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James Thierrée. Un clown per papà e Charlie Chaplin come nonno

James Thierrée in una scena di Room (Richard Haughton Production Images) 
L'acrobata, attore, regista, musicista, ballerino arriva al RomaEuropa Festival con "Room". Portando in scena una lunga tradizione di famiglia
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Lione. Mentre il pubblico del Célestins di Lione è ancora in piedi, e da dieci minuti continua ad applaudire, James Thierrée rientra in camerino. La canottiera bianca è zuppa di sudore, il volto stravolto, il fisico devastato dallo sforzo; un artista che per quasi due ore ha portato in ebollizione il teatro, senza risparmiarsi, fibra dopo fibra, fin quasi a disintegrarsi nell'arte. Lo spettacolo, Room (che il Romaeuropa Festival porterà in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma per cinque repliche, dal 21 al 25 settembre), undici personaggi confinati in una stanza in cui le pareti sono più mobili di quella di Gino Paoli, è paradossalmente il meno claustrofobico e il più musicale del suo repertorio - e il più impegnativo: Thierrée è acrobata, attore, regista, cantante, musicista, compositore, autore, clown, ballerino, e in nessuna di queste discipline è meno che perfetto.

È commovente,…

Lione. Mentre il pubblico del Célestins di Lione è ancora in piedi, e da dieci minuti continua ad applaudire, James Thierrée rientra in camerino. La canottiera bianca è zuppa di sudore, il volto stravolto, il fisico devastato dallo sforzo; un artista che per quasi due ore ha portato in ebollizione il teatro, senza risparmiarsi, fibra dopo fibra, fin quasi a disintegrarsi nell'arte. Lo spettacolo, Room (che il Romaeuropa Festival porterà in prima nazionale al Teatro Argentina di Roma per cinque repliche, dal 21 al 25 settembre), undici personaggi confinati in una stanza in cui le pareti sono più mobili di quella di Gino Paoli, è paradossalmente il meno claustrofobico e il più musicale del suo repertorio - e il più impegnativo: Thierrée è acrobata, attore, regista, cantante, musicista, compositore, autore, clown, ballerino, e in nessuna di queste discipline è meno che perfetto.

È commovente, dietro le quinte, vederlo così, sfinito e appagato. Nota la mia commozione, disarmato di fronte a un artista tanto dedicato e motivato: "Perché piange?". Ci abbracciamo, piange anche lui. E in quella stretta, pochi secondi, mi sfila davanti agli occhi una storia che s'intreccia con leggende di cinema, teatro e letteratura: la somiglianza fisica con il nonno Charlie Chaplin (ora, scarmigliato, è identico a Charlot in un famoso ritratto del 1916 che conservo da anni nella galleria fotografica del cellulare); la fierezza aristocratica della nonna, Oona O'Neill, figlia del drammaturgo Eugene e, in adolescenza, fidanzatina di J. D. Salinger; la meravigliosa attrice che è sua zia Geraldine Chaplin; la vita nomade con una famiglia di artisti purissimi che hanno creativamente ridefinito la dimensione del circo e del clown - la madre, Victoria Chaplin, e il padre, Jean-Baptiste Thierrée, con Le cirque imaginaire, poi Le cirque invisible ("Ho lavorato con loro fin da bambino, conoscevo Roma come le mie tasche dopo tanti spettacoli al Teatro Vittoria di Testaccio") - prima di fondare la sua Compagnie du Hanneton, nel 1998, a 24 anni (ora ne ha 48) e cominciare a lavorare come attore di cinema (Mister Chocolat il film più recente).

"Surrealismo puro", esordisce Thierrée per raccontare Room, quando, dopo una notte di riposo, è già in forma per la seconda replica. "In inglese lo chiamano nonsense - mi piace il suono di questa parola, e la libertà che suggerisce. Volevo uno spettacolo senza maschere, in cui i personaggi si chiamassero con il loro vero nome; un teatro che va oltre la storia, una celebrazione dell'arte, attraverso la musica e gli strumenti in senso lato, che si tratti del corpo umano o di un violino. Il teatro è uno spazio meraviglioso, uno degli ultimi templi dell'umanità, ora che le religioni stanno attraversando un periodo un po'... complicato e gli ideali vanno in frantumi. È ancora un posto in cui riusciamo a ridare ossigeno alle nostre menti confuse".

