Anche il licaone ha un caldo da morire
di Alex Saragosa , di Alex SaragosaCome se non bastasse l'azione diretta dell'uomo, dalla caccia alla deforestazione, a danneggiare gli animali c'è anche quella indiretta del cambiamento climatico che, modificando temperature, piogge e ciclo di vita di piante e insetti, rende la vita di molti selvatici sempre più difficile. I biologi speravano che gli animali riuscissero ad adattarsi, per esempio migrando in luoghi più freschi, oppure cambiando le loro abitudini di vita, ma entrambe le strategie si stanno rivelando spesso impraticabili. La prima, per esempio, è quella seguita dai colibrì di Anna, Calypte anna, che provano a sfuggire al caldo crescente nell'Ovest americano spostandosi sempre più in alto sulle montagne. Ma così facendo, ha scoperto adesso Austin Spence, ecologo della Università della California, si trovano a volare in aria sempre più rarefatta, intorno ai 2.500 metri: gli impedirà il volo. Più solida sembrava la …
Come se non bastasse l'azione diretta dell'uomo, dalla caccia alla deforestazione, a danneggiare gli animali c'è anche quella indiretta del cambiamento climatico che, modificando temperature, piogge e ciclo di vita di piante e insetti, rende la vita di molti selvatici sempre più difficile. I biologi speravano che gli animali riuscissero ad adattarsi, per esempio migrando in luoghi più freschi, oppure cambiando le loro abitudini di vita, ma entrambe le strategie si stanno rivelando spesso impraticabili. La prima, per esempio, è quella seguita dai colibrì di Anna, Calypte anna, che provano a sfuggire al caldo crescente nell'Ovest americano spostandosi sempre più in alto sulle montagne. Ma così facendo, ha scoperto adesso Austin Spence, ecologo della Università della California, si trovano a volare in aria sempre più rarefatta, intorno ai 2.500 metri: gli impedirà il volo. Più solida sembrava la strada seguita dalle rondini comuni, Hirundo rustica: anticipano sempre di più l'arrivo nelle tundre del Nord per restare sincronizzate con la maggiore disponibilità di insetti. Ora si è scoperto che una strategia come questa si può ritorcere contro, e purtroppo a dimostrarlo è un animale già in pericolo: il licaone, Lycaon pictus, un parente africano del lupo.
"Nella torrida savana del Botswana, i licaoni da millenni si erano abituati a far nascere i cuccioli all'inizio dell'inverno, così da fargli passare tutte le prime critiche settimane di vita in condizioni di temperatura più miti" spiega la zoologa Briana Abrahms, dell'Università di Washington. "Ma in questi ultimi decenni le temperature medie del loro territorio sono aumentate di quasi 2°C, con le massime che toccano i 46°C contro i 41 di trent'anni fa. Il che ha spinto le femmine di licaone ad accoppiarsi sempre più tardi, per far sì che i piccoli nascano nel breve periodo, a giugno-luglio, quando si scende sotto i 30°C. Esaminando i dati di sessanta branchi di licaoni seguiti in Botswana dal 1989 al 2020, si è visto che oggi i cuccioli vengono alla luce in media 22 giorni più tardi di quelli di 33 anni fa".
Fare la cosa giusta
Ebbene, questo tentativo di adattarsi al cambiamento climatico sembra essere fallito e la ragione è che la stagione fredda si è accorciata anche dal lato della primavera, con la conseguenza che spostando in avanti le nascite, le madri hanno finito per esporre i cuccioli a temperature più alte nel delicato periodo di uno-due mesi, chiamato denning, durante il quale i piccoli vengono allattati nella tana. "Temperature più alte durante il denning riducono la produzione di latte nelle madri e l'abbondanza di prede per nutrirle: il risultato è che oggi escono vivi dalla tana circa il 14 per cento in meno di cuccioli rispetto a trenta anni fa".
"La selezione naturale riesce ad adeguare una specie ai lenti cambiamenti climatici naturali, ma nei tempi rapidissimi di quello antropico non fa in tempo ad agire. Gli animali possono solo tentare di "fare la cosa giusta", come mantenere il periodo delle nascite nel momento di minor calore, senza però poter prevedere i suoi effetti complessivi, che possono essere negativi. E nel caso dei licaoni del Botswana, più le temperature si alzeranno, più la cosa peggiorerà: sono caduti in una vera e propria trappola climatica" conclude Abrahms.
La cosa è resa più grave dal fatto che sono ridotti ormai a poche migliaia di esemplari sparsi in gran parte dell'Africa sub sahariana, e quindi già in grave pericolo di estinzione.
"È una specie che ha una straordinaria abilità nel cacciare: se i lupi hanno successo solo una volta ogni dieci tentativi, i licaoni catturano la preda il 90 per cento delle volte, grazie a una lunga e attenta osservazione da punti elevati dei possibili bersagli, soprattutto antilopi e gazzelle, per "leggerne" il comportamento, ed individuare la più debole" dice Luigi Boitani, docente di Zoologia alla Sapienza.
Il referendum degli starnuti
Ancora più sorprendente il fatto che per decidere quando andare a caccia, i licaoni usano una sorta di "referendum" a base di starnuti: se un individuo vuole partire, comincia a fare "etcì" dal naso, e solo se la maggioranza lo imita il branco si unisce a lui. Il voto-starnuto del maschio alfa, in teoria, vale come quello dell'ultimo subordinato ma, hanno notato i ricercatori, se è lui a starnutire per primo, è più probabile che la caccia si faccia: il carisma non è acqua. "Nonostante la loro abilità sociale e venatoria, però, sto perdendo le speranze che riescano a resistere a lungo, perché fra tutti i canidi del mondo sono quelli meno dotati di flessibilità nell'adattarsi alle diverse situazioni" dice Boitani. Il punto dolente è che i branchi di licaoni, che comprendono solo da 4 a 9 adulti, cacciano sempre gli stessi animali, antilopi e gazzelle, mantenendo enormi territori di caccia di circa 3 mila kmq. Mentre, per confronto, i branchi di lupi adattano l'estensione alle circostanze, vivendo, di quello che trovano, anche in 30 kmq.
"Questa rigidità porta spesso i licaoni a non escludere dai loro territori le zone via via occupate dall'uomo, finendo sterminati da pastori e contadini che difendono il bestiame. Inoltre territori così grandi tengono i branchi lontani fra loro, costringendo le femmine, che si spostano fra i gruppi per non accoppiarsi con consanguinei, a rischiose traversate di strade, campi e zone abitate".Se si aggiunge che gli uomini hanno introdotto fra loro il cimurro dei cani, innescando ricorrenti epidemie, si capisce perché questa specie non se la passi affatto bene.
Macchie di riconoscimento
Conclude Boitani: "Per salvarli occorrerebbe proteggere con più decisione le aree che li ospitano, dare ai pastori mezzi non letali per difendere le greggi e creare corridoi fra i loro territori di caccia, così da favorire lo scambio genetico. Purtroppo, però, i licaoni non godono di molta attenzione mediatica, perché non sono "carini": zampe e muso massicci, occhi piccoli, orecchie enormi e un pelame chiazzato, che gli serve in realtà a riconoscersi da lontano, non li rendono molto accattivanti. Forse anche per questo in Africa nessuno ha mai provato a ripetere quanto accaduto con il lupo, cioè addomesticarli per farne "licaoni da guardia" a difesa del bestiame: oggi li difenderebbe anche dall'estinzione".
Sul Venerdì del 19 agosto 2022