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La vita quotidiana di Kharkiv, fra fiori e macerie

Le due amiche. Katia Striliana fotografa l’amica Anna Nikulina, con un mazzetto di fiori in mano, davanti al palazzo del Comune bombardato. Prima dell’invasione russa Katia, 22 anni, era studentessa alle magistrali
e Anna, 23, agente di turismo. Brunella Giovara  
La seconda città dell’Ucraina è fra le più colpite dai russi. Ma nonostante i morti e i feriti, i pochi abitanti rimasti provano a condurre un'esistenza ostinatamente normale. Reportage
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Kharkiv. Bisogna vederli, i fiori di Kharkiv. Le zinnie e le bordure di salvia splendens, i cespugli di rose negli spartitraffico. Una rosa, un cavallo di frisia, una rosa, un filo spinato, un carro armato. È una città di fiori e macerie, senza vetri, perché i bombardamenti sono continui, di mortai e di missili. Il nemico è alle porte, chi è rimasto vive nel buio, avendo inchiodato pannelli di compensato sui telai delle finestre e dormendo sul materasso per terra, in una città che era la seconda dopo la capitale, un milione e mezzo di abitanti, ora non più. Si tira avanti con il motore al minimo, limitando le uscite, il rifugio a portata di mano. E stupisce l'ordine che c'è in tutte le cose.  Arriva il colpo potente che devasta il condominio, il supermercato Atb, la scuola, poi di corsa i vigili del fuoco e le ambulanze. Ma già un'ora dopo la conta dei morti e feriti, c'è chi prova a spostare le…

Kharkiv. Bisogna vederli, i fiori di Kharkiv. Le zinnie e le bordure di salvia splendens, i cespugli di rose negli spartitraffico. Una rosa, un cavallo di frisia, una rosa, un filo spinato, un carro armato. È una città di fiori e macerie, senza vetri, perché i bombardamenti sono continui, di mortai e di missili. Il nemico è alle porte, chi è rimasto vive nel buio, avendo inchiodato pannelli di compensato sui telai delle finestre e dormendo sul materasso per terra, in una città che era la seconda dopo la capitale, un milione e mezzo di abitanti, ora non più. Si tira avanti con il motore al minimo, limitando le uscite, il rifugio a portata di mano. E stupisce l'ordine che c'è in tutte le cose.  Arriva il colpo potente che devasta il condominio, il supermercato Atb, la scuola, poi di corsa i vigili del fuoco e le ambulanze. Ma già un'ora dopo la conta dei morti e feriti, c'è chi prova a spostare le travi spezzate, e scopa via le schegge dal marciapiede. Tanti mucchietti uguali che erano pezzi di case, passerà qualcuno a raccoglierli.

il caffè. Kofein è uno dei pochi bar- pasticceria rimasti aperti in città, dove ancora si può ordinare
un caffè, un cappuccino, persino un macaron, o gustare un aperitivo (ma niente più gin, solo birra Corona). A dirigerlo c’è Venceslav,  che ha 24 anni. Brunella Giovara
  


Cosa gliene importa, poi, vivendo in una città distrutta almeno a metà, è difficile da capire. Ma loro lo sanno benissimo, perciò le ragazze vanno a spasso spavalde, una dice che "la vita è comunque bella, no?", proprio davanti alla sede del Comune, inagibile, parzialmente sgretolato, le tende degli uffici che sbattono libere al vento.

 

Gli uomini portano a spasso il cane un attimo prima che scatti il coprifuoco (i cani guardano il cielo e annusano l'aria, dubbiosi), e si va persino al bar, ma sono così pochi quelli aperti, quindi c'è la fila per avere un cafè glacé, un bicchiere di normalità, la vita che c'era una volta. I giardinieri che rasano l'erba nei viali, annaffiano le piante giovani finché c'è acqua. Una donna che lava gli scalini di casa, un tizio in bici da corsa, con gli occhiali a specchio e la maglietta Bianchi.

Toto Cotugno

Persino nella distruzione massima, come è al mercato di Barbashovo, colpito più volte, persino tra le lamiere già arrugginite dei padiglioni, c'è una qualche forma di vita ostinata. Un uomo in costume da bagno che fa a pezzi i pallets già mezzi bruciati, li scarica davanti a un buco fumoso che è il ristorante di Milavin, un georgiano molto sudato che forse faceva il cuoco anche prima. "Cosa vuoi mangiare? Ho la carne, i peperoni, i pomodori. Vuoi l'insalata? Te la faccio", sulla griglia scoppiettano tre salsicce. Per lanciare un segnale di amicizia Ucraina-Italia, attacca a cantare L'italiano: "Toto Cutugno karasciò!", ovvero bello. Un omaggio inaspettato, a squarciagola, nel silenzio di questo posto.  Seduti sotto gli ombrelloni della Pepsi - un gruppo di poliziotti anche loro sudati, chiusi nei giubbotti antiproiettile così insopportabili a 35 gradi all'ombra - ma è l'unico ristorante aperto nel raggio di qualche chilometro. Si beve vino georgiano bello acido ma fresco, però i poliziotti non possono bere alcol, quindi arriva solo acqua, e scodelle di zuppa rovente: "Com'è la vita qua? Normale, quasi come prima. La gente ha i suoi problemi, ci chiama per il litigio con i vicini, a uno è scappato il cane...".


