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Claudio Martelli: Falcone ballava da solo

Claudio Martelli, 79 anni nel suo studio: oggi l’ex ministro socialista è direttore dell’Avanti! foto di Luigi Narici / Agf
  
A trent'anni da Capaci l'ex ministro della Giustizia ricorda le "persecuzioni" di cui fu vittima il magistrato palermitano. "La mafia lo uccise, ma altri glielo consegnarono". Intervista  
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ROMA La prima volta che Claudio Martelli incontrò Giovanni Falcone fu in un giorno di aprile del 1987 al palazzo di Giustizia di Palermo. Si sarebbero rivisti, l'allora vice segretario del Psi e il giudice che aveva fatto cadere il velo sui segreti e sui capi di Cosa nostra, nei primi mesi del 1991, quando Martelli - che nel frattempo era diventato ministro della Giustizia - chiamò  Falcone a collaborare con lui. E fu un incontro che segnò la vita politica dell'uno, il destino dell'altro e, probabilmente, anche le sorti di quella che avremmo ricordato come la prima Repubblica.

 Ci sono questi due incontri e c'è tanto altro nel libro che Claudio Martelli ha deciso di scrivere trent'anni dopo la strage di Capaci. C'è, per esempio, quella che l'ex ministro socialista definisce "l'azione parallela", il lavorìo dei nemici di Falcone che lo consegnò ai macellai di Totò Riina. Vi…

ROMA La prima volta che Claudio Martelli incontrò Giovanni Falcone fu in un giorno di aprile del 1987 al palazzo di Giustizia di Palermo. Si sarebbero rivisti, l'allora vice segretario del Psi e il giudice che aveva fatto cadere il velo sui segreti e sui capi di Cosa nostra, nei primi mesi del 1991, quando Martelli - che nel frattempo era diventato ministro della Giustizia - chiamò  Falcone a collaborare con lui. E fu un incontro che segnò la vita politica dell'uno, il destino dell'altro e, probabilmente, anche le sorti di quella che avremmo ricordato come la prima Repubblica.

 Ci sono questi due incontri e c'è tanto altro nel libro che Claudio Martelli ha deciso di scrivere trent'anni dopo la strage di Capaci. C'è, per esempio, quella che l'ex ministro socialista definisce "l'azione parallela", il lavorìo dei nemici di Falcone che lo consegnò ai macellai di Totò Riina. Vita e persecuzione di Giovanni Falcone (edizioni La nave di Teseo) si intitola il libro. Comincia da un giorno che Claudio Martelli ricorda con doloroso nitore.

Il libro Vita e persecuzione di Giovanni Falcone (La nave di Teseo, 368 pagine, 19 euro) in libreria dal 23 maggio 

Sabato 23 maggio 1992 ore 17 e 58. Che faceva in quel momento?

"Si votava per eleggere il presidente della Repubblica, Andreotti aveva chiesto un colloquio a Craxi che mi disse: "per favore vai tu e digli che noi non possiamo garantirgli i voti dei nostri parlamentari".  Andreotti la prese alla larga: "Quando voi avete scelto di votare Forlani, io non ho interferito....". Io lo ascoltavo. In quel momento squillò il telefono sul tavolo nella sede del gruppo parlamentare Dc. Andreotti si alzò, a un certo punto mise la mano sulla cornetta: "C'è stato un attentato a Falcone, sembra che sia ferito ma che non sia grave". Io mi alzai di scatto, lui fece solo cenno di trattenermi, poi mi mi disse: "Vai, vai"".

Lei ritiene che l'elezione di Scalfaro al Quirinale venne determinata dall'attentato di Capaci?

"La strage affrettò la scelta del parlamento. Il nome di Scalfaro era già stato messo in campo da Pannella. Non ho mai dato ascolto a quelle ricostruzioni secondo cui l'attentato è un segnale dato dalla mafia ad Andreotti dopo la sentenza sul maxi processo e i provvedimenti antimafia che io e Scotti prendemmo. Quell'attentato era pianificato da tempo e il bersaglio era Falcone. Punto".

Nel libro lei racconta del suo primo incontro con Falcone, al palazzo di Giustizia di Palermo nel 1987. Perché incontra Falcone proprio in quei mesi che precedono le elezioni politiche del 1987, quelle in cui il Psi viene accusato di essersi sostituito alla Dc nel consenso mafioso in alcuni quartieri della città?

"Ero capolista a Palermo, la prima persona che voglio incontrare appena iniziata la campagna elettorale è Giovanni Falcone. Lo dico a Nino Buttitta, segretario siciliano del Psi, e lui organizza l'incontro che ricordo ancora come 'la lezione di Falcone'".

Perché?

"Da milanese credevo di sapere cos'è la mafia. Mi sbagliavo. In quattro ore di colloquio, Falcone mi spiegò la struttura della mafia. Allora capii che non si può trattare la mafia come si trattano gli altri imputati. Arrivai a quel colloquio da garantista assoluto, un anno prima avevo avviato con Pannella la battaglia nel nome di Enzo Tortora travolto proprio dal gigantismo di un maxi processo. Uscii dalla stanza di Falcone convinto che servisse una legislazione ad hoc per contrastare la mafia".

Martelli con Falcone nel 1991. TONY GENTILE/AG.SINTESI 

Quattro anni dopo quell'incontro, lei chiama Falcone a collaborare con lei al ministero. Come nasce l'idea?

"Ci eravamo detti qualcosa al telefono dopo l'assassinio di Livatino, lui insisteva: "Se continuiamo così non finirà mai". Qualche mese dopo divento ministro della Giustizia. Io speravo di coinvolgerlo, ma non osavo chiamarlo temendo un rifiuto. Ne parlai al giurista Giuseppe Di Federico, amico di Falcone. E Di Federico mi disse: "Tu chiamalo". Falcone accettò. Volevo fare la guerra alla mafia e per farla scelsi il più bravo di tutti".

Quando scelse Falcone, avvertì resistenze nel Governo? Il presidente del Consiglio era Andreotti che, secondo sentenza passata in giudicato, fino a un certo punto della sua carriera politica ha convissuto con la mafia.

"Andreotti mi chiese: 'Sei sicuro?'. Risposi: 'Sicurissimo'. Basta. Dopodiché Andreotti non ha mai ostacolato né mostrato riserve o dubbi sui provvedimenti che abbiamo adottato. E si tratta di provvedimenti che rompono del tutto la pax Stato-mafia: la superprocura, la Dia. E poi, dopo la morte di Falcone, il 41 bis".

 

Quando lei lo chiama al ministero, Falcone è già vittima di veleni e tradimenti.  Gliene parlò?

"Abbiamo parlato di quando al suo posto, alla guida del pool dopo l'uccisione di Chinnici, nominarono Meli. Lì fu l'inizio della persecuzione contro Falcone. Mi disse: 'Io perdono tutti gli avversari, ma gli amici che pugnalano alle spalle non li perdonerò mai'. Parlammo anche del fallito attentato all'Addaura. Però arrivava fino a un certo punto. Poi si fermava. Ecco, secondo me, l'azione parallela, quell'azione che è responsabile dell'isolamento e dunque della morte di Falcone, sta nella saldatura tra Cosa Nostra e quei pezzi di Stato che volevano distruggere Falcone professionalmente e politicamente".

 

Lei nel libro attribuisce un ruolo di peso in quest'azione parallela a pezzi della magistratura. Da cosa erano mossi secondo lei?

"Dalla volontà di mantenere  la convivenza pacifica tra Stato e mafia che Falcone aveva rotto da magistrato e che continuò a perseguire insieme a me con i provvedimenti speciali che adottammo. L'azione parallela viene condotta da una quota di quello che io chiamo  "il partito siciliano", composto da una parte della Dc, da poteri economici, politici, amministrativi, da una parte sia dell'avvocatura sia della magistratura siciliana".

È vero, però, che dopo la morte di Falcone c'è un profondo rinnovamento negli atteggiamenti della magistratura. Si alza il tiro sulla mafia  e non solo. Il Pool di Milano, per esempio, applica il metodo di lavoro varato da Falcone. Eppure, lei che in Tangentopoli è finito indagato, critica i metodi del pool di Milano.

"Il pool di Milano abusava della carcerazione preventiva per ottenere confessioni. Falcone mi disse: non si indaga così, andranno a sbattere. Era furibondo perché da Milano gli mandavano le rogatorie senza gli allegati che giustificano la richiesta di certe misure. "La verità", mi disse, "è che non si fidano di me". Ma del resto Falcone diceva: "Io non mando avvisi di garanzia come coltellate nella schiena"".

Secondo lei è stata solo la mafia a uccidere Falcone? 

"Il delitto lo ha fatto solo la mafia. Quella che io chiamo azione parallela viene messa in atto da menti raffinatissime che non hanno bisogno di sedersi a un tavolo per capire le mosse rispettive. Possibile che nessuno dei magistrati che hanno perseguitato Falcone si rendesse conto di esporlo, di consegnarlo alla mafia?".

Di quella tragica stagione e di quel terribile 1992 è figlio anche il processo sulla presunta trattativa tra Stato e mafia nel quale lei ha testimoniato.

"Quando mi dissero che i vertici del Ros dei carabinieri avevano avviato dei colloqui investigativi con Vito Ciancimino, che Falcone mi aveva descritto come il più politico dei mafiosi e il più mafioso dei politici, dissi al generale Taormina e poi al ministro dell'Interno Mancino che l'operazione doveva essere gestita dalle nuove strutture, superprocura e Dia, che avevamo creato. Mancino è stato terrorizzato dalla procura di Palermo e da Ingroia: se terrorizzi un uomo poi è difficile che quello ti dica la verità. Ma del resto si può prendere sul serio un magistrato che istruisce un processo di quella portata, chiude l'istruttoria e poi saluta e scrive un libro che si intitola: Io so... ma non lo posso dimostrare?".

Però Ingroia è uno dei magistrati che raccolsero il testimone da Falcone e Borsellino. Uno dei simboli del rinnovamento della magistratura palermitana dopo la stagione di Giammanco, acerrimo nemico di Falcone.

"Ecco, Giammanco lo metto in quel partito siciliano di cui dicevo prima, Ingroia è uno sprovveduto che ha sbagliato mestiere: perché ne ha fatti altri e ha sbagliato anche quelli".

La magistratura italiana è passata dall'ampio consenso popolare alle attuali polemiche che la coinvolgono e che riguardano soprattutto il ruolo che le correnti giocano nel Csm sulla carriera dei magistrati. Falcone come giudicherebbe le riforme in discussione oggi? 

"Le correnti erano già allora degenerate in cordate di potere e Falcone ne fu vittima a più riprese. Ma prendersela con le correnti senza affrontare il loro tempio, che è l'Associazione nazionale magistrati, è tempo perso. L'Anm è padrona del Csm, lo ha sequestrato. È questo il nodo che va reciso. Cartabia ha molti meriti ma la riforma del Csm rischia di essere quello che Falcone avrebbe definito "un pannicello caldo"".

Sul Venerdì del 20 maggio 2022