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La mia coppia di Regine

Ritratto di Maria Antonietta (1755-1793), regina di Francia, nell’abito dell’incoronazione (1775, di Jean-Baptiste Gautier Dagoty) (Getty images) 
Maria Teresa e la figlia Maria Antonietta: due grandi sovrane fra splendori e tragedie del ‘700. Un libro ne narra le vite. E l’autrice ci racconta perchè il fascino iniziò con LAady Oscar
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A Maria Antonietta mi legano ricordi d’infanzia. Una sera, a una cena da noi, alcuni ospiti ne parlavano. Io bambina chiesi lumi a una signora presente. «Era una regina di Francia molto sciocca» mi fu risposto. «Quando le dissero che il popolo non aveva pane, rispose: “Che mangino le brioches”». L’affermazione non mi convinse. Nel mio immaginario, le sovrane erano personaggi grandiosi: alcune di loro potevano essere feroci, ma non stupide. E quel poco che allora sapevo della figlia di Maria Teresa contraddiceva simili luoghi comuni.


In anni successivi Lady Oscar, il manga di Riyoko Ikeda trasmesso su Italia 1, mi confermò nella mia idea. Certo, ad avvincermi fu proprio Oscar de Jarjayes, la bella figlia del generale François de Jarjayes (lui sì, realmente esistito e testardamente monarchico), cresciuta dal padre come un maschio – “nella culla ti han messo un fioretto, lady dal fiocco blu”, cantava…

A Maria Antonietta mi legano ricordi d’infanzia. Una sera, a una cena da noi, alcuni ospiti ne parlavano. Io bambina chiesi lumi a una signora presente. «Era una regina di Francia molto sciocca» mi fu risposto. «Quando le dissero che il popolo non aveva pane, rispose: “Che mangino le brioches”». L’affermazione non mi convinse. Nel mio immaginario, le sovrane erano personaggi grandiosi: alcune di loro potevano essere feroci, ma non stupide. E quel poco che allora sapevo della figlia di Maria Teresa contraddiceva simili luoghi comuni.


In anni successivi Lady Oscar, il manga di Riyoko Ikeda trasmesso su Italia 1, mi confermò nella mia idea. Certo, ad avvincermi fu proprio Oscar de Jarjayes, la bella figlia del generale François de Jarjayes (lui sì, realmente esistito e testardamente monarchico), cresciuta dal padre come un maschio – “nella culla ti han messo un fioretto, lady dal fiocco blu”, cantavano I Cavalieri del Re – e divenuta comandante della guardia reale. Con le sue redingote, le camicie con lo jabot, le culottes, gli stivali, Oscar rappresentava l’eroina pronta a mettere la propria spada al servizio dei deboli.

L’imperatrice Maria Teresa (1717-1780) a 35 anni 
con le corone di Ungheria e Boemia e del Sacro Romano Impero, dono del marito Francesco I. (Getty images) 


Anche Maria Antonietta ne usciva bene, pur con le sue contraddizioni. A tinte pastello, luminosa, gentile, sorridente, e al tempo stesso irrequieta e leggera nella prima fase; gravata dai dolori, ma dignitosa e piena di coraggio dallo scoppio della Rivoluzione. Ottima madre, legatissima ai suoi bambini: la scena forse più straziante era quella in cui la separavano dal piccolo delfino di Francia, poi morto di stenti. Mi lasciò una decisa avversione per il giacobinismo, con le sue pretese di moralità e purezza, e per gli inquisitori, che si sarebbe consolidata studiando il processo-farsa a cui venne sottoposta la sventurata, accusata di incesto dall’orrendo Antoine Fouquier-Tinville.


Allora non lo sapevo, ma quel cartone che mescolava veridicità e invenzioni si ispirava alla biografia di Stefan Zweig, che sarebbe divenuto il mio modello di scrittura, anche per la capacità di introspezione. Credo che siano gli uomini e le donne a “fare” la Storia, a influenzare e determinare gli eventi, per cui sono convinta della necessità di scavare a fondo nella loro psicologia per capire gli accadimenti. E credo che “la Storia si ripeta” perché sempre si reiterano i caratteri di quelli che la attraversano.