Intanto si sentono i boati e i colpi, ma il bus che passa qui davanti imbarca passeggeri incredibilmente tranquilli (il 21 luglio un missile ha giusto centrato questa fermata, le bombe a grappolo hanno devastato cose e corpi).

 

I nazisti di Putin

Le due ragazze incontrate davanti al Comune non verrebbero mai qui a mangiare, perché loro cercano il bello, la moda, le cose che non hanno più ma che c'erano: "Eravamo una città piena di studenti perché abbiamo tante università", dice Anna Nikulina, 23 anni, ma poi tanti sono tornati alle famiglie, o si sono arruolati. "Le notti erano bellissime, qui era tutto pieno di giovani", nella enorme piazza di fattura sovietica, vuota. Un pezzo di missile Kalibr piantato nell'asfalto, nessuno deve né può dimenticare che siamo a Kharkiv, che è uno dei fronti più caldi dell'aggressione lanciata dalla Russia contro l'Ucraina a febbraio.


Pulizie di fino

Una tenda militare, e due donne anziane, curve, raccolgono cartacce e mozziconi, con una piccola scopa e la paletta. L'Ucraina è piena di pensionati che arrotondano così, assunti dai Comuni per le pulizie di fino. Cento euro al mese per mezza giornata, tutti i giorni, perciò è tutto così pulito.

 


Intanto Milavin spiega che Barbashovo era il mercato più grande di tutto il Paese: 10 mila tra negozietti e banchi, e si trovava di tutto. Dopo le bombe a grappolo e i morti, qualcuno è tornato, e adesso sono in quaranta, tra cui un tizio che si chiama Ruslan, vende grondaie, porte e parquet. "Il 21 luglio, quando è finito il bombardamento, abbiamo messo tutto a posto", e intende le auto bruciate (ora ben accatastate una sull'altra) e anche il sangue. "Per vivere dobbiamo vendere, la gente deve poter tornare a comprare da noi. E poi tanti vogliono restaurare le case, hanno bisogno dei ricambi...".  A Barbashovo non c'è l'acqua corrente, e al ristorante barbarico di Milavin hanno piazzato un bidone con il rubinetto e uno straccio che è stato bianco, per asciugarsi le mani.

il ristorante. Il locale del georgiano Milavin all’interno del mercato di Barbashovo, bombardato a più riprese dall’inizio della guerra. 


Passa una vecchia macchina di marca indecifrabile, malamente verniciata in verde mimetico. A bordo quattro soldati giovani, tutti neri di fuliggine, che si divertono come matti (non c'è marmitta, i fumi scaricano  all'interno). Sono allegrissimi e gridano "Slava Ukraini!", gloria all'Ucraina, un saluto nazionalista di inizio Novecento tornato in voga con la guerra.


Altri giovani, ma più giovani di questi, lo scorso 1° marzo hanno respinto la prima colonna russa entrata in città da nord. Da quelle parti c'è l'Accademia militare: guidati dal più vecchio, che aveva e ha 22 anni, i cadetti hanno incendiato la fila dei mezzi corazzati, fermato l'invasione, vinto la prima battaglia di Kharkiv, entrando così nella leggenda (e anche nell'esercito).

 

Spegnere i sogni

Ragazzi, solo ragazzi, come è Anna Nikulina, che si è vestita elegante e ha un mazzo di fiori raccolti in giardino. L'amica Katia Striliana, che ha 22 anni, la fotografa nel vialone deserto. "Lo facciamo per divertirci un po', non c'è altro da fare". Una lavorava in un'agenzia di turismo, l'altra studiava alle magistrali. "Il coprifuoco è alle 8, perciò noi stiamo fuori tutto il giorno, cercando l'aria pulita. La vita deve pur continuare. I russi vorrebbero spegnere i nostri sogni, noi non glielo permettiamo".


Il loro posto preferito è il Kofein, vicino al planetario Gagarin. Un bel posto, che però chiude presto, così i camerieri possono prendere l'ultima metro prima del coprifuoco. Il direttore ha 24 anni, si chiama Venceslav: "La gente sta lentamente tornando a Kharkiv. Abbiamo un detto: a casa anche i muri ti sostengono. Significa che è meglio vivere qui che sfollati a Kiev o Leopoli". Chiuso il 1° marzo, il Kofein è stato il primo a riaprire, il 31. Il padrone ha comprato un lastrone di acciaio spesso e l'ha fissato al bancone, così in caso di attacco diventa un primo riparo. Si può pensare che sia un'idea da architetto, ma non lo è. Kofein è uno dei pochi locali aperti dove si prende il caffè come una volta, il cappuccino, i macaron rosa e verdi, e si può anche comprare la miscela da portare a casa. La sera, aperitivi, "ma stiamo finendo le scorte. Il gin è introvabile. Nessun fornitore  viene a Kharkiv". Bisogna accontentarsi di una birra Corona, finché dura.


 Fuori, una mamma bionda con due bambini piccolissimi. Uno sta incollato alla vetrina e vorrebbe magari mangiarsi un croissant, l'altro dorme nel passeggino. Lei chiede un'elemosina, le bastano 40 grivnie al giorno per campare in tre, un euro. Fuori, passa basso un Mig ucraino con la pancia d'argento che va a bombardare le linee russe e quasi tocca le cime degli alberi, sorvolando i parchi verdissimi e la Poltavsky Prospekt quasi deserta, i check point, i tetti sfondati, molte vite ostinate.