Piombino, polemiche a tutto gas
dal nostro inviato Riccardo Staglianò , dal nostro inviato Riccardo StaglianòPIOMBINO (Livorno). La ruota panoramica di piazza Bovio funziona da macchina del tempo della città. Se ci sali vedi il passato, la cokeria e gli impianti dismessi Ilva, Italsider, Lucchini che l'hanno forgiata. Sei seduto sul presente, ovvero il tentativo di trasformare un luogo di passaggio (per l'Elba) in una destinazione turistica. E non vorresti che quell'aspirazione fosse strangolata in culla dal futuro prossimo, inteso come la scelta della banchina est del porto come attracco della Golar Tundra, il rigassificatore galleggiante da 330 milioni di euro che il governo Draghi ha deciso di stazionare qui come parte della strategia per rendersi autonomi dal gas russo. Decisione che ha saldato nelle scorse settimane un fronte del No locale che va da Fratelli d'Italia a Rifondazione. Contro il quale Carlo Calenda ha ipotizzato di mandare l'esercito, citando il casus come prova ontologica dell'incompatibilità con Verdi e Sinistra. Minaccia che ha galv…
PIOMBINO (Livorno). La ruota panoramica di piazza Bovio funziona da macchina del tempo della città. Se ci sali vedi il passato, la cokeria e gli impianti dismessi Ilva, Italsider, Lucchini che l'hanno forgiata. Sei seduto sul presente, ovvero il tentativo di trasformare un luogo di passaggio (per l'Elba) in una destinazione turistica. E non vorresti che quell'aspirazione fosse strangolata in culla dal futuro prossimo, inteso come la scelta della banchina est del porto come attracco della Golar Tundra, il rigassificatore galleggiante da 330 milioni di euro che il governo Draghi ha deciso di stazionare qui come parte della strategia per rendersi autonomi dal gas russo. Decisione che ha saldato nelle scorse settimane un fronte del No locale che va da Fratelli d'Italia a Rifondazione. Contro il quale Carlo Calenda ha ipotizzato di mandare l'esercito, citando il casus come prova ontologica dell'incompatibilità con Verdi e Sinistra. Minaccia che ha galvanizzato i vari comitati civici: hanno fatto notare che la nave contestata dovrebbe finire nelle stesse acque in cui, nel '500, i piombinesi respinsero l'attacco ottomano. Ieri Barbarossa, oggi la Snam. Con le vetrine del centro che, tra saldi in tedesco e cirillico, espongono lo stesso cartello "No rigassificatore" dalla grafica vampiresca. E, ribadendo la tautologia per cui "Non esiste rischio zero", paventano disastri per le persone, l'ambiente, l'economia. È l'ennesimo episodio della centesima stagione della serie nimby o stavolta è diverso?
Il primo livello della storia riguarda il destino di 35 mila piombinesi, 1.600 dei quali esistenzialmente ormeggiati in una cassa integrazione lunga 14 anni per tamponare l'ennesimo salvataggio siderurgico fallito. Il secondo interpella il mix energetico di 60 milioni di italiani, giacché gli impianti di rigassificazione sono investimenti che si ammortizzano in almeno un quarto di secolo. Costruirli significa prendere una strada alternativa a quella, tanto invocata quanto poco praticata, delle rinnovabili.
Il fronte del no locale
Partiamo dal locale. Dopo quasi settant'anni di monocolore rosso, Francesco Ferrari, prestante ex avvocato penalista di destra-destra che però non ha tolto dall'anticamera del suo ufficio l'enorme manifesto "Piombino: 10 settembre 1943. Nasce la Resistenza", ha vinto anche col voto di una delle anime di sinistra-sinistra di un comitato che incontreremo più tardi ("Per l'arroganza del Pd", identico refrain da Ferrara a Lucca, su cui il Nazareno dovrebbe interrogarsi giorno e notte). Sulla cornice nazionale, Ferrari dice: si poteva accelerare sulle rinnovabili; aumentare l'estrazione di gas dall'Adriatico; trovare fornitori diversi da Mosca è "cambiare padrone rimanendo schiavi". Riguardo Piombino obietta sulla sicurezza: "Vogliono mettere una Fsru, un rigassificatore galleggiante lungo 300 metri, in un porto piccolo, trafficatissimo di traghetti, praticamente dentro la città. Nella vicina Livorno ce n'è uno ma a 22 chilometri dalla costa, un puntino nel mare, con tre zone di interdizione che se fossero applicate da noi renderebbero inagibile tutto". Esagerano là o sottovalutano qui? (Elio Ruggeri, l'amministratore di Snam Fsru Italia, dice che "dei 160 terminali nel mondo 125 sono dentro i porti", che "la tecnologia del Tundra consente zone di sicurezza minori rispetto a quello livornese" e che "lì il rischio di collisione con le navi è più alto").
