Irène Némirovsky, indagine su un mito
di Giuseppe Scaraffia , di Giuseppe Scaraffia"Avete notato come coloro che devono morire giovani o di morte violenta hanno nei loro ritratti un'aria malinconica e un po' stravolta?" chiedeva Irène Némirovsky. Sarà anche vero, ma questo non valeva per lei. Chi andava a intervistarla restava impressionato dalla naturalezza e dalla serenità scevra di presunzione di quella giovane scrittrice incoronata dal successo. Gli occhi, neri come i capelli, avevano, notavano gli intervistatori, la "strana dolcezza intermittente tipica di chi è affetto da una leggera miopia".
Malgrado l'antisemitismo di alcuni giornalisti, che sottolineavano tratti secondo loro tipici degli ebrei come le labbra tumide, la sua simpatia aveva presto la meglio. Irène non si curava di negare …
"Avete notato come coloro che devono morire giovani o di morte violenta hanno nei loro ritratti un'aria malinconica e un po' stravolta?" chiedeva Irène Némirovsky. Sarà anche vero, ma questo non valeva per lei. Chi andava a intervistarla restava impressionato dalla naturalezza e dalla serenità scevra di presunzione di quella giovane scrittrice incoronata dal successo. Gli occhi, neri come i capelli, avevano, notavano gli intervistatori, la "strana dolcezza intermittente tipica di chi è affetto da una leggera miopia".
Malgrado l'antisemitismo di alcuni giornalisti, che sottolineavano tratti secondo loro tipici degli ebrei come le labbra tumide, la sua simpatia aveva presto la meglio. Irène non si curava di negare la sua ricchezza, sapeva quanto le era costato crescere in quella famiglia ciecamente devota al denaro. Non per questo era diventata un'asceta. "Non crediate che la mia adolescenza sia stata solo aule di studio ed esami... non ho affatto disdegnato i piaceri della giovinezza e... ho ballato molto", confessava nel 1935, quando, superati i trent'anni, aveva sentito di potersi voltare indietro a riguardare la sua turbolenta formazione. Un'avventura che, insieme a quella letteraria, ritroviamo nelle Lettres d'une vie, da poco pubblicate in Francia.
La sua famiglia di ricchi ebrei di Kiev era stata sbalzata dalla rivoluzione bolscevica prima a Pietroburgo, poi in Finlandia e in Svezia, per approdare infine a Parigi. Quei facoltosi esuli erano molto diversi dai russi che sopravvivevano a stento nella capitale francese. Gli ufficiali della guardia imperiale facevano gli operai alla Renault, un generale faceva da maggiordomo a Saint-Exupéry, la nipote dello zar faceva la mannequin, non si contavano le contesse che facevano da domestiche a donne che prima non avrebbero mai ricevuto. Per non parlare della categoria più diffusa, i tassisti, tremila solo a Parigi o di quelli ridotti fare i gigolo, ricevendo un gettone a ballo.
La ragazza, che aveva imparato benissimo il francese dalla governante, non era bella, ma estremamente graziosa e minuta. Quando riusciva a seminare la miss inglese, mandata a sorvegliarla, Irène, versione francese di Irina, affascinava tutti senza eccedere in civetterie. Le piaceva molto flirtare, ma soprattutto danzare il fox-trot. "Per quella ragazzina illibata il ballo era quasi l'amore che non conosceva ancora. Quegli abbracci, quei corpo a corpo, quel lento ondeggiare ritmato, quegli sfioramenti". Tuttavia, nella metà diurna della sua vita, Irène studiava letteratura russa alla Sorbona e cominciava a pubblicare pagine ancora ingenue.
La Parigi degli anni Venti, ansiosa di dimenticare le carneficine della guerra e le stragi dell'influenza spagnola, aveva inghiottito, mescolandoli, gli esuli e i parigini in lunghe notti di disordinati piaceri. La rapidità era la legge che sembrava governare ogni cosa, dall'amore alla moda. I tempi del corteggiamento si erano accorciati insieme alle gonne. Il periodo dei flirt sfrenati venne chiuso dallo stupro subìto da uno spasimante deluso che si era presentato con una pistola. Irène aveva ceduto solo dopo una lunga lotta, temendo che lui la uccidesse o si sparasse. "È stato qualcosa di orribile, di indicibile, di doloroso, come un incubo".
