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Isabel Allende. Ritratto di Señora

Isabel Allende (2 agosto 1942) fotografata l’anno scorso nella casa a Sausalito, nella baia di San Francisco, dove vive con il marito Roger Cukras (Lori Barra) 
"Con la scrittura cerco ancora di dare voce ai vinti. La vecchiaia? Non ci penso. Sono sempre in compagnia dei miei spiriti". Dice Isabel Allende, "regina madre" della letteratura sudamericana
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La casa degli spiriti è questa mansarda piena di luce, a due passi dal Golden Gate. Lo schermo digitale non fa passare la brezza che spira dall'Oceano vicino, ma Isabel Allende è capace di farti arrivare ovunque, anche in un collegamento via Zoom, tutti i colori e i profumi della sua vita. È qui nell'attico di Sausalito, dentro la baia di San Francisco, che nascono le sue donne enigmatiche, gli amanti un po' guasconi, le storie di amore e di morte che sfumano in polvere di stelle. Dai ripiani alle spalle di Isabel, chiuse nelle cornicine d'argento, ci osservano la chiaroveggente Clara di La casa de los espiritus, che poi era nonna capace di leggere nel pensiero,  la madre Panchita che ha ispirato il più recente Violeta, e naturalmente Paula, la figlia perduta a cui è stato dedicato il libro più difficile. Sorridono tutte, le donne di Isabel, forse perché su ognuna di loro l'amore è arrivato come vento imp…

La casa degli spiriti è questa mansarda piena di luce, a due passi dal Golden Gate. Lo schermo digitale non fa passare la brezza che spira dall'Oceano vicino, ma Isabel Allende è capace di farti arrivare ovunque, anche in un collegamento via Zoom, tutti i colori e i profumi della sua vita. È qui nell'attico di Sausalito, dentro la baia di San Francisco, che nascono le sue donne enigmatiche, gli amanti un po' guasconi, le storie di amore e di morte che sfumano in polvere di stelle. Dai ripiani alle spalle di Isabel, chiuse nelle cornicine d'argento, ci osservano la chiaroveggente Clara di La casa de los espiritus, che poi era nonna capace di leggere nel pensiero,  la madre Panchita che ha ispirato il più recente Violeta, e naturalmente Paula, la figlia perduta a cui è stato dedicato il libro più difficile. Sorridono tutte, le donne di Isabel, forse perché su ognuna di loro l'amore è arrivato come vento impetuoso, e lei sembra legata alle sue anime femminili da un filo di seta intessuto di parole. C'è anche il nonno materno dalla risata fragorosa senza il quale non sarebbe nata la meravigliosa saga di Esteban Trueba. "Sono sempre circondata dai miei spiriti", dice Isabel mentre fruga tra gli scaffali alla ricerca di ogni singola immagine.  "E mi hanno fatto compagnia anche il 2 agosto, il giorno del mio compleanno".

Non si è trattato di un anniversario uguale agli altri, dal momento che segna il solenne traguardo degli ottanta. "In realtà non ci penso per niente. Per me ottanta è solo un numero, non l'ingresso nella vecchiaia.  E, se devo essere sincera, io me ne sento molti di meno". Il caschetto biondo platino incornicia il volto perfettamente disegnato e sembra davvero che all'anagrafe di Lima, dove Isabel risulta nata il 2 agosto del 1942, uno scribacchino abbia annotato male la data. Lei dice di aver imparato da Sophia Loren: portamento eretto, mai una lagna o un colpo di tosse, o quei versetti lamentosi che fanno i vecchi.  Dichiara anche di essere orgogliosa di ogni sua ruga che è un pezzo di vita, ma questo lo si dice sempre a dispetto delle torture affrontate per cancellarle. I compleanni, a qualsiasi età, non l'hanno mai resa felice. "Non mi piace stare al centro dell'attenzione. La mia vita pubblica mi obbliga a stare sotto i riflettori e nel privato preferisco farne a meno".

