L’Odessa felice di Puškin
di Daria Galateria , di Daria GalateriaA Odessa, Puškin rifiorì. Da più di tre anni era confinato in Moldavia a Chisinau; era una graziosa concessione dello zar, che in realtà lo avrebbe preferito in Siberia - considerava sediziose le sue poesie, e negli interrogatori ai dissidenti si chiedeva sempre: "Legge le poesie di Puškin?" ("E chi non legge le poesie di Puškin?" rispondevano, ragionevolmente). A Chisinau, lo scrittore si annoiava, nonostante il suo capo, il generale Insov, lo avesse in simpatia; per punizione dei suoi atti più scapestrati gli requisiva le scarpe per due giorni, ed era tutto; ma la noia stava diventando depressione, e il medico suggerì bagni di mare. A giugno del 1823, Puškin partì per Odessa.
La città era in costruzione. Edificata per volontà del duca di Richelieu - il pronipote del Cardinale, emigrato della Rivoluzione francese e caro agli zar - Odessa aveva insegne e strade dai nomi franc…
A Odessa, Puškin rifiorì. Da più di tre anni era confinato in Moldavia a Chisinau; era una graziosa concessione dello zar, che in realtà lo avrebbe preferito in Siberia - considerava sediziose le sue poesie, e negli interrogatori ai dissidenti si chiedeva sempre: "Legge le poesie di Puškin?" ("E chi non legge le poesie di Puškin?" rispondevano, ragionevolmente). A Chisinau, lo scrittore si annoiava, nonostante il suo capo, il generale Insov, lo avesse in simpatia; per punizione dei suoi atti più scapestrati gli requisiva le scarpe per due giorni, ed era tutto; ma la noia stava diventando depressione, e il medico suggerì bagni di mare. A giugno del 1823, Puškin partì per Odessa.
La città era in costruzione. Edificata per volontà del duca di Richelieu - il pronipote del Cardinale, emigrato della Rivoluzione francese e caro agli zar - Odessa aveva insegne e strade dai nomi francesi, vie peraltro non ancora lastricate, e invase dalla polvere e dal fango (le carrozze allora erano trainate da buoi). Vi si sentiva parlare italiano, greco, tedesco, moldavo - tutti commercianti accorsi; nelle librerie Puškin trovava quasi solo libri francesi, e il padrone del suo albergo, l'Hotel des Voyageurs, il barone Rénaud, era arrivato che era parrucchiere, ed era stato Richelieu a dargli il titolo. Anche lo chef, col suo cappello da cuoco, era francese, ed egregio, César Automne. Puškin faceva rapidi bagni, e un giorno che, passeggiando, osservava con troppa insistenza le batterie di una guarnigione, un ufficiale gli chiese allarmato il nome; e subito si entusiasmò: "Signori, ecco Puškin!", e ordinò una salva di cannone.
Migliaia di piccole luci a olio disegnarono la strada e i contorni delle case il 15 luglio, per l'arrivo del nuovo viceré, conte Vorontsov. Ricchissimo, fastoso, raffinato, "mylord" Vorontsov prese Puškin nella Cancelleria: ma anche, presto, in antipatia - mentre la graziosa contessa sua moglie gli aprì i suoi principeschi conviti e la sua amicizia; certo gli trovavano un "cervello caotico", ma così divertente. La biblioteca del conte offrì a Puškin letture vaste e inattese (gli ispirarono l'Imitazione del Corano); e a Odessa insomma, dove "passava il respiro dell'Europa", Puškin doveva essere di buon umore, se la grande slavista Serena Vitale vi registra un solo duello, e pure dubbio. In compenso, Puškin compose, insieme a un nuovo capitolo dell'Onegin, alcuni dei suoi temibili epigrammi contro il viceré, che lo spedì commissario a un'invasione di cavallette in Crimea. Lui, Puškin, nome nobile da sei secoli! Chiese le dimissioni: fu deportato nella casa di famiglia.
Sul Venerdì del 5 agosto 2022