Mr. Chang l'imperatore dei microchip. E di Taiwan
di Lorenzo Lamperti , di Lorenzo LampertiTaipei. Xi Jinping, Joe Biden, Tsai Ing-wen. Cina, Stati Uniti, Taiwan. Alla lista degli attori di un'estate di tensioni sullo Stretto manca un protagonista: Morris Chang. Anche lui, o forse sarebbe meglio dire soprattutto lui, era presente al Grand Hotel di Taipei nel pranzo tra il gotha del business taiwanese e Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei rappresentanti Usa la cui visita a Taipei ha innescato le più vaste esercitazioni militari cinesi di sempre intorno all'isola. Chang, fondatore della Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) chiama l'industria dei semiconduttori una "catena montuosa sacra" che protegge Taiwan. I microchip, alla base di tutto quanto è elettronico, sono, - sempre usando le sue parole - come il petrolio.
Un triangolo scomposto
Il colosso con quartier generale a Hsinchu, nel Nord di Taiwan, controlla da solo oltre il 53 per cento del mercato globale di fabbricazione e assemblaggio di semiconduttori. Tanto pe…
Taipei. Xi Jinping, Joe Biden, Tsai Ing-wen. Cina, Stati Uniti, Taiwan. Alla lista degli attori di un'estate di tensioni sullo Stretto manca un protagonista: Morris Chang. Anche lui, o forse sarebbe meglio dire soprattutto lui, era presente al Grand Hotel di Taipei nel pranzo tra il gotha del business taiwanese e Nancy Pelosi, la speaker della Camera dei rappresentanti Usa la cui visita a Taipei ha innescato le più vaste esercitazioni militari cinesi di sempre intorno all'isola. Chang, fondatore della Tsmc (Taiwan Semiconductor Manufacturing Company) chiama l'industria dei semiconduttori una "catena montuosa sacra" che protegge Taiwan. I microchip, alla base di tutto quanto è elettronