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Fabri Fibra: "Mi dispiace ma non cambio"

Fabri Fibra, 45 anni. Il Caos Live, Festival  2022 lo vedrà impegnato per tutta l’estate. In alto, l’album Caos uscito a marzo (Mattia Guolo)
  
Intervista con il rapper in occasione del tour "Caos Live, Festival". Niente strumenti, sul palco lui e il dj: "Due persone sole che fanno tutto quel casino è il massimo del punk"
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A parlarci, è più calmo e riflessivo di prima. Eppure Fabri Fibra non ha smesso d'essere "contro". Contro tutto ciò che ha resistito a quella nuova musica che i ragazzi di fine Novecento volevano diffondere perché la sentivano propria e, in quanto tale, rappresentativa. A dispetto di chi c'era prima, che continuava ad arrovellarsi sull'interrogativo se il rock fosse morto o solo agonizzante. A dispetto dei media, che bollavano i giovani rapper italiani come un fenomeno imitativo secondario, incapace d'assumere personalità propria. E anche a dispetto dell'industria musicale e del "grande pubblico", che per anni hanno snobbato il rap e non l'hanno capito, convinti se ne potesse fare a meno. In questo 2022 in cui i talent show, le piazze e perfino Sanremo - per non parlare delle classifiche di vendita e streaming - traboccano di rap nostrano e nuove figure vengono alla ribalta ogni giorno, Fabri ci ragiona, co…

A parlarci, è più calmo e riflessivo di prima. Eppure Fabri Fibra non ha smesso d'essere "contro". Contro tutto ciò che ha resistito a quella nuova musica che i ragazzi di fine Novecento volevano diffondere perché la sentivano propria e, in quanto tale, rappresentativa. A dispetto di chi c'era prima, che continuava ad arrovellarsi sull'interrogativo se il rock fosse morto o solo agonizzante. A dispetto dei media, che bollavano i giovani rapper italiani come un fenomeno imitativo secondario, incapace d'assumere personalità propria. E anche a dispetto dell'industria musicale e del "grande pubblico", che per anni hanno snobbato il rap e non l'hanno capito, convinti se ne potesse fare a meno. In questo 2022 in cui i talent show, le piazze e perfino Sanremo - per non parlare delle classifiche di vendita e streaming - traboccano di rap nostrano e nuove figure vengono alla ribalta ogni giorno, Fabri ci ragiona, connette i punti, attribuisce il giusto valore alla sua esperienza di precursore. E intanto si prepara a tornare per strada, coi suoi concerti. Che saranno una "vecchia storia", nel senso che sul palco saliranno solo lui e il dj: niente musicisti e niente concessioni a una popolarizzazione del rap che lo renda più consumabile e spettacolare. Per Fabri è ancora tutto spazio alla parola, ai significati, all'energia diretta.

Dunque qual è il progetto del tour, Fibra?
"Mantenere il suono più vero possibile. Io al microfono e il dj con le strumentali: formazione classica. La tentazione di fare come gli altri è forte, ma se metti dentro i musicisti, le cose cambiano. Quando andavo io ai concerti dei rapper, volevo risentire le canzoni esattamente com'erano nei dischi. A me piace il suono urbano e sporco del rap. Gli strumenti veri invece sono puliti e io non so che farmene. Anche in Caos, il mio nuovo disco, non ci sono musicisti. Mi eccita l'idea che due persone su un palco, da sole, possano fare tutto quel casino. Se usi chitarre e batterie... bella forza! Ma in due soltanto, continua a essere la cosa più punk che abbia mai visto...".

Passo indietro: ripensando agli inizi, alla scena rap di fine millennio, di che cosa senti la mancanza?
"Dell'ingenuità. Al tempo non c'era un pubblico e non c'era un mercato. Quindi non avevi neanche aspettative, lo facevi perché era una cosa nuova. Quando poi la macchina si è messa in moto, ha inghiottito tutto, sia le emozioni positive che quelle negative. Ma io ricordo con gioia quella fase, anche se era difficile e dovevo convincere tutti che non stavo facendo una cosa inutile. Non c'erano esempi di successo a cui guardare. E un paio di volte ho pensato di lasciar perdere".

Gli ultimi vent'anni hanno cambiato la nostra musica. Allora può essere interessante vedere che cosa c'è all'inizio del cambiamento, quando ancora prendeva forma nell'underground...
"Era durissima, perché avevi contro il mainstream e la tecnologia ancora non aiutava. Quando arrivavamo nei club per suonare e ci vedevano senza strumenti, non capivano che cosa volessimo fare, vagli a spiegare che il rap è fatto di beat e rime. I ventenni di oggi dispongono di un panorama pronto ad accoglierli, perché la tecnologia gli è divenuta amica: è il tempo della musica liquida, accessibile a tutti. Basta un iPhone per sentirsi parte del sistema".

Qual è il momento in cui si è individuata una via italiana al rap?
"Mentre il pop e il rock italiano si dissolvevano, il rap scopriva il modo d'adattare la nostra lingua alle strumentali. È stato un processo graduale. Del resto le nuove generazioni smontano ciò che hanno fatto le precedenti. E adesso tutto ciò che è suonato e ben articolato ai giovani non piace. Vogliono cose immediate, come quelle su Instagram, dove hanno più attenzione le foto brutte delle belle, perché i ragazzi sono stufi delle pose. O come quando a un concerto salutano con simpatia più un errore che un assolo di chitarra".

