Nella grande tassonomia della cultura digitale Kevin Kelly appartiene, senza se e senza ma, alla squadra dei tecno-ottimisti. Storico direttore/caporedattore di Wired, dopo aver servito nel leggendario Whole Earth Catalog, ha il cursus honorum giusto per il titolo di guru. In questa impegnativa veste nel 2008 scrisse un saggio dal titolo 1,000 True Fans nel quale sosteneva che, se uno fosse riuscito a costruirsi una comunità di mille lettori/ ascoltatori/ spettatori fedeli non avrebbe mai fatto la fame. La tempistica – nel mezzo della Grande recessione – era propizia alla ricezione del concetto: giornalisti, musicisti, filmmaker in crisi avevano bisogno come il pane di speranza. Di lì a poco Jaron Lanier, uno dei padri della realtà virtuale, confutò la tesi dimostrando in Non sei un gadget che, in verità, la quantità di creativi che campavano con internet era molto esigua. Nella musica, anzi, l'effetto del web era stato devastante.
Oggi un articolo sul New Yorker dal suggestivo titolo ??The Rise of the Internet’s Creative Middle Class a firma Cal Newport prova a vendicare Kelly. Il principale teste a favore sarebbe Breaking Points, un programma di approfondimento via Youtube, condotto da due ex giornalisti televisivi. Per fare qualcosa del genere prima servivano 30 persone a tempo pieno, ora bastavano 8 collaboratori part time. Però, facendosi pagare 10 dollari al mese da 10 mila abbonati, i due conduttori guadagnano quanto prima, con molta più libertà. Newport aggiunge anche il caso di Hilton Carter, regina del giardinaggio (che fa soldi vendendo corsi online ai suoi 500 mila follower) e Maria Popova, giornalista culturale che chiede donazioni ai suoi numerosi fan. Un po' pochino, no, per parlare di vendetta? I ranghi degli influencer sono sicuramente cresciuti rispetto a quando titolavamo Uno su mille ce la fa, ma frenate l'entusiasmo. A giovani aspiranti reitero il consiglio: studiate, è meglio.
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