Malgrado quell'esperienza avvilente Irène stava assaporando il suo trionfo sulla madre, una bella donna alta e maestosa, ma avida, frivola e sempre pronta a tradire il marito. Troppo assorbito dagli affari, il padre non interveniva negli amori della moglie, ma era talmente generoso da arrivare ad aiutare alcuni suoi amanti. "L'unica cosa che gli importa sono gli affari, li amano molto di più di te o di me". Ma quello che più tormentava la figlia era l'ostile indifferenza della madre che sarebbe riverberata in tanti suoi libri. L'età non l'aveva cambiata, ma Irène aveva assistito con una soddisfazione crudele ai suoi vani tentativi per nascondere l'età. Presto neanche gli strati di trucco erano bastati a camuffare "il viso devastato, avvizzito".
Ma ormai il silenzioso dramma della sua vita affettiva avrebbe dominato la sua opera. I francesi apprezzavano la sua dura descrizione degli affaristi ebrei - "Che questa gentaglia di lusso sparisca, non si troverà nessuno per rimpiangerlo" - ma gli ebrei, pur ammirandola, le rimproveravano la descrizione brutale di avidità ed egoismo. Lei cercava di sottrarsi alle critiche sostenendo di non parlare di "razza", ma di "ambiente", ma quella giovane donna ostinata non aveva la minima intenzione di addolcire la sua visione talora brutale di una realtà in cui anche gli umili, tradizionalmente salvati dalla letteratura, avevano gli stessi difetti dei padroni.
Quando iniziava a scrivere, Némirovsky non aveva un'idea della trama; pensava piuttosto all'aspetto dei personaggi e per ognuno, anche il più insignificante, scriveva una minuziosa biografia. A quel punto sapeva già come si sarebbero comportati e le sembrava persino di sentire la loro voce. Poi cominciava a scrivere in modo disordinato, mescolando al racconto vero e proprio le sue riflessioni sulla vicenda. A quel punto lasciava "riposare" quella massa informe e si sforzava di non pensarci più. Quando sentiva arrivare il momento, ogni cosa sembrava trovare magicamente il suo posto. Ricopiava tutto sulla macchina da scrivere cercando di semplificare al massimo lo stile.
Il suo successo era continuato seppure in modo più sommesso negli altri romanzi e, se non fosse scoppiata la Seconda guerra mondiale, forse Némirovsky avrebbe conosciuto la consacrazione definitiva o il lento tramonto che attende gli scrittori. Invece la brutalità della storia aveva deciso diversamente, dandole l'aureola del martirio. Quando prima lei, poi il marito erano stati deportati dai nazisti, riuscendo solo a salvare le figlie, a nulla erano serviti gli sforzi degli amici e dei conoscenti. Perfino Hélène, la reazionaria e antisemita moglie di Paul Morand, tanto apprezzato dall'autrice, si era mobilitata, arrivando a presentarsi alla Gestapo, ma troppo tardi. Irène era già stata deportata ad Auschwitz dove sarebbe morta.
Solo molti anni dopo una delle figlie ebbe il coraggio di aprire la valigia in cui era chiusa l'ultima opera della madre, la magnifica Suite francese, uscita nel 2004, in cui miracolosamente le angosce e i turbamenti degli ultimi giorni della scrittrice si erano trasformati in un capolavoro. Mentre il cerchio dei persecutori si stringeva intorno alla sua famiglia, lei aveva continuato a scrivere. Un miracolo di grazia e profondità, tanto superiore alle opere della maggior parte dei suoi contemporanei, in cui trovava spazio persino l'amore proibito tra una francese e un tedesco. E proprio questa straordinaria resurrezione, questo trionfo dell'arte sulla morte è una delle ragioni del successo planetario di un libro che ha strappato all'oblìo anche le altre sue opere. Un'eco duplicata da un altro ritrovamento, quello di Tempesta in giugno (Adelphi), un'altra versione del romanzo in cui si ritrova la stessa entusiasmante profondità, la stessa capacità di tramutare in oro il fango della storia. "Gli avvenimenti, gravi, felici o infelici non cambiano l'anima di un uomo ma la precisano come un colpo di vento spazzando via le foglie morte rivela la forma di un albero".
Sul Venerdì del 19 agosto 2022