Tananai fa scuola in questo senso. A proposito: quando hai visto il rap dilagare a Sanremo, che cos'hai pensato?
"Avevo intuito che la cosa stava arrivando. Le radio e la tv hanno sempre lasciato il rap indietro, ma i giovani, in particolare in provincia, hanno sempre cercato il rap italiano. Già ai tempi di Napster tutti masterizzavano cd di rap italiano. È stata la nostra discografia a non premiare mai il rap, fin quando non ha avuto più scelta: i giovani volevano questo suono. Va anche detto che contesti come Sanremo o le tv commerciali hanno a lungo respinto il rap per ciò che rappresenta. E adesso invece lo vogliono, perché permette di avvicinare il pubblico più giovane. Cercano i numeri. E gli piacerebbe che il rap fosse un po' meno rap".

In che momento i soldi e il successo sono entrati nel rap italiano come soggetti primari del discorso? Nei tuoi dischi o in quelli, chessò, del Colle der Fomento, i quattrini erano il diavolo...
"A far diventare i soldi un'ossessione per i rapper sono stati i social network e gli smartphone. Hanno posto come essenziale la questione dell'apparire: non tanto presentare la tua produzione, ma diventare tu stesso prodotto. Sui social devi esistere ed essere sempre presente, al di là di ciò che proponi. E con ogni probabilità hai un brand che ti sponsorizza".

In Caos si riafferma una caratteristica del tuo linguaggio che trova riscontro in pochi colleghi, forse solo in Frankie hi-nrg: il far capire ogni singola parola. Come nel cinema, no? Nelle vecchie commedie all'italiana coglievi ogni sfumatura, nei dialoghi del cinema contemporaneo è tutto un farfugliare. Parlar chiaro come scelta?
"Sono stato condizionato dalla provincia, dove quando mi toccava spiegare cosa stavo facendo, cioè il rap in italiano, dovevo risultare convincente, perché ero circondato da incredulità. Guarda caso, anche Frankie viene dalla provincia e ha dovuto lottare per avere la licenza di fare questa musica. Quanto al non farsi capire, credo che oggi sia una cifra stilistica. Nel cinema, ad esempio, penso che non far capire certi dialoghi adesso sia voluto. Un segno dei tempi. Ma a me piace che si capisca ciò che dico, perché la magia di questa musica sta nelle parole. Ad esempio mi piaceva il TruceKlan perché, anche se non erano tecnicamente impeccabili, erano fottutamente italiani, anzi romani. Dicevano le cose chiare e davano il senso della decadenza dell'impero".

Come reagisci alle recenti cronache delle guerre per bande accostate al rap, in particolare a Milano, con Rondo da Sosa e quelli di San Siro ai ferri corti con la crew di Rozzano guidata da Paky?
"La vedo come una strumentalizzazione mediatica. Ormai hanno capito l'appeal che questa musica esercita sui giovani. Associarla alla violenza non è altro che applicare al rap la logica di contrapposizione che risale alle origini del pop, con gli scontri tra bande nei film di James Dean, o quelli tra mods e rockers. Nel mondo reale la violenza urbana esisterà sempre, ma credo non c'entri niente la musica che ascolta un gruppo di giovani o l'altro. Sono ipotesi buone per un telegiornale".

È appena uscito il nuovo videoclip di Stelle, altro pezzo di Caos, come il precedente, Propaganda. La regia di entrambi è di Cosimo Alemà, tuo collaboratore storico...
"Mi piace come lavora Cosimo, perché ha grande ironia. Ad esempio, quando utilizziamo dei cliché 'all'americana', come in Stelle - macchinone, ville, piscine - tutto resta in una dimensione ironica. E con lui riesco a realizzare nei video dei punti di vista critici, che coinvolgono noi stessi e il nostro momento storico".

Nei testi di Caos riaffiora il tuo scontento nei confronti della categoria dei giornalisti: non li sopporti proprio...
"M'è sempre andato di traverso che parlino di rap analizzando il successo di questa musica e mai i reali valori di un prodotto. Ne parlano perché funziona. A me chiedono cose come: perché non sono meno aggressivo? O, quando m'invitano in tv, non potrei andare vestito un po' meglio? E com'è che dopo vent'anni faccio ancora rap? Osservazioni che ti distanziano dalla tua cosa. Un po' perché non la capiscono, un po' perché li disturba che il rap si arroghi il diritto di dire ciò che vuole".

Come con gli anarchici, no? Fastidiosi per definizione...
"Già, ma il significato del rap è proprio questo: fare qualcosa fuori controllo. Non credo che a Massimo Ranieri chiedano se ancora si ostina a cantare. A un rapper invece sì, perché la sua immagine stereotipata è quella del giovane ribelle, destinato a finire addomesticato dalla società. Mi spiace, ma le cose non stanno così. Io sarò rap fino alla fine. Come Kanye West o Eminem, che a cinquant'anni stanno ancora lì a fare i conti coi loro demoni e con le multinazionali".

Sul Venerdì del 15 luglio 2022