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Cristina Pavarotti: "Quella stella di mio padre"

Cristina e Luciano Pavarotti (1935-2007) durante le selezioni del Philadelphia Voice Competition (1988).  
Il 24 agosto nella Walk of Fame di Hollywood verrà posta la “star” di Luciano Pavarotti. Ci sarà la figlia Cristina, che qui ci racconta il lato più intimo del tenore. Tra opera e pop
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Quante vicende, emozioni, memorie che si intrecciano nel racconto di suo padre, Luciano Pavarotti, e di tutta la sua monumentale storia: la musica, i teatri, il successo, Paul Newman e la sua Modena ... Una galleria di immagini private e pubbliche, dolci e ingombranti. "E sarà la mia età, ma sento il bisogno di recuperare e ordinare queste testimonianze", confessa Cristina Pavarotti, 58 anni, la secondogenita del tenore che per oltre 40 anni è stato protagonista della scena internazionale, fino alla sua morte nel 2007 a 71 anni. L'occasione per riparlare "di papà" è bella: la Stella sulla Walk of Fame che "Big Luciano", osannato come una star di Hollywood, si è meritato. Verrà posta il 24 agosto con una cerimonia in diretta su walkoffame.com e quel giorno al 7065 di Hollywood Boulevard, oltre a James Conlon, il direttore musicale dell'Opera di Los Angeles, ci sarà Cristina, a nome delle altre…

Quante vicende, emozioni, memorie che si intrecciano nel racconto di suo padre, Luciano Pavarotti, e di tutta la sua monumentale storia: la musica, i teatri, il successo, Paul Newman e la sua Modena ... Una galleria di immagini private e pubbliche, dolci e ingombranti. "E sarà la mia età, ma sento il bisogno di recuperare e ordinare queste testimonianze", confessa Cristina Pavarotti, 58 anni, la secondogenita del tenore che per oltre 40 anni è stato protagonista della scena internazionale, fino alla sua morte nel 2007 a 71 anni. L'occasione per riparlare "di papà" è bella: la Stella sulla Walk of Fame che "Big Luciano", osannato come una star di Hollywood, si è meritato. Verrà posta il 24 agosto con una cerimonia in diretta su walkoffame.com e quel giorno al 7065 di Hollywood Boulevard, oltre a James Conlon, il direttore musicale dell'Opera di Los Angeles, ci sarà Cristina, a nome delle altre eredi, le sorelle Lorenza, Giuliana, la sorellastra Alice e Nicoletta Mantovani. Non solo: con la produttrice Cinzia Salvioli e la sua Albedo Production, in collaborazione con la Genoma Films di Paolo Rossi Pisu e a Silvia Bizio, Anna Manunza e Cecilia Miniucchi, il 24 e il 25 agosto, Cristina ha scelto alcune iniziative per festeggiare il tenore, tra cui, invece del consueto Nessun dorma ("in tanti credono che la musica sia di mio padre"), la proiezione di due registrazioni della produzione classica e meno conosciuta di Pavarotti, inedita per gli Usa: la Messa da Requiem di Verdi, diretta da Claudio Abbado con l'Orchestra della Rai nella Basilica di Santa Maria Sopra Minerva a Roma nel 1970, restaurata dalla Cineteca di Bologna e trasmessa sempre il 24 anche su Rai 5; e una selezione di cinque brani dall'ultimo dei tre recital che Pavarotti tenne alla Scala nel 1983, interessanti per capire il rapporto che aveva col pubblico. "Scelte sui generis, lo so, ma ho voluto dare importanza alla prima parte della carriera di mio padre", spiega Cristina, 58 anni, librettista, al lavoro su una nuova opera, Madre e figlia, con il compositore Alberto Garcia Demestres con cui anni fa realizzò Il Sequestro.

Cristina oggi (58 anni) (May Zircus) 

Per gli Usa sarà un Pavarotti quasi inedito.
"Le tappe più popolari della celebrità internazionale sono una storia eccezionale, ma il desiderio è reinserire mio padre nel mondo della classica e dell'opera, le radici senza cui non ci sarebbe stato tutto il resto".

Teme che il Pavarotti pop impoverisca il Pavarotti tenore d'opera?
"Un po' sì, e lo dico senza polemica. Perché già negli anni Settanta mio padre aveva capito la cesura tra il pop e la musica d'opera, e che quest'ultima doveva usare i mezzi di comunicazione per uscire dal recinto. Ma questo impegno non deve trascurare il lungo, serio lavoro nella storia dell'opera dove papà ha fatto tanto e con pagine fondamentali. Il Requiem verdiano per lui era importantissimo".

In che senso?
"La musica sacra era il suo mondo. Aveva iniziato a cantare nella Corale di Modena, nelle voci bianche, seguendo il padre. Il Requiem, diceva, era stato il suo debutto più temerario, perché la prima volta lo aveva cantato nel '67, alla Scala e con Karajan. Raccontava che quella sera era come posseduto. E lo spartito di quella prima volta lo tenne per sempre, firmato da Karajan e successivamente anche dai direttori con cui, nel corso di 30 anni, lo ha cantato, i migliori del mondo: Giulini, Solti, Zubin Mehta, Barenboim, Maazel, Muti e appunto, Abbado. Per la festa di Los Angeles, quello spartito sarà esposto al Grammy Museum a testimoniare che il percorso eroico di mio padre partito dalla piccola città e arrivato a conquistare il mondo scavalcando i generi, aveva radici in quella musica e in un mondo che oggi si sta perdendo".

