Norwegian kebab, la nuova Oslo parla così
di Angelo Ferracuti , di Angelo FerracutiOslo. L'appuntamento con Zeshan Shakar è alla metropolitana di Majorstuen, quartiere elegante vicino al Vigeland Park. È un ragazzo alto, longilineo, indossa un cappellino nero, la carnagione olivastra e la barba scura tradiscono le origini del padre pachistano. Ma lui è nato qui, sua madre è una norvegese di Finnmark, Lapponia, nord del Paese. Saliamo sul tram 5 in direzione Vestli, nella periferia più estrema della capitale norvegese. La penultima fermata è quella di Stovner, dove è ambientato il suo romanzo Oslo Blocco Boyz, pubblicato in Italia dall'editore Stilo. In Norvegia è stato un caso letterario.
Il tram, scivolando sulle rotaie, continua verso il centro, poi si scende a Gronland, quartiere storicamente lumpenproletariat, per risalire verso la vecchia zona industriale di Grünerløkkae e Romsås.
Oslo. L'appuntamento con Zeshan Shakar è alla metropolitana di Majorstuen, quartiere elegante vicino al Vigeland Park. È un ragazzo alto, longilineo, indossa un cappellino nero, la carnagione olivastra e la barba scura tradiscono le origini del padre pachistano. Ma lui è nato qui, sua madre è una norvegese di Finnmark, Lapponia, nord del Paese. Saliamo sul tram 5 in direzione Vestli, nella periferia più estrema della capitale norvegese. La penultima fermata è quella di Stovner, dove è ambientato il suo romanzo Oslo Blocco Boyz, pubblicato in Italia dall'editore Stilo. In Norvegia è stato un caso letterario.
Il tram, scivolando sulle rotaie, continua verso il centro, poi si scende a Gronland, quartiere storicamente lumpenproletariat, per risalire verso la vecchia zona industriale di Grünerløkkae e Romsås.
Qui c'è una frattura, inizia un'altra Oslo, quella dei poveri moderni, "dove il reddito è il più basso di tutta la Norvegia", mi spiega Zeshan seduto di fronte a me nello scompartimento. Un luogo dove c'è "alta densità di immigrati. Alta percentuale di abbandoni scolastici. Alta percentuale di cassieri, inservienti, operatori sanitari, addetti alle pulizie e di chi vive di assistenza sociale", come scrive nel libro. Stiamo andando proprio dove Mohammed e Jamal, i due personaggi del romanzo, rispondendo a una ricerca sulla vita dei giovani nei quartieri periferici della città, intrecciano due storie di formazione autobiografiche in un periodo che va dal luglio 2001 al novembre del 2006, il primo scrivendo mail e il secondo registrando vocali.
A ritmo di rap
Margherità Podestà Heir, che ho incontrato stamattina, la traduttrice di questo ma anche dei libri di Karl Ove Knausgård, Jo Nesbø, Anne Holt, mi ha parlato della difficoltà di rendere il kebabnorske, il "norvegese kebab", una lingua della periferia orientale di Oslo proveniente da curdo, cileno, turco, arabo, persiano. "Si tratta di parole per molti impossibili da capire, mio figlio ventitreenne però le conosceva, perché i ragazzi di Oslo le usano, le sentono dai rapper. Shakar le ha adoperate facendole diventare, in un libro, un fenomeno nazionale". Non sopportando gli adattamenti, nel tradurre ha mantenuto la matrice culturale e sociale delle parole originarie, ma c'era anche il problema di quella dell'inglesizzazione e, infine, doveva ricostruire la lingua storica parlata in quegli anni, oggi già mutata, i timbri dei diversi personaggi. E per rendere tutto in un certo slang italiano ha preso in prestito dal figlio dischi di rapper di tutto il mondo. La resa finale è di straordinario rigore formale e forza espressiva.
"Queste sono zone che sono sempre state considerate problematiche, di questi posti si raccontano solo storie negative. Io volevo raccontare queste periferie dal nostro punto di vista, per poter vedere la mia famiglia, i miei amici e il mio vicinato nelle pagine di un libro", racconta timido Zeshan Shakar mentre viaggiamo. Gli chiedo quale è il suo punto di vista. "Mi dicevano sin da bambino: tu non sei un norvegese norvegese, non sarai mai un norvegese. Adesso non abito più a Stovner, ma amo quel quartiere, perché in realtà è lì che c'è la mia storia" dice fiero quando il convoglio si ferma a Toyen.
