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I padroni del gas si sono presi l’Europa

La firma del documento di intesa fra Ursula von der Leyen e il presidente azero Ilham Alyev a Baku il 18 giugno (Getty Images)
  
Per non dipendere dalla Russia di Putin, da Berlino a Roma i governi stringono accordi con l’Azerbaigian di Aliyev o il Qatar di al Thani. Non proprio sinceri democratici
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Nel 2018 Angela Merkel in visita in Azerbaigian irritò le autorità incontrando Khadija Ismayilova, straordinaria reporter già minacciata, umiliata e incarcerata per le sue inchieste, e allora a piede libero con l'obbligo di non espatriare. Ma era Merkel e il satrapo di Baku, Ilham Aliyev, dovette farsene una ragione. Lo scorso 18 luglio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha fatto visita a Baku, lusingando lo stesso Aliyev (al potere da 19 anni) con il più largo dei sorrisi e un profluvio di complimenti sull'affidabilità delle forniture energetiche che l'Azerbaigian garantisce e sempre più garantirà all'Europa. I giornalisti in carcere non sono più un problema, nonostante un collega di Ismailova, il blogger Mehman Huseynov, anche lui costretto al pendolarismo con le patrie galere, appena un paio di mesi fa abbia avvertito che "in Azerbaigian la libertà di espressione vive il mo…

Nel 2018 Angela Merkel in visita in Azerbaigian irritò le autorità incontrando Khadija Ismayilova, straordinaria reporter già minacciata, umiliata e incarcerata per le sue inchieste, e allora a piede libero con l'obbligo di non espatriare. Ma era Merkel e il satrapo di Baku, Ilham Aliyev, dovette farsene una ragione. Lo scorso 18 luglio la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha fatto visita a Baku, lusingando lo stesso Aliyev (al potere da 19 anni) con il più largo dei sorrisi e un profluvio di complimenti sull'affidabilità delle forniture energetiche che l'Azerbaigian garantisce e sempre più garantirà all'Europa. I giornalisti in carcere non sono più un problema, nonostante un collega di Ismailova, il blogger Mehman Huseynov, anche lui costretto al pendolarismo con le patrie galere, appena un paio di mesi fa abbia avvertito che "in Azerbaigian la libertà di espressione vive il momento più critico degli ultimi dieci anni". È che l'Azerbaigian ha il gas, tanto, tantissimo gas, che dalle profondità del Mar Caspio si infila nel gasdotto del Caucaso meridionale e raggiunge le nostre coste al ritmo di otto miliardi di metri cubi all'anno. La missione di von der Leyen era raddoppiare il flusso e pare ci sia abbondantemente riuscita: già nel 2023 i miliardi di metri cubi saranno dodici, mentre entro cinque anni dovrebbero raggiungere quota venti, con destinazione sia la Puglia sia il nuovo gasdotto greco-bulgaro operativo dal prossimo primo ottobre. Miliardo più, miliardo meno, è lecito chiedersi in che mani ci stiamo mettendo per sottrarci alla dipendenza energetica dalla Russia di Vladimir Putin.

I numeri dell'emergenza

L'Europa ricava quasi un quarto del suo consumo energetico dal gas naturale, importato al 90 per cento da Paesi terzi, che nel 2021 quasi per la metà sono stati un solo Paese, appunto la Russia. La Germania, di gran lunga la maggiore economia del continente, importava dalla Russia il 32 per cento del suo fabbisogno di gas nel 2011, il 52 per cento appena un anno fa. Ma l'invasione dell'Ucraina ha ridotto in macerie la partnership che per anni aveva riempito le casse del Cremlino e scaldato le case, illuminato le città e alimentato le fabbriche del Vecchio continente.

A neppure due settimane dall'inizio della guerra, la Commissione europea pubblica il suo piano strategico per affrontare l'emergenza: l'incipit ricorda che "la necessità della rapida transizione verso l'energia pulita non è mai stata così chiara e lampante". Si prova a tenere il punto, e ad affrontare la sfida della riconversione geopolitica con mente fredda e sguardo fisso sulla rivoluzione ecologica. Anche perché l'emergenza è sotto gli occhi di tutti, ma pare ancora a distanza di sicurezza: l'8 marzo la Commissione auspica che si possa raggiungere l'indipendenza dal gas russo "prima del 2030". Sembra passato un secolo. Tra embargo europeo e boicottaggio russo, l'incognita sul gas si è spostata dalla fine del decennio ai primi freddi: le esigenze ambientali passano in secondo piano e lasciano il posto alla ricerca di alternative pronte all'uso. Si resuscita il carbone, si rilancia l'energia nucleare, ma soprattutto si va in cerca di gas.