Poi c'è il tema ambientale, che incrocia quello economico. Il gas naturale liquefatto (gnl) viene trasportato in metaniere a -160 gradi. Per riportarlo allo stato gassoso va riscaldato usando l'acqua marina, "a ciclo aperto", trattata con l'ipoclorito di sodio. Dice il sindaco: "Parliamo di tonnellate di cloro al mese e dell'immissione in mare di acqua fredda di cui ignoriamo gli effetti sui campi di itticoltura, spigole, branzini ma anche cozze e ostriche, che sono una delle strade per la nostra riconversione industriale". Per non dire di una serie di attività per la cantieristica che l'arrivo del Leviatano potrebbe scoraggiare. E infine il turismo che, siano reali o percepiti i rischi, non se ne gioverà. In conclusione: "Altro che "non nel mio giardino"! Nel nostro, oltre alle scorie di un secolo di lavorazione dell'acciaio, hanno messo anche una centrale elettrica a olio combustibile e una discarica di rifiuti speciali. Abbiamo già dato! Eravamo pronti a voltar pagina, come dimostra la mia elezione, e ci cade in testa una tegola da trecento metri. Ma nel procedimento amministrativo i nostri esperti obietteranno: il governo riconsidererà". Una possibilità realistica nel caso in cui il 25 settembre vincesse Meloni, sua segretaria di partito, che si è già detta pubblicamente a favore di una località alternativa.
L'appuntamento coi comitati è al caffè Nanni, il cui aperitivo vinse una competizione nazionale nel '24. Maria Cristina Biagini, laurea in giurisprudenza ed ex capo del Personale del Comune, prima di questa vicenda era solo molto attiva in un'associazione animalista. Ugo Preziosi, operaio dell'Ilva in pensione ("in altoforno a colare la ghisa" specifica con giusto orgoglio), che per mettere le cose in chiaro mi mostra una medaglietta con Che Guevara. Stefano Gualerci, ex laminatore cassintegrato, responsabile del Wwf provinciale. Non credono quasi a niente delle versioni ufficiali: "Non so se l'Italia abbia bisogno di energia dal momento che ne esporta, ma se anche fosse dovrebbero essere rinnovabili, non gas" esordisce Biagini. Cita come fonte Giovanni Vianello, ex M5s, oggi Alternativa. Ma poi Preziosi armeggia sul telefono e saltano fuori dati del Mite per cui, nei primi cinque mesi del 2022, il nostro export di gas è quasi sestuplicato rispetto all'anno prima arrivando a quota 1,4 miliardi di metri cubi, un ventesimo di quel che prendiamo dalla Russia. Non lo sapevo. A quanto pare, mentre tutti parlavano di emergenza ma con le forniture putiniane ancora in funzione, alcuni operatori privati hanno pensato bene di vendere a chi pagava meglio. Che è capitalisticamente legittimo, ma il contrario di patriottico. Non si fidano neanche dei tempi: "Il progetto Snam parlava di 25 anni, e per noi fa fede quello", non la lettera in cui il presidente toscano Eugenio Giani, nonché commissario straordinario al rigassificatore, limita la permanenza in porto a tre anni. Al termine di un'analisi testuale di 146 pagine irte di tecnicalità, si sono allarmati anche per la parte dove il capitolato prevede che dai terminali, oltre che nella rete nazionale, il gas possa essere trasferito anche in piccole metaniere ("Per andare dove? Io non lo so" dice Biagini). Altro spoiler di fonte Snam: se ne avanzasse, una piccola quota potrebbe essere usata come combustibile meno inquinante del gasolio per altre navi. Citano parecchio anche lo scoop di Stefano Tamburini, ex direttore del Tirreno, circa un progetto per una Fsru svedese decisamente più piccola che nessuno avrebbe preso in considerazione ("Perché? Vogliamo saperlo"). La conversazione a tratti si fa animata per la tendenza a lanciare il sasso, con accuse radicali ma difficilmente dimostrabili, per poi nascondere la mano. Però, a partire dall'export nostrano cui non riuscivo a credere, su vari fatti avevano ragione loro. E decenni di promesse mai realizzate, a partire dalla bonifica della città industriale, 900 ettari di Sin (sito di interesse nazionale) che marciscono sotto al sole, autorizzano uno scetticismo su larga scala. Che ricomprende il limite di tre anni, ribadito dal ministro Cingolani, nell'attesa che il terminale venga spostato altrove. "Se avessero proposto un parco eolico o fotovoltaico al posto delle vecchie fabbriche" garantisce Biagini, a sua volta figlia di un operaio morto di silicosi, "non ci saremmo opposti per niente".