L'anagrafe può fare degli scherzi. Ma una domanda devo fargliela: arrivata in cima alla montagna, cosa vede che prima non riusciva a mettere a fuoco?
"La vecchiaia mi ha regalato il presente: finalmente riesco a vivere il quotidiano. Ho trascorso la mia vita lavorando moltissimo, sempre di corsa, assillata dalle cose da
fare. Ora godo di ogni singolo giorno, anche perché non me ne restano tantissimi".

A settantasette anni ha anche trovato un nuovo amore. E si è sposata per la terza volta.
"Mi è capitato in un'età in cui pensavo di restare da sola. Il sentimento è uguale a quello vissuto in gioventù: emozioni, palpiti, sfarfallio nello stomaco. Ma ciò che lo rende diverso e unico è il senso dell'urgenza: non c'è più tempo da perdere. Roger e io non abbiamo più tutta la vita davanti e quindi non possiamo più cedere a stupide gelosie, litigi, incomprensioni".

Lei ha confessato di essere romantica nella vita, ma nei suoi romanzi non riesce a esserlo. L'amante ideale non esiste e, quando si manifesta, conviene scappare.
"Ah sì, gli uomini di cui ci si innamora nei mei libri sono soldati mutilati, corteggiatori dal labbro leporino, guerriglieri fanatici. La vita è imperfetta. E quindi l'eroe romantico va bene per i romanzetti rosa, non per la letteratura che esplora la vita nelle caverne più nascoste".

La sua vita è profondamente intrecciata ai suoi romanzi. Il lavoro d'esordio, La casa degli spiriti, nasce da una lettera della nipote al nonno Esteban. E Violeta - l'ultimo romanzo - scaturisce al contrario dalla lettera di una nonna al proprio nipote Camilo. Come se in questo rovesciamento di prospettiva si iscrivesse il suo percorso esistenziale.
"Confesso che non è stato qualcosa di voluto. La specularità dell'impianto narrativo è il frutto di un approccio istintivo, non di un progetto intenzionale. È successo che nel bel mezzo della stesura di Violeta mi sono accorta del parallelismo con La casa degli spiriti. E solo a quel punto ho cominciato a tessere una rete di rimandi tra le due opere. A conferma che sono sempre i personaggi a decidere dove portarmi".

Spesso nei suoi romanzi ritorna l'espediente della lettera. C'è sempre qualcuno che scrive a qualcun altro.
 "Per svariati decenni, ogni giorno, ho scritto una lettera a mia madre. Con l'avvento delle mail, le missive quotidiane sono diventate anche tre o quattro. Tra le lettere conservate in garage e quelle digitalizzate, ne abbiamo contato oltre ventiquattromila. Un formidabile diario quotidiano".

E ora che sua madre non c'è più?
"Non scrivo più a nessuno. Quando Panchita è mancata - nel 2018 a 98 anni - ho pensato che potessi continuare a scrivere al suo spirito. Ma non ha funzionato. Sentivo che c'era qualcosa di molto artificioso. Ho smesso".

In questa ossessione della scrittura c'è anche una sfida con la morte? Glielo domando perché uno dei suoi testi formativi è stato Le mille e una notte, dove Sherazade spinge la sua esecuzione più in là raccontando al re persiano sempre nuove storie.
"La scrittura preserva la memoria, e quindi la storia individuale e collettiva, e  in questo c'è una sfida rispetto al tempo che passa. Non direi che la letteratura è capace di sconfiggere la morte, aiuta però a giocarci".

Lei è una narratrice di Storia e di storie. C'è una relazione tra questa sua vocazione e il fatto di essere figlia della Storia grande, nipote di quel Salvador Allende divenuto il simbolo del Cile democratico rovesciato da una feroce dittatura?
"Io non ho l'ambizione di scrivere la Storia grande. Mi limito a raccontare storie di persone, le cui vite sono condizionate dal tempo storico in cui sono immerse. Quindi la Storia grande, nei miei romanzi, scaturisce indirettamente dalla narrazione di queste storie più piccole. Non è un caso che  abbia scelto di scrivere questo genere di libri: anche la mia vita è stata determinata della Storia grande".

