James Ballen: "Scatto per capire chi sono"
di Beatrice Zamponi , di Beatrice ZamponiCon la sua fotografia Roger Ballen sgretola le barriere del nostro pensiero conscio e apre fendenti che arrivano al più profondo irrazionale. Attraverso una complessa dinamica, mette in relazione persone, animali, luoghi, scultura e disegno, inscenando un'intima forma di teatro. Tutto si assembla attraverso codici misteriosi, dinamiche sottili, decifrabili unicamente dal nostro inconscio. Le sue inquietanti immagini indagano l'ignoto, il caos, l'incomprensibile, ponendo difficili interrogativi sul senso stesso della vita.
Nato nel 1950 a New York e trasferitosi in Sudafrica nel 1981, Ballen è noto per aver raccontato, attraverso le sue elaborate composizioni, la condizione umana ai margini di Johannesburg e per averla trasformata in una metafora esistenziale capace di parlare a ognuno di noi. Oggi viene ripubblicato Boyhood, il suo primo libro del 1979 arricchito da immagini inedite. Un'opera apparentemente molto lontana dall'immaginario tormentato d…
Con la sua fotografia Roger Ballen sgretola le barriere del nostro pensiero conscio e apre fendenti che arrivano al più profondo irrazionale. Attraverso una complessa dinamica, mette in relazione persone, animali, luoghi, scultura e disegno, inscenando un'intima forma di teatro. Tutto si assembla attraverso codici misteriosi, dinamiche sottili, decifrabili unicamente dal nostro inconscio. Le sue inquietanti immagini indagano l'ignoto, il caos, l'incomprensibile, ponendo difficili interrogativi sul senso stesso della vita.
Nato nel 1950 a New York e trasferitosi in Sudafrica nel 1981, Ballen è noto per aver raccontato, attraverso le sue elaborate composizioni, la condizione umana ai margini di Johannesburg e per averla trasformata in una metafora esistenziale capace di parlare a ognuno di noi. Oggi viene ripubblicato Boyhood, il suo primo libro del 1979 arricchito da immagini inedite. Un'opera apparentemente molto lontana dall'immaginario tormentato del fotografo, ma con lo stesso valore universale che si può ritrovare in ciascuno dei suoi lavori. Questa raccolta riesce a cogliere l'essenza dell'infanzia e di quel legame che si crea tra pari in tenera età fondato sul senso della scoperta. Un viaggio durato quattro anni a partire dal 1973, attraverso sessanta Paesi: dal Cairo a Città del Capo, da Istanbul a Bali, percorrendo 30 mila miglia in un mondo molto diverso da quello di oggi.
Tutto il suo lavoro è una ricerca sull'identità per capire chi sia veramente Roger Ballen. Il libro è l'inizio di questo percorso. Ne può parlare?
"Quando sono partito, a ventitré anni, non avevo un soggetto. L'ho scoperto viaggiando. Attraverso i gesti, gli atteggiamenti, i giochi dei bambini che incontravo nel mondo riemergevano le memorie della mia infanzia. Riuscivo così a riappropriarmi di una parte di me verso la quale avevo profonda nostalgia. Il periodo che ho cercato di ritrarre viene definito in psicoanalisi latency period, quel momento, di preadolescenza, in cui i bambini legano tra loro, i maschi con i maschi, e le femmine con le femmine. Si tratta del primo vero passo di autonomia che avviene tra i sette e gli undici anni, quando vedi il mondo con occhi vergini e tutto è interessante e speciale. Volevo evocare quel senso di stupore".
C'è un forte contrasto tra la purezza, la semplicità e la linearità di Boyhood in confronto all'ambiguità del resto del suo lavoro. Qual è il filo conduttore?
"In realtà già prima di Boyhood dipingevo e i miei quadri di allora sono molto vicini al mio lavoro attuale. Boyhood è stata un'esperienza personale profondamente emotiva ma circoscritta. A settantadue anni non penso più alla mia infanzia, quarant'anni fa ne ero ossessionato. Oggi il mio obiettivo è entrare in contatto con il nostro latente. È molto importante che le mie immagini esprimano un senso di enigma, il mio lavoro ha significati multipli non traducibili in parole, riflette l'inesplicabile mistero della vita. Il più della fotografia contemporanea invece rinforza semplicemente quello che già conosciamo".
Outland, il suo libro più celebre, parte negli anni 80 documentando condizioni di estrema marginalizzazione, in particolare dei bianchi, nella società rurale sudafricana e arriva poi a esplorare i sobborghi di Johannesburg diventando una sorta di paradigma della miseria...