Con Maria Teresa feci conoscenza nei miei soggiorni a Vienna, metropoli mitteleuropea dal fascino antico, in apparenza romantico e nel fondo decadente, persino perturbante, che è ancora piena di lei. Mi affascinano il tratto eroico e la grandezza, per cui rimasi colpita da un episodio. Nel giugno 1741, venne incoronata “re” d’Ungheria e poi, su un grande cavallo nero, salì una collinetta, brandendo una spada con cui indicò i quattro punti cardinali. Quella messa in scena stava a indicare che avrebbe difeso l’Ungheria dai nemici, da qualunque parte essi provenissero. Alla luce di questa e altre azioni, Maria Teresa appariva l’emblema della forza e della determinazione, l’emanazione della ragion di Stato (basti vedere la ferma disinvoltura con cui tirava fuori figli e figlie del poulailler, “il pollaio” casalingo, per scambiarli al mercato matrimoniale, cedendoli all’alleato più utile ai sacrosanti interessi degli Asburgo). In lei, però, si celavano i semi di una fragilità, un “male di vivere” che divenne più pervicace quando perse l’amato marito Francesco Stefano di Lorena. “Il sole stesso mi pare nero”, avrebbe scritto. Anche nel suo impero all’apice della gloria si percepiva un senso di disfacimento, di caduta ineluttabile. Il Finis Austria, il crollo della monarchia millenaria così ben raccontato da Zweig nel Mondo di ieri, esisteva già, in nuce, nell’Austria felix della sua sovrana.


Delle due dame lessi le biografie e le lettere, mi immersi nei memorialisti. Studiai quelle corti di Vienna e Versailles in eterna competizione che davano il tono a tutta Europa; andai a visitare i luoghi nei quali avevano vissuto. Il genius loci è fondamentale per comprendere un personaggio e un’epoca. Ci sono posti che conservano memoria degli eventi accaduti. Una memoria del bene e del male, che si respirano come un odore. Alcuni luoghi attirano misteriosamente e altri respingono.
Viceversa ci sono personaggi che impregnano di sé, del loro profumo, i posti nei quali sono vissuti. È il caso di Maria Antonietta. I fratelli Goncourt scrivevano a proposito del Trianon, quel tempio di eleganza e raffinatezza da lei così amato, dal quale la strappò a forza la Rivoluzione: «Si sente il sunt lacrimae rerum. Sembra di camminare nella scatola di giochi di un bambino morto». Mi incuriosiva la vicenda di quella regina troppo adulta nella fortuna, troppo diffamata e abbandonata nella disgrazia. Come altri biografi, però, faticavo a ritrovarne l’essenza: in fuga perenne, Maria Antonietta assumeva la consistenza delle figure riflesse sull’acqua. Mi misi di impegno per fissarla.


Penso che il primo compito di un biografo sia “restituire la voce” ai personaggi, per cui ho voluto scrivere soprattutto di figure calunniate, o mal comprese, o espulse a forza dalla cornice della Storia. Napoleone II, Nicolas Fouquet, Lucrezia Borgia, Caterina de’ Medici rappresentano alcuni esempi. Perché se è vero che, come diceva Napoleone, «la verità storica è una favola convenzionale», è anche vero che le figure del passato non sono quasi mai come le tramanda la leggenda. Ma è il biografo a “prestare” loro la propria voce, a farle parlare attraverso di sé. Sento di essere parte di ognuna delle persone di cui ho scritto. E ognuna, a suo modo, mi ha colpito e sorpreso.


Il destino, ricorda Eraclito, è nel carattere. Maria Teresa e Maria Antonietta giungono entrambe troppo presto al grande potere, e altrettanto impreparate. La differenza è nell’uso che ognuna fa del potere stesso e degli strumenti a disposizione. La madre studia, lavora e si prepara; la figlia spreca i doni dell’esistenza. Una diventa “la grande Maria Teresa”, l’altra “la lupa austriaca”. Nella parte finale, però, quando la corona le viene strappata, questa si rivela degna erede dell’imperatrice, riscattando gli errori inziali. «Quando diventerai ciò che sei?» le chiedeva sempre sua madre. Con il patibolo, lo è diventata.
“Nella fine, è il mio principio”, scriveva Eliot.

 

Sul Venerdì del 12 agosto 2022