I nazisti di Putin

La repressione

Lo stesso giorno della visita di Ursula von der Leyen in riva al Caspio, il presidente del Consiglio Mario Draghi spende le ultime ore dei suoi pieni poteri nel palazzo presidenziale di Algeri. È lì per il gas ovviamente, e anche per lui il successo della visita si misura in miliardi di metri cubi: saranno quattro in più nel 2022, ma soprattutto dieci in più i miliardi che presto scorreranno annualmente nel gasdotto che dall'Algeria raggiunge la Sicilia. Missione compiuta insomma, tanto che l'Algeria già quest'anno sostituirà la Russia come nostro primo fornitore di gas naturale. Ma anche qui viene da chiedersi a che prezzo: ad Algeri, Draghi incontra il presidente Abdelmadjid Tebboune, eletto quasi tre anni fa in una consultazione boicottata dall'opposizione (affluenza ufficiale al 39 per cento, all'8 secondo l'opposizione). Il settantaseienne Tebboune è il volto antico e sempreverde di quello che gli algerini chiamano "le pouvoir", il potere che amalgama l'élite politica, economica e militare. Democrazia? Secondo Amnesty International al momento sono almeno 260 gli attivisti di Hirak, il movimento che dal 2019 porta in piazza centinaia di migliaia di manifestanti, che languono nelle carceri algerine. Se l'Azerbaigian è una sorta di proprietà privata del clan Alijev (l'attuale presidente è figlio di presidente, ed è stato eletto dal 2003 per quattro volte con il 77, l'87, l'85 e l'86 per cento dei voti), l'Algeria è una "democratura" che, secondo il portavoce italiano di Amnesty International Riccardo Noury, proprio mentre Putin invadeva l'Ucraina chiudeva "un mese di accanimento" antidemocratico condannando a tre anni di reclusione un noto esponente della locale Lega per i diritti umani.

Alla corte dell'emiro

Non siamo in buone mani. In questi mesi tedeschi e italiani hanno moltiplicato le visite ministeriali a Doha, per assicurarsi l'accesso agli enormi giacimenti del Qatar. L'ex paradiso delle perle è retto dall'emiro Tamim bin Hamad al Thani che accentra a sé la maggior parte dei poteri e divide gli incassi con i suoi 300 mila fortunati sudditi. I due milioni e passa di lavoratori stranieri che permettono al Qatar di essere il primo esportatore al mondo di gas e il prossimo ospite della Coppa del Mondo di calcio, godono di limitatissimi diritti civili e sindacali: sfidando uno spesso strato di opacità, il Guardian ha contato seimila morti nei nove anni dall'assegnazione della Coppa del mondo tra i lavoratori provenienti da India, Bangladesh, Nepal e Sri Lanka. Nel 2021 sono stati arrestati tre giornalisti norvegesi che facevano domande sui lavoratori stranieri, ed è finita in carcere la guardia giurata kenyota Malcolm Bidali che si lamentava online delle pessime condizioni lavorative. Siamo ben oltre l'aneddotica: il think tank americano Freedom House classifica come not free tutti e tre i nostri futuri campioni del gas, mentre l'Azerbaigian arranca dietro la Bielorussia nella classifica sulla libertà di stampa di Reporters sans frontières, ed è di gran lunga il peggior Paese d'Europa dove essere omosessuale secondo le rilevazioni di Rainbow Europe. La Confederazione dei sindacati internazionali considera l'Algeria una delle nazioni meno rispettose al mondo quanto a diritti dei lavoratori, mentre secondo Amnesty International in Qatar la situazione della libertà di espressione è addirittura peggiorata in vista della Coppa del Mondo di novembre.

Dimenticate l'ambiente

Anche trascurando le avventure belliche dell'Azerbaigian contro l'Armenia o le tensioni militari tra Algeria e Marocco, il quadro delle nostre nuove dipendenze energetiche è tutt'altro che confortante. I guai sono politici, economici e ambientali. Più (nuovo) gas vuol dire più investimenti, più investimenti richiedono un orizzonte temporale che ci allontana dai nostri obiettivi climatici: intervistato dal quotidiano tedesco Handelsblatt, il ministro dell'energia del Qatar Saad Sherida al Qaabi saluta il nuovo corso che mette in mora le conclusioni della Cop 26 (la conferenza ambientale di Glasgow del 2020), e avverte che gli investimenti per aumentare le forniture di gas per gli europei implicano un impegno produttivo ultraventennale. Il centro studi Ecco calcola che, a fronte di 29 miliardi di metri cubi di gas russo da sostituire, il nostro governo abbia avviato progetti per 58 miliardi di metri cubi. Si tratta di mettersi al sicuro aumentando la produzione e ampliando i gasdotti. Ma come denunciano gli attivisti di Global Witness, il rischio è di risolvere un'emergenza momentanea incatenandoci al gas sul lungo termine. Probabilmente passeremo al caldo il prossimo inverno. Ma senza aver trovato una vera soluzione.

Sul Venerdì del 12 agosto 2022