Si riferisce al golpe di Pinochet e alla morte di suo zio?
"Senza l'esilio non avrei scritto il mio capolavoro. Se non fossi stata costretta a lasciare il mio Paese sotto la dittatura, sarei rimasta una normale giornalista, curiosa e appassionata, ma non sarei mai diventata una scrittrice. Non avevo alternative, il mio nome era nella lista nera del regime militare. Così sono andata via".

In che modo ne è stata condizionata?
"L'essere stata obbligata a lasciare la mia casa, la mia lingua, la mia famiglia, i miei amici mi ha condotto a quel tentativo estremo di recupero della memoria che è La casa degli spiriti. È un romanzo ambiziosissimo per chi per la prima volta si inoltra nel terreno della letterarietà: una saga che si svolge in Cile nell'arco di settant'anni! È stato il mio modo di riprendermi tutto quello che avevo perduto nell'esilio".

Kundera è convinto che i romanzieri siano capaci di restituire la verità della Storia più di quando facciano gli storici di professione.
"La Storia ufficiale è stata scritta quasi sempre dai vincitori, generalmente un uomo bianco che non ascolta le voci delle donne, dei bambini, degli ultimi, degli oppressi, dei diversi. Il lavoro dello scrittore consiste nel recuperare questi silenzi, le parole perdute, il vissuto negato dei vinti. Io ho cercato per tutta la mia vita di fare questo, soprattutto per amore di un Paese la cui storia precedente è stata cancellata da diciassette anni di dittatura".

Oggi il Cile è guidato da un giovane leader di sinistra, Gabriel Boric. E sua nipote Maya Fernández Allende - figlia di una figlia di Salvador Allende - guida il ministero della Difesa. Una nemesi che rende giustizia al suo Paese?
"Guardi qua".

Isabel pesca tra le cornicine un selfie con il trentacinquenne Boric, forse l'unico non consanguineo ammesso nella stanza degli spiriti.
"A me sembra un paradosso della storia che sia proprio la nipote di Salvador Allende ad aver a che fare con i militari, essendo state le forze armate le artefici del golpe e della dittatura. Compito per niente facile!".

Tornando ai suoi romanzi, di solito sono i personaggi maschili a detenere il potere pubblico ma sono le figure femminili a governare i destini individuali.
"A me interessa la storia delle donne perché è anche la storia della famiglia e della comunità. Le donne sono il pilastro della vita quotidiana. Da qui nasce anche il mio femminismo che si è manifestato fin dai tempi dell'asilo. Ho lavorato con le donne per tutta la mia vita. Posso dire di conoscerle molto bene. Per questo mi piace scrivere di loro".

C'è una relazione tra il suo femminismo, la sua tempra di ribelle, e l'assenza della figura paterna nell'infanzia?
Isabel esplode in una delle sue risate liberatorie. Suo  padre Tomás Allende, funzionario dell'ambasciata cilena in Perù e cugino di Salvador Allende, abbandonò la moglie di punto in bianco travolto da uno scandalo sessuale.
"Non so rispondere alla sua domanda. Sono stata spesso in terapia, ma non ho mai risolto la questione se effettivamente il vuoto della figura paterna abbia determinato il mio modo di essere. Anche perché degni sostituti del padre sono stati mio nonno materno e lo zio Ramón, il marito di Panchita. Forse l'abbandono del padre mi ha fatto perdere la fiducia nella durata dei rapporti che contano: dovevo farcela da sola. E soprattutto dovevo aiutare mia madre, una donna molto dipendente dalla figura maschile".

Il suo ultimo personaggio, Violeta, è costruito a ricalco di sua madre Panchita: entrambe classe 1920, sensuali e affascinanti. Ma Violeta ha una libertà che sua madre non ha avuto.
"Ho regato a Violeta la vita che avrei voluto per mia madre. Panchita aveva capacità imprenditoriali che non ha mai potuto mettere a frutto, ostacolata dalla sua stessa classe sociale e da un marito autoritario. L'ho emancipata attraverso Violeta".