E qui la storia diventa nazionale
Già, ma era realistico accelerare sulle rinnovabili per compensare i 30 miliardi di metri cubi (Bcm) russi? Qui la storia fa l'upgrade nazionale. Chiedo a Massimo Tavoni, ordinario di economia ambientale al Politecnico di Milano nonché direttore di vari importanti centri di ricerca: "Non fosse stato per la geopolitica non parleremmo certo di nuovi rigassificatori. In ogni caso per rispettare il Fit for 55 (-55 per cento di gas serra rispetto al 1990 entro il 2030, ndr) dovremmo ridurre del 40 per cento, giusto la quota russa, la nostra dipendenza dal gas". Ma l'energia mancante dove la recuperiamo? "A spanne direi: 5-10 Bcm da altri paesi del Mediterraneo. Per il resto facendo efficienza. Per gli edifici c'è stato l'ecobonus, ma mancano gli incentivi per le pompe di calore, che dimezzano i consumi. E campagne di sensibilizzazione per un uso consapevole, dall'aria condizionata nelle case al riscaldamento negli uffici. Almeno 5 Bcm si possono risparmiare così. Per il resto accelerare su rinnovabili ed elettrificazione. Peraltro è falso dire che il rigassificatore servirà per non restare al freddo in inverno. Per questo non ci resta che ridurre la domanda e aumentare gli stoccaggi".
Anche il dirigente di ricerca al Cnr Nicola Armaroli, smontando l'inverosimile traguardo invernale, dice che "nel breve termine l'unica strada, come ha dichiarato anche Von Der Leyen, è risparmiare. Da lì possono venire 3-5 Bcm. E con un piano straordinario per i pannelli solari termici, trasformando in qualcosa di utile il caldo che cuoce i tetti italiani per molti mesi, potremmo recuperare altri 3 Bcm. 5 si otterrebbero facendo andare a piena capacità i tre rigassificatori esistenti. Se dall'Algeria riusciamo a spuntarne 10 in più, il totale si avvicina all'ammanco russo". Lista della spesa a parte, anche lui ci tiene a smentire il racconto del gnl pulito: "Magari estratto in Texas, con il fracking, portato a liquefare in Louisiana, poi settimane attraverso l'Oceano, arriva al rigassificatore dove verrà scaldato per essere immesso nei tubi che ce lo portano a casa. Del 100 per cento originario ne resta l'80, tra consumi energetici e perdite nel tragitto, al punto che la Nrdc americana ha calcolato che l'impatto ambientale nel ciclo di vita non è molto peggiore di quello del carbone". Sia lui che Tavoni evocano il termine stranded assets, "beni incagliati", ovvero il rischio che i rigassificatori vengano abbandonati prima di essere ammortizzati perché incompatibili con i traguardi ambientali che ci siamo dati. Cattedrali nel deserto, ma in mare. Ormai i 330 milioni sono stati spesi, garantiti dallo Stato, e da qualche parte il terminale andrà. Basta sapere che è una lunga digressione rispetto alla strada maestra verso la decarbonizzazione che tutti invocano.
Alla fine, nell'arroventato corso di Piombino, la paura più ancestrale è un'altra. La ribadisce la signora Maria che si ferma incuriosita dal capannello: "Io vivo a poche centinaia di metri dalla banchina. Non succederà niente, ma se succede chi vado a cercare?". Il coro aggiunge paragoni spuri con la strage di Viareggio ("Era gas anche quello!") e a poco serve ricordare che in settant'anni di operazioni gli incidenti mortali sono stati pochi. Ruggeri, il manager Snam, assicura che ogni simulazione è stata fatta, ogni scenario considerato, ci saranno tre rimorchiatori a guidare le operazioni di carico/scarico, sotto la supervisione del comandante del porto. Aggiunge: "La Germania ha appena affittato quattro Fsru da piazzare in altrettanti porti". Gli ricordo che un mese fa, in Texas, c'è stata un'esplosione in un terminale gnl: "È successo in un impianto di liquefazione, un processo molto più delicato: è come paragonare l'energia necessaria a un frigo per fare il ghiaccio con quella per scioglierlo all'aria. Due situazioni non confrontabili". Idem nel porto di Skikda, da dove parte un quarto del gnl algerino, che il 19 gennaio 2004 venne quasi spazzato via da un'esplosione tremenda che costò la vita a 30 persone. Il botto fu così forte che, metaforicamente, lo sentirono anche a Vallejo, un cittadina californiana dove volevano costruire un rigassificatore. L'opposizione degli abitanti di San Francisco, che pure dista una cinquantina di chilometri, fu così dura che non se ne fece niente. Quella del gnl è un industria generalmente sicura. Ma è inutile dire: quando un uomo con una statistica incontra un uomo con un'emozione, il primo è un uomo morto. Anche la paura del "cigno nero" è legittima. Per conviverci, irriderla non aiuta. Spiegarla sì.
Sul Venerdì del 26 agosto 2022