Caso Braibanti. Dalla storia d'amore al processo
dal nostro inviato Marco Cicala , dal nostro inviato Marco CicalaCASTELL'ARQUATO (Piacenza). Qui dove la storia prima felice, poi dolentissima e funesta cominciò, trovi adesso elmi, armature, spadoni, stendardi di Gente innominabile. Senza offesa: Gens Innominabilis è il nome che si sono scelti i membri di un'associazione dedita allo studio e alla pratica delle tecniche di combattimento medievali. Ricreano in piazza i leggendari tornei. "Siamo appena reduci da una tournée in Spagna" mi dice il presidente Ivan Itri. Si riuniscono nel cinquecentesco Torrione Farnese di Castell'Arquato, a una trentina di chilometri da Piacenza. Quattro piani dentro cui una scala elicoidale si avvita vertiginosa fin su in cima alla loggia panoramica, sospesa sopra il dolce mare delle colline e dei borghi.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso queste antiche stanze ospitarono passioni molto diverse, ma altrettanto battagliere: quelle di un cenacolo di artisti mattoidi col pallino dei collage, la poesia, le sperimentazioni tea…
CASTELL'ARQUATO (Piacenza). Qui dove la storia prima felice, poi dolentissima e funesta cominciò, trovi adesso elmi, armature, spadoni, stendardi di Gente innominabile. Senza offesa: Gens Innominabilis è il nome che si sono scelti i membri di un'associazione dedita allo studio e alla pratica delle tecniche di combattimento medievali. Ricreano in piazza i leggendari tornei. "Siamo appena reduci da una tournée in Spagna" mi dice il presidente Ivan Itri. Si riuniscono nel cinquecentesco Torrione Farnese di Castell'Arquato, a una trentina di chilometri da Piacenza. Quattro piani dentro cui una scala elicoidale si avvita vertiginosa fin su in cima alla loggia panoramica, sospesa sopra il dolce mare delle colline e dei borghi.
Negli anni Cinquanta del secolo scorso queste antiche stanze ospitarono passioni molto diverse, ma altrettanto battagliere: quelle di un cenacolo di artisti mattoidi col pallino dei collage, la poesia, le sperimentazioni teatrali, l'immancabile ceramica. Ne facevano parte, tra gli altri, i fratelli Renzo e Sylvano Bussotti, e Aldo Braibanti, antifascista precocissimo, intellettuale inquieto ormai in rotta con il Pci. Laboratori, mostre, discussioni torrenziali in cui si smonta e si reinventa il mondo, più feste, tante feste: "Ero un ragazzino, ma me ne ricordo una con un grande falò acceso quassù sulla loggia" racconta Ferruccio Braibanti, nipote di Aldo. Nell'Italia strattonata fra Don Camillo e Peppone, "quelli del Torrione" non c'entrano un tubo. Sono dei simpatici alieni. I quali però con i loro andazzi libertari si attirano presto maldicenze, pissi-pissi, sospetti: che accidenti combineranno là dentro? Nel dubbio, il Comune li sfratta. È in quel clima di utopisti piccoli piccoli che si innesca l'amore tra Aldo Braibanti e Giovanni Sanfratello. Per ambientazione (l'ameno paesaggio piacentino), slanci erotici, rivolte, fughe, infrante idealità, la vicenda parte come un romanzo di Stendhal. Poi, a colpi di manette, internamenti, elettroshock, finirà dalle parti di Qualcuno volò sul nido del cuculo.
Lo spirito e la lettera: se oggi, a cinquant'anni e rotti di distanza, torni ad affacciarti su questa storia, passabilmente dimenticata, la prima cosa che ti salta all'occhio è quanto lo spirito dell'epoca si sia fissato nella sua lettera, ossia nel suo linguaggio. Certo, rileggerla con gli occhiali del presente può essere esercizio facilotto, esposto a tutti i rischi del benpensantismo e della correctness vigente. Però qualche considerazione se la merita lo stesso.
"Le parole sono importanti" diceva quello. Nel "Caso Braibanti" furono di più. Furono pietre, picche, forconi, cappi. Non per niente, al lessico dell'affaire Umberto Eco dedicò un dottissimo saggio di analisi semiologica, Le parole magiche (nel volume Sotto il nome di plagio, Bompiani, 1969). In quell'intervento, lo "scandalo", l'istruttoria, il processo, la sentenza venivano decifrati come esempi da manuale di abuso del linguaggio connotativo, cioè, grosso modo, di un parlare che se ne impipa altamente dei fatti e, pur di persuadere, schiaccia sull'acceleratore della suggestione, dell'emotività: scatena tutta la propria potenza "magica".