Il mondo è caotico, e Room ne è lo specchio: lei cerca energicamente di creare un caos positivo in uno spettacolo nato tra pandemia e lockdown.
"La pandemia è stato un periodo orribile. Ero arrivato a un punto di tale fragilità che pensavo di mandare tutto a monte. La malattia e la paura hanno cambiato le prospettive e le priorità della gente, anche di noi artisti. In realtà Room vuole rappresentare l'antitesi del confinamento, con queste pareti che si alzano, crollano, prendono una forma diversa, e la stanza che si espande all'infinito. L'idea era quella di inventare uno spazio folle, senza una storia tra le quattro mura, eccezion fatta per gli artisti che lo abitano. Come in Sei personaggi in cerca d'autore di Pirandello, i protagonisti si abbandonano a una narrazione creativa. Siamo tutti matti di questi tempi, sul filo di una tragedia che potrebbe essere la fine o l'inizio di qualcosa. All'inizio dello spettacolo la stanza è completamente destrutturata, come una scatola che contiene oggetti da assemblare: le pareti, il tetto, la porta, il camino; un terreno di gioco, misteriosa come un ambiente del primo Novecento con i soffitti altissimi, una sola porta e senza finestre - può essere un luogo in cui impazzire o in cui studiare; un tinello o una biblioteca; una piccola pista da ballo o uno stage per musicisti".

Cos'era il palcoscenico per il piccolo James quando lavorava nel Circo dei genitori?
"La normalità; per un bambino nato in una famiglia come la mia, il teatro è come l'ufficio per il figlio dell'avvocato. Già a quattro anni facevo piccoli ruoli. Quando poi tornavo in classe, erano i miei compagni a farmi sentire diverso - i ragazzini sono crudeli e gelosi a quell'età. C'era sempre un fondo di malinconia quando dovevo lasciare i miei amici perché la compagnia si spostava in un'altra città, ma quando vedi che i tuoi genitori si guadagnano la vita giocando - anche se si tratta di un gioco con regole ferree - non è poi tanto difficile adattarsi. Mio padre è un clown che esprime sul palcoscenico lo stesso umorismo che ha nella vita; io lo guardavo, e pensavo che sarebbe stato bellissimo se anch'io avessi potuto trasformare i miei giochi in un lavoro. Questo compensava tutte le mie malinconie, la mancanza di amici, i continui spostamenti, il bullismo di cui inevitabilmente il figlio di un clown è esposto a scuola. Attenzione, le cicatrici sono importanti. E gli esseri umani hanno bisogno di un luogo di appartenenza, il mio è il palcoscenico".

Quando ha preso coscienza del potere che aveva come performer?
"Solo quando, da adulto, ho avuto la mia compagnia e ho abbracciato il potere e la forza dell'esperienza che avevo ereditato dalla mia famiglia nomade. Magari qualcuno può pensare che io abbia avuto problemi d'identità perché mio nonno era Charlie Chaplin, ma non è così. I miei genitori mi hanno cresciuto con la consapevolezza di essere un lavoratore dello spettacolo, anche se essere il nipote di Charlot è una realtà con la quale ho dovuto confrontarmi. Magari nel Dna ho i geni di mio nonno, o forse no; il cervello è una zona misteriosa...".

Artista multitasking e ora, in Room, anche cantante...
"Ho 48 anni ma mi piace ancora imparare cose nuove, sentirmi un principiante. Non volevo essere un acrobata fenomenale o un ballerino provetto o un attore straordinario. Avevo davanti agli occhi l'esempio dei miei genitori, che non erano solo circensi; mia madre era una ballerina classica, mio padre veniva dal teatro, aveva fatto cinema. Hanno combinato le loro esperienze. Io ho seguito le loro orme: ho creato una sorta di teatro magico rimanendo fedele alle radici". 

In questo sfrenato anelito verso libertà e creatività, il corpo può diventare un limite?
"È una domanda complicata, perché sto invecchiando ma continuo a suggerire una potente idea di fisicità, ancora molto evidente in Room. E questo comincia ad avere un prezzo: mi sveglio la mattina come uno zombie. Un amico mi ha suggerito di leggere l'autobiografia di Andre Agassi, il campione di tennis, che racconta come nella seconda parte della sua carriera il dolore fisico fosse insopportabile, alleviato solo dal momento esaltante della partita. Per me è lo stesso, c'è il miracolo della performance e l'agonia del dopo. Ma è ancora possibile, la connessione tra il cervello e la mente funziona perfettamente, è una questione di volontà e desiderio. È sempre un gioco, ma ogni giorno più impegnativo. Potrò anche sembrare impopolare, ma il sacrificio è un concetto fondamentale. Io non credo nelle esistenze magiche; fare delle scelte comporta delle rinunce. Non puoi pretendere di fare l'artista e avere una vita normale. Lo so, Instagram propone stereotipi di perfezione, ma questo esiste solo sui social - che io odio. I new media stanno distruggendo l'unicità degli umani con la pretesa di essere sempre sorridenti, smaglianti, in forma, pronti per un selfie 24 ore al giorno. È una pazzia. Mi aspetto a breve una reazione vivace, probabilmente violenta. Il teatro è ancora un'ottima camera di decompressione, dobbiamo adoperarci affinché continui ad esistere".