"Il mio approccio è sempre stato esistenziale e psicologico, non mi sono mai visto come un fotografo politico o di matrice sociologica. I miei riferimenti all'epoca non erano Diane Arbus o August Sander ma Samuel Beckett e la sua riflessione sulla condizione umana. Quando il libro uscì nel 2001, la comunità internazionale fu molto sorpresa nello scoprire una realtà di vita così cruda per i bianchi, molto lontana dall'apartheid la cui memoria era estremamente vivida. Ma la forza delle immagini è legata alla risposta emozionale che ancora oggi sono in grado di suscitare anche in chi non conosce la storia del Sudafrica. Sono archetipi".
Alla fine degli anni 90 lei ha cominciato a dirigere come un regista molti dei soggetti che aveva conosciuto durante la realizzazione di Outland, trasformandoli in attori. In che modo si sviluppa questa forma di documentary fiction?
"Sono individui che vivono al limite della civiltà. A loro piace solo starmi intorno e aiutarmi. Portano oggetti da inserire nella foto oppure li portano fuori. Partecipano con molta naturalezza alla creazione dell'immagine. Con alcuni collaboro da circa quarant'anni, sono ormai amici. Johannesburg è una città molto pericolosa, credo abbia il più alto tasso di omicidi al mondo. Ho lavorato nelle zone più a rischio e nessuno mi ha mai toccato. Loro mi rispettano e io rispetto loro. Chiunque altro finisca in questi luoghi non durerebbe un giorno senza essere come minimo derubato se non ucciso".
Il movimento nel suo lavoro è cruciale: l'imprevedibile, l'idea che nulla si possa ripetere. Può parlarne?
"La fotografia è connotata dalla possibilità di congelare il momento. Se non ti relazioni con questo concetto, non riuscirai mai a creare immagini che abbiano un impatto. Nei miei scatti gran parte dell'imprevedibilità viene dagli animali, sono loro a portare dinamismo, hanno un ruolo sostanziale, spesso molto più importante degli stessi esseri umani".
Lei ha detto che le sue fotografie vengono dal nulla. Ci spiega meglio?
"Creare un'immagine che possa avere un impatto, significa creare un'immagine con la quale la mente non si è mai relazionata prima. A volte uso l'analogia del Covid. Questo virus è arrivato improvvisamente e il nostro corpo non era preparato, così si è diffuso sempre più velocemente, da una persona, a un Paese, al mondo. Una buona foto agisce allo stesso modo, entra dentro di noi in profondità. Se già la conosciamo, come per un virus, saremo immuni".
C'è una relazione tra il lavoro di geologo, che ha svolto per anni, e quello di fotografo?
"Sono sempre stato profondamente interessato e ispirato dalla natura. La geologia mi ha insegnato il concetto d'intrusione, la stratificazione, la complessità delle cose. Ma non mi ha aiutato a scattare fotografie. Mi ha permesso però di mantenermi e contemporaneamente sviluppare la mia creatività. Per trentacinque anni nessuno ha mai visto una mia immagine. Non ho nemmeno mai pensato di vendere una foto. Sono stato in grado di portare avanti la mia ricerca in assoluta autonomia perché avevo un'altra professione".
Un suo recente libro del 2020 s'intitola Roger the Rat. S'identifica con questo animale?
"Abbiamo tutti aspetti da ratto, da cane, da zanzara. L'unica differenza è la dimensione del cervello. Un ratto ha uno stomaco, un cuore, un fegato. Gli interessi dell'essere umano sono comuni a quelli degli animali: il cibo, il sesso, il territorio, la sopravvivenza. Siamo tutti ratti in un certo senso. Metaforicamente nella società occidentale incarna la repressione umana, viene visto come un animale sporco che porta malattie. Rappresenta una forza primaria che ci spaventa e con la quale non vogliamo in nessun modo entrare in contato: il subconscio".
Si definirebbe un outsider?
"Sì, ma la terminologia è una questione complessa. Se interpreti questa parola sociologicamente significa che non sei interessato a quello che fa la maggioranza, che non sei coinvolto dalla cultura popolare. Ma se la consideri filosoficamente allora siamo tutti outsider. Viviamo tutti in una condizione di emarginazione, impotenti di cambiare il nostro destino in modo concreto, di fermare la morte, l'invecchiamento, o eventi imprevedibili che accadono ogni giorno. È proprio da qui che parte la mia fotografia".
Sul Venerdì del 2 settembre 2022