Benzina sul fuoco
I personaggi del romanzo, come tutti i migranti di ogni epoca, sono sospesi tra rifiuto e desiderio di integrazione, fedeltà alle proprie origini e esclusione. Jamal ama i rapper, abbandona la scuola e va a lavare le auto, Mohammad, invece, è studioso e sgobba come un matto per farcela: "Questi personaggi sono parte del conflitto interiore che vivo io stesso. Da laureato conosco bene la lingua norvegese, ma conosco anche la lingua della strada. Però sono anche due stereotipi, la gente comune pensa che c'è chi si vuole integrare a tutti i costi e chi non vuole per nessuna ragione al mondo, e questo rendeva narrativamente tutto molto problematico".
L'unico politico più volte citato è il leader del partito di estrema destra FRP, Il Partito del progresso, Carl I. Hagen. Uno che alimenta nella gente sentimenti di razzismo. "Questa forma di minaccia era molto presente tra i vecchi norvegesi, soprattutto quando la popolazione straniera è aumentata. I casi di violenza sono stati isolati, ma serpeggia sempre un malcontento latente, un fastidio". Mi racconta che quelli della sinistra socialista SV hanno regalato una copia del libro a ogni parlamentare, alcuni della destra si sono invece rifiutati di leggerlo. Secondo lui gli aspetti discriminatori di cui si parla nel romanzo sono stati reali e ancora lo sono, e nel personaggio di Jamal questi atteggiamenti rafforzano la sua identità: "È come se i razzisti norvegesi gettassero benzina sul fuoco". Il ragazzo, infatti, dopo l'attacco dell'11 settembre 2001 alle Torri gemelle di New York scatena tutto il suo rancoroso antiamericanismo: "La gente ci prende solo per il culo, giusto? Basta guardare la Palestina, il Kashmir, l'Iraq, la Cecenia, ovunque ci prendono per il culo. Ma adesso, finalmente, siamo noi a scatenare un troiaio!". Secondo Zeshan è una reazione: "Jamal ha di se stesso l'idea di un perdente assoluto, non vuole davvero la morte di tutta quella gente, ma per una volta si sente lui il vincitore".
Intanto alla fermata di Vollebbek la composizione sociale è già molto diversa, vedo ragazzi africani coi capelli rasta, vecchi signori curdi che indossano vestiari antiquati, cambia anche il paesaggio urbano, brutti palazzi grigi, una periferia squallida e spoglia. Ma i due protagonisti alla fine falliscono entrambi, gli dico. "La gente crede che nella vita ci sia sempre uno sviluppo positivo lineare, in realtà la vita di un migrante povero è una vita che è fatta di alti e bassi, trova il lavoro, guadagna soldi e sta meglio, torna disoccupato. Un'onda che sale e che scende, continuamente".
Quando dopo un'ora di viaggio usciamo dalla stazione di Stovner, in questa periferia spaziosa, piena di palazzi alti, sul piazzale, a colpo d'occhio scorgo solo stranieri, molti dei quali "musi neri", come li definisce Zeshan nel suo libro. I "patata", i norvegesi, sono in minoranza qui, mentre camminiamo incrocio marocchini, pachistani, donne col capo coperto da fazzoletti. "Ti sembrano gli stessi che aspettavano il tram sulla banchina a Majorstuen?", mi chiede lui provocatorio.
Lentamente raggiungiamo la via dove abitava, centro nevralgico del libro, la Tante Ulrikkes vei, un complesso di palazzi alti e senz'anima, vialetti ordinati, periferia comunque molto più civile delle banlieue parigine. Nel libro diventa la via degli ultimi, quando Mohammed scopre che "Stovner era diviso in due, da un lato abitava la gente che viveva nelle villette e dall'altro quella che viveva nei condomini, e che le due tipologie di persone spesso non si somigliavano per niente e che in realtà questo valeva per Oslo e il mondo intero". Dove la gente norvegese poteva dire ai ragazzi: "Guarda che qui non siamo in Africa. Venite giù scimmie".
Pubblicato sul Venerdì del 24 luglio 2022