Mi viene in mente una frase che fa dire a Eva Luna, altra splendida creatura erratica. "Quando scrivo racconto la vita come vorrei che fosse. Solo grandi avventure, amori, gioie e sofferenza. Gli eventi meschini della quotidianità restano fuori". Questa è Isabel Allende...
"Ma questa è la letteratura! Nei romanzi contano solo la luce e le tenebre, il chiarore e l'oscurità: non c'è spazio per le mezze tinte. Quando chiacchiero con Roger a casa, lui è capace di soffermarsi sui dettagli inutili. E allora mi innervosisco. Io amo il bianco o il nero. I particolari insulsi, per favore, lasciamoli perdere!".

Allora glielo domando subito. È difficile lasciare un suo romanzo a metà. Esiste un metodo Allende?
"Il mio metodo è nella disciplina. Mi piace alzarmi presto, seguire determinate regole, studiare, fare ricerca, lavorare sulla trama, poi sulla lingua, sullo stile, sul ritmo narrativo. Il mio lavoro è frutto di un esercizio quotidiano costante, laborioso, accompagnato dal silenzio".

Ma i personaggi come nascono?
"In genere mi lascio ispirare dalle donne che conosco, soprattutto da quelle che incontro nella Fondazione dedicata a Paula: nonostante i traumi della vita, non hanno perso passione, allegria e generosità. Per me è fondamentale pensare a una persona in carne ed ossa".

Lei è stata la prima donna ad avere successo sull'onda del grande boom del realismo magico. È stato faticoso?
"Le donne latinoamericane hanno sempre scritto - pensi a Juana Inés de la Cruz, poetessa del XVII secolo - ma le loro voci sono state sistematicamente mortificate. E anche il boom del realismo  magico è stato un fenomeno maschile, non perché le donne non scrivessero ma perché non erano accettate in un club così esclusivo.  L'ho definito maschile, ma era anche maschilista".

Perché?
"Quando ebbi successo con La casa degli spiriti, venivo considerata dai critici non come una voce del realismo magico, ma come autrice "post realismo magico": ovviamente non potevo far parte del club! Se è stato difficile? Difficilissimo. Mi è costato molto ottenere la metà del riconoscimento che con naturalezza arrivava ai miei colleghi maschi".

Posso chiederle come veniva guardata da García Márquez o da Vargas Llosa?
"Non ho mai conosciuto García Márquez. Con Vargas Llosa ho rapporti cordiali, ma non siamo amici perché non appartengo al suo stesso circolo. Come scrittrice mi considero abbastanza isolata. Scrivo in lingua spagnola ma abito negli Stati Uniti. E non faccio vita sociale nei salotti dell'intellighenzia latinoamericana".

Lei si  è molto raccontata in Paula, il libro più autobiografico. Aver accompagnato Paula a morire ha addomesticato la sua idea della morte?
"Sì, a me è successo proprio questo: la morte mi è diventata famigliare. Dopo la scomparsa di mia figlia ho perso la paura della fine. Tutto ha un termine. E tutto cambia. Ho imparato anche che si vive meglio possedendo di meno. Oggi ho una casa piccola e una macchina abbastanza mal ridotta. So che morirò e non voglio complicazioni".

Lei fa morire Esteban Trueba e Violeta in un clima di straordinaria serenità. La sua morte come se la immagina?
"Come una donna elegante e gentile che profuma di gardenie. Un'amica che mi sta aspettando seduta in giardino. Io so che c'è, ma senza drammi".  
Che cosa farà il prossimo 8 gennaio?

È un vecchio rito scaramantico di Isabel Allende, che comincia un nuovo romanzo solo in quella data.
"Non ne ho la più pallida idea. Ma ho appena finito la revisione del manoscritto del nuovo romanzo. Ancora una volta una madre, e ancora una volta una figlia: provengono dal Centroamerica e sono state separate alla frontiera degli Stati Uniti. È storia di oggi, che ci riguarda. Non ho mai smesso di credere in un mondo più giusto, dove regnino la pace e l'empatia. La mia scrittura, in fondo, nasce da questo sogno".

Sul Venerdì del 5 agosto 2022