato alla letteratura italiana del Novecento qualcosa di cui era terribilmente a corto: due eroi esistenziali. Antiretorici e tormentati finché si vuole, ma plastici, e degni di competere con i protagonisti del Grande Gatsby, di Addio alle armi o dello Straniero di Camus. Tipi "romantici" verrebbe da dire, se l'aggettivo non suonasse smielato. E dunque del tutto antifenogliano.
Sul Venerdì del 22 aprile 2022