Perché?
"Oggi gli artisti diventano divi in un attimo... Mio padre aveva una bella voce, sì, ma il colore, il timbro, gli armonici se li è costruiti con lo studio e accanto ad artisti e amici con cui c'era uno scambio. Andrebbe recuperata quella memoria di comunità: direttori, cantanti tecnicamente preparati, consapevoli di avere a che fare con qualcosa di elevato, da trattare con rispetto, studiando, provando. Mio padre quell'aria l'ha respirata e anche noi. Una recita alla Scala era preceduta da giorni di batticuore".

Luciano Pavarotti in scena alla Scala di Milano nell’opera di Gaetano Donizetti La Figlia del Reggimento nel 1968 (Erio Piccagliani © Teatro alla Scala) 

Anche a casa?
"Come no. Il giorno della recita era inquieto, irritabile, cosa insolita per lui. La paura delle esibizioni gli è rimasta sempre. Negli ultimi concerti la esorcizzava con una briscola in camerino. Nei primi anni, a casa noi figlie dovevamo stare zitte e tranquille".

Autoritario?
"La vita di casa ruotava intorno a lui. Era severo, ma anche un alleato. Era disordinatissimo, più di noi. Sui temi di cuore era lui il confidente, mai geloso dei fidanzati, perché era un romantico, credeva all'amore, non concepiva una persona se non in coppia".

Andavate spesso a teatro da lui?
"Sì, dopo una certa età, che erano i 5 anni e fino al momento della scuola. Il mio primo ricordo è La Figlia del Reggimento alla Scala che allora si faceva in italiano, con Mirella Freni. Erano spedizioni pazzesche on the road, per seguirlo".

Tipo?
"Mia madre, Adua Veroni, ci caricava in macchina e raggiungevamo papà ad Amburgo, Madrid, Parigi... senza telefonini, strade che erano piene di buche. Ma si arrivava sempre. In alcune occasioni abbiamo fatto anche le comparse in scena".

Pur di stargli vicino?
"Soffriva a stare lontano da casa. Ho trovato lettere piene di emozione dove ne parla. I cantanti vivono un sacco di solitudine. Così si viaggiava anche noi".

E come facevate con l'America? Dal'67 cantava molto più in Usa che in Europa. Era la star del Met.
"Sì, è l'artista che ha fatto più rappresentazioni in quel teatro. Debuttò nel 1969 e poi dal'72 con l'esplosione del fenomeno Pavarotti con La Fille du Régiment, seguirono La Bohème, Traviata.... Gli Usa erano un paese consonante col suo carattere: forte organizzazione, programmi con tre anni di anticipo. Ecco perché ha cantato più in America. E oltre New York, c'è San Francisco dove dal '67 fece un sacco di debutti".

Si era fatto amici in Usa?
"Molte star conosciute quando lo premiavano: Paul Newman, Mel Brooks, Anne Bancroft, Jack Nicholson... Si era anche parlato di trasferirci in America, ma era troppo legato a Modena. E quando noi avevamo la scuola, lo raggiungeva solo mia madre stando via anche un mese".

E voi figlie?
"C'era una rete di supporto pazzesca: nonni, zie e prozie. Eravamo una famiglia extralarge, cosa che ci ha tenuti, compreso papà, uniti e ancorati. E se lui ci mancava, ci spiegavano che stava facendo una cosa importante. Noi lo capivamo quando a fine rappresentazione c'erano gli autografi. Voleva dire andare a letto alle 3 di notte. Bisogna dare atto a mio padre di aver avuto la gratitudine profonda dai suoi ammiratori. Abbiamo lettere commoventi, in Usa anche di tanti immigrati grati di aver ritrovato con lui le proprie radici".

Avete ancora molto materiale a casa?
"Tantissimo. Molto è alla Fondazione Pavarotti. A casa sono rimaste le cose più private, la corrispondenza, registrazioni, alcune inedite, di prove o studi, raccolte da mia madre nei vari teatri. Sì, sarebbe bello sistemarli. C'è il problema dei diritti. Il Requiem risultava in capo alla Fondazione Abbado, per esempio, e ringrazio la figlia Alessandra per la proiezione".

Come avete vissuto voi figlie questa celebrità?
"So che abbiamo una vita unica, gioiosa e con anni difficili, perché soffrivamo quando sentivamo la sua inquietudine. Poi però, e parlo per me, non faccio la vittima, ma il riflesso di quella celebrità ti arriva sempre addosso. Da ragazza me ne vergognavo, perché susciti un interesse che non riguarda la tua persona. Adesso mi fa piacere, vuol dire che c'è la memoria... E poi ho avuto un padre che ha speso la vita per una passione forte, passando per sacrifici e paure, per farne un nutrimento dell'anima, per sé e per gli altri".

Sul Venerdì del 12 agosto 2022