Il Venerdì

Reportage

La guerra in Ucraina arriva a New York. Borscht e resistenza a little Ukraine

Andrew Ilnicki, 59 anni, davanti alla salumeria di Little Ukraine dove è entrato garzone e di cui ora è proprietario (Anna Lombardi)
Andrew Ilnicki, 59 anni, davanti alla salumeria di Little Ukraine dove è entrato garzone e di cui ora è proprietario (Anna Lombardi) 
Il ristorante Vaselka, la salumeria di Andrew Ilnicki, la chiesa di padre Shynska. Gli ucraini combattono anche nel Lower East Side di Manhattan. A colpi di cavoli e salsicce
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NEW YORK. "Fate il Borscht, non la guerra". C'è scritto proprio così sulle pareti del ristorante ucraino Vaselka, amatissimo dai tiratardi della Grande Mela giacché la famosa zuppa si può gustare anche di notte. Dall'altra parte della strada, sulla porta del dirimpettaio East Village Meat Market, la salumeria che ha messo la bandiera gialloblu in vetrina a incorniciare salami kielbasa e forme di pane nero, invece c'è scritto: "Dateci ali, fate volare gli ucraini", neanche troppo velata richiesta di armi. Diversi approcci, forse: medesimo sostegno. Sì, perché la resistenza ucraina passa anche da questo crocevia del Lower East Side di Manhattan, lì dove la Nona strada s'interseca con la Second Avenue, cuore di quella che resta della Little Ukraine di New York.  


Gli attivisti della diaspora

Da quando è scoppiata la guerra è qui che, insieme a simpatizzanti della causa di Kiev, si ritrovano gli attivisti della diaspora ucraina, una comunità che conta 60 mila persone nella sola Grande Mela, la presenza più importante d'America. "Ya vitayu vas! Welcome!" sì insomma benvenuti. Andrew Ilnicki, 59 anni, saluta così tutti i clienti che varcano la soglia del suo negozio al 139 di Second Avenue. L'anziana con la borsa di tela decisa a fare il pieno di holubtsi, il cavolo ripieno che è la specialità della casa. La ragazzina con la minigonna verde venuta a ordinare babka al formaggio, dolcetti per la sua festa di compleanno. E l'uomo in giacca e cravatta che chiede il suo solito panino al pastrami. Personaggi dagli stili e dai gusti diversi, che si trovano riuniti da un medesimo gesto: la manciata di dollari che, uscendo, depongono nel vaso di terracotta all'ingresso, dipinto coi colori del cielo e del grano della bandiera di Kiev. È la raccolta fondi per chi combatte dall'altra parte del mondo. Va avanti così da ormai quasi sei mesi. Da quando la Russia di Putin ha invaso i vicini precipitando il mondo nell'incubo di una nuova guerra, la salumeria di Ilnicki, il ristorante Vaselka e pure la chiesa in fondo alla strada, si sono trasformate nell'epicentro della locale mobilitazione ucraina. "E pazienza se con l'estate stiamo raccogliendo meno" ti dice Ilnicki con un sorriso tirato, girandosi la parannanza e scusandosi perché è macchiata: "Ma non conta quanti soldi mandiamo. L'importante è che laggiù sappiano che non li abbandoniamo".

 


Solo tre strade

E come potrebbero? Fra bandiere gialloblu attaccate alle scale antincendio delle vecchie brownstone e odore di cavolo, l'Ucraina non sembra poi così lontana da qui. E pazienza anche se, stretta fra Little Italy e Chinatown, la Little Ukraine che un tempo si estendeva fino ad Avenue D oggi comprende tre strade appena, dalla First a quella Second Avenue che nel secolo scorso era il cuore dello struscio degli immigrati provenienti da Kiev, Leopoli, Odessa. E che ancora oggi è l'arteria dove trovano prodotti tipici, e possono mangiare polpette grechanik e perfino ascoltare musica tradizionale all'Ukrainian National Home (dove in realtà ha esordito pure la gipsy punk band ucraino-americana Gogol Bordello).

 


Sopravvissuto al nazismo

Fra tante, l'East Village Meat Market dichiara la sua origine fin dall'insegna, con il nome del fondatore J. Baczynsky (dove J sta per Julian) scritto a grandi lettere blu. Originario di Kiev, sopravvissuto ai campi di concentramento tedeschi, il vecchio Julian emigrò in America nel 1949. Ma riuscì ad aprirsi un negozio tutto suo solo nel 1970: salvo cederlo 30 anni dopo a quell'Andrew diventato nel tempo suo braccio destro. Sì, proprio il ragazzone nato in Ucraina nel 1963 e approdato a New York nel 1980, col fratello maggiore su invito di una zia, senza sapere una parola d'inglese. Andrew ha trovato la sua America proprio qui.

Nel locale dove gli fu offerto il suo primo lavoro e dove ha ricoperto ogni ruolo: garzone, commesso, cassiere, manager. Diventandone il padrone solo un anno fa, dopo la morte dell'ormai centenario Baczynsky. "Sono americano da 40 anni, ma non dimentico le radici. E nemmeno mia moglie Olah. In casa abbiamo ormai la tv sempre accesa. E come tutti, nel quartiere, pensiamo tutto il tempo ai nostri cari. Anche se siamo a migliaia di chilometri di distanza il solo passaggio di un'ambulanza a sirene spiegate ci fa sussultare. Ma gli ucraini continuano a combattere e noi da qui li sosteniamo facendo quel che possiamo. Preghiamo che finisca presto: e con la sconfitta dei russi", dice mentre chiude la cassa. E fa la conta della raccolta: "Prima dell'invasione, nessuno sapeva niente dell'Ucraina. Ora vengono in tanti a lasciare contanti e assegni, dicendomi "tu sai cosa fare"". Lui quei soldi, in realtà, li porta alla vicina St. George, la chiesa cattolica ucraina sulla Nona strada con le cupolette orientali di cui è membro attivo. E dove a coordinare gli aiuti ci pensa padre Peter Shyshka, 69 anni, che la "lista della spesa",  tutto quello che serve Oltreoceano, l'ha appesa sulla facciata: "Cibo in scatola, medicine, sacchi a pelo, garze, guanti, antidolorifici, cortisone. E poi sapone, dentifricio, calzini....". Tanto più che la sua chiesa è dedicata a San Giorgio, protettore dei combattenti.

 

Figlio di immigrati, il religioso è nato proprio in queste strade di New York. Ed è cresciuto a due passi dalla chiesa, tirata su nel 1905 dagli ucraini a immagine della bella cattedrale della loro città, Leopoli. È in questa chiesa che nel 1986 la comunità si ritrovò a pregare dopo il disastro di Chernobyl. Scena che si è ripetuta il 24 febbraio 2022, giorno dell'invasione russa. Da quando il conflitto è iniziato, dice padre Shyshka, "lascio la chiesa aperta dall'alba al tramonto per le preghiere. I parrocchiani vengono a confessarsi molto di più, resto a disposizione anche quattro ore di fila. E la domenica c'è la folla solitamente riservata ai giorni di festa". La guerra non gli piace, ma la sostiene: "La Russia ci ha invasi già nel 2014. È la prova che il diavolo esiste.Cosa dovevamo fare, lasciarci divorare pezzo dopo pezzo?". Mangiate borscht, non fate la guerra, in questa chiesa sembra un messaggio lontano.