In fondo qualsiasi rogo mediatico, macchina o macchinetta del fango continuano a funzionare così. Solo che nell'evo-social, il linciaggio mediante linguaggio si è democratizzato, banalizzato fino a diventare passatempo psicotico di un'orda anonima. Mentre mezzo secolo fa era un rituale, non meno feroce, dove inquisitori, grandi sacerdoti, tribuni avevano ancora un volto, una firma, nome e cognome.
Ma come parlava, e scriveva, l'Italia del - peraltro "rivoluzionario" - 1968? Attingendo dal documentario di Carmen Giardina e Massimiliano Palmese Il caso Braibanti (lo trovate sulle piattaforme) e da libri quali l'ottimo Processo Braibanti di Gabriele Ferluga (Zamorani editore, 2003), racimolo quanto si può di atti processuali, testimonianze, articoli. Sui giornali "moderati" - Corriere, Stampa, Messaggero - l'aggettivo che ricorre più spesso è "squallido" ("squallido fondo sessuale", "squallido ambiente", "storia squallida"). Traduci: se pure non ci fosse reato, questo inghippo puzza di marcio. Fra le testate più conservatrici fu invece soprattutto Il Tempo a prendere la faccenda a testate, capitanando la crociata moralizzatrice. Si presentava l'imputato come "risibile profeta", "formicone mefistofelico su piccoli Faust", "incantatore di serpenti che ha suonato il flauto magico della propria confessata abiezione per attrarre innocenti bisce d'acqua", "anticristo tascabile".
Formule che oggi inducono al sorriso. Ma tra le righe già racchiudevano la vera chiave dell'impianto accusatorio. Perché, inutile girarci attorno: quello a Braibanti fu il processo a un omosessuale. Però siccome l'omosessualità non era perseguibile ci si aggrappò al reato di plagio ("Chiunque sottopone una persona al proprio potere, in modo da ridurla in totale stato di soggezione, è punito..."), un lascito della legislazione fascista successivamente soppresso dal codice nel 1981. Ora, il plagio, in senso psicologico, non è che non esista, ma è materia dai contorni sfuggenti sulla quale i giuristi non smettono di disquisire, e comunque nella vicenda Braibanti non servì da semplice foglia di fico. Il concetto veicolava invece una sedimentata immagine dell'omosessualità come ars incantatoria, circonvenzione, truffa, raggiro ("Inganno e beffa fanno lo stile di quest'uomo") rispetto alla "corretta natura" del desiderio.
In assenza di "droghe dello stupro", Braibanti che fa? Stordisce le vittime - a me gli occhi please - con le sue idee. Idee neopagane, anarchiche, ateistiche, "panteistico-spinoziane", psicanalitiche e quant'altro. Idee a cui - da "falso anticonformista" qual è - "l'immondo filosofo" non crede davvero: le utilizza strumentalmente "a turpi fini di libidine pederastica". Insomma, per mettertelo in quel posto e avanti un altro.
E tuttavia, nel corso delle udienze, il profiling del Braibanti ipnotista perverso e un po' levantino subirà un'ulteriore metamorfosi. Nella requisitoria pronunciata dal pm Antonio Loiacono, l'accusato è descritto tanto per cominciare come "un fallito dal punto di vista intellettuale". Uno che "non ha realizzato nulla. I suoi libri non si vendono, le sue idee non circolano". Non avendo avuto successo (leggi: non essendo riuscito a sfondare in quel Sistema di cui si spaccia critico radicale), l'imputato avrebbe agito sulla spinta della frustrazione: "Ha bisogno di vendetta, ha sete di dominio e di possesso". Per appagare il rancore accumulato, Aldo Braibanti avrebbe colpito con, seppur figurate, armi da taglio e da fuoco: "La psicanalisi è il pugnale dell'assassino... il più spregevole degli assassini perché ha sparato alle coscienze solo per egoismo e per sentirsi sporcamente vivo... Egli affondava il bisturi della sua corruzione nelle loro carni innocenti".
Ma attenzione: "il Professore" (così lo chiamano anche se non ha mai insegnato da nessuna parte) non è un comune adescatore da strada, bensì un sovvertitore di civiltà. La civiltà del patriarcato, della famiglia, "del mondo a noi caro: la casa, il campanile del paese, la dispensa che odora di muffa, il letto dove è morto nostro padre... tutto ciò viene distrutto da quest'uomo dalla voce fredda, metallica, nasale...". E l'avvocato di parte civile Giorgio Mastino Del Rio: "Quando appare lui tutto è buio! Braibanti irrompe nella vita di questi giovincelli come un vandalo distruttore, con tutto il suo pervertimento demoniaco". Adesso Aldo non è più l'illusionista, ma la strega, colui che viola l'antica religio della terra madre, dei padri, degli avi. Addirittura.
Dopo la guerra, Braibanti si era laureato in Filosofia a Firenze con una tesi, pionieristica per i tempi, sul tema del grottesco "inteso come terra di mezzo fra il tragico e il comico". E grottesco deve essergli sembrato, perlomeno sulle prime, il pasticciaccio nel quale era precipitato, se è vero, come raccontano, che in aula sogghignava spesso dentro la barbetta. Al punto che un giudice lo redarguì: "Se non ha un tic o una paresi, la smetta di ghignare". Quella smorfia nervosa fu presa per snobismo intellettuale. E magari un filo lo sarà pure stata. Ma la legge non prescrive che facce devi fare davanti all'assurdo. "Non ci credeva. Era come se alla sbarra non fosse finito lui, ma un suo amico. All'inizio rifiutò perfino un difensore" ricorda il nipote Ferruccio. Per assistere al processo - a Roma, Palazzaccio - lui e il padre Lorenzo, medico, comunista, fratello di Aldo, si mettevano in macchina da Fiorenzuola che faceva ancora buio. E rientravano la sera.
In apertura del documentario, gli autori Giardina e Palmese definiscono il Caso Braibanti "il nostro processo a Oscar Wilde. Con un secolo di ritardo". In effetti, mutatis mutandis, le analogie non mancano. Eppure Braibanti non aveva nulla del dandy provocatore (né, figuriamoci, Giovanni del "perfido" Bosie). Più che ben attrezzato intellettualmente, Aldo non era un piccolo fiammiferaio, ma nemmeno un avventuriero alla Rimbaud o un polemista corsaro modello Pasolini. Lo raccontano come un uomo mite, sardonico, appartato, talvolta scostante. Un "tipo strano", attratto dalla vita naturale nelle sue forme più minime e vulnerabili. In casa alleva formiche dentro bacinelle, convive con scimmiette, procioni. "Più tardi prese a conservare pupazzetti degli ovetti Kinder" sorride Ferruccio.
Ebbene, sia lode ai "tipi strani", agli stravaganti d'ogni razza e credo. Specie in un Paese che non li ha mai sopportati se non sub condicione. Con domanda retorica, Umberto Eco si chiedeva: staremmo qui a parlarne se Braibanti fosse stato un bellissimo esteta dannunziano, ex legionario fiumano, che pasteggia a champagne, "ama la buona tavola, colleziona gioielli, sa tirare di scherma" e "attira fanciulle nel suo buen retiro promettendo di mostrare loro la sua collezione di preziose formiche cinesi"?
A Braibanti piacevano i ragazzi, ma forse praticare il libero eros nell'ispida provincia italiana degli anni Cinquanta non fu una grandissima trovata. È vero, a follia d'amor non si comanda. Però in date circostanze anche la prudenza può essere virtù rivoluzionaria.
È possibile che, quanto a trasformazione dei costumi, "il Professore" abbia sopravvalutato il tornado sessantottino, e che sotto accusa se ne sia sentito in qualche modo protetto. Ma avrebbe presto scoperto che Marcuse non aveva neanche sfiorato il Palazzaccio. Solo pochi anni prima, sotto quelle angosciose architetture umbertine, onuste di allegorie, emblemi a gloria del Diritto romano, pensose statue di giureconsulti, Orson Welles aveva girato la sua versione del Processo di Kafka. Ma nella vicenda Braibanti c'è poco di kafkiano. Ci sono invece i carabinieri di Pinocchio, quelli col pennacchio, e i volti, le mosse, i doppi, tripli sensi dell'eloquenza da azzeccagarbugli manzoniano, da leguleio della commedia all'italiana. Che alla fin fine (i Germi, i Risi, i Monicelli ce l'hanno ripetuto per una vita) commedia non è, ma è la via italiana alla tragedia.
Uscito di galera, Aldo Braibanti non amava parlare dell'affaire, "ne accennava di rado passando subito ad altro" dice Ferruccio. Fino a 91 anni visse come sempre aveva vissuto. Frugalmente, sul ciglio della povertà. Qualche collaborazione in Rai e poco altro. Pur appoggiando le battaglie gay, da vero libertario non si definì mai omosessuale. La considerava una casella nella quale non voleva essere incasellato. In fatto di celle aveva già dato abbastanza.
Era uno di quei "tipi strani" , "sporcamente vivi" che dalle mie parti, quand'ero ragazzino - a cavallo tra gli anni 70 e 80 del Novecento - qualcuno chiamava ancora "uomosessuali". Mica per altro, ma per darsi un tono. Pensavano che "omo" fosse stortura romanesca. Un po' come con "Mangia Grecia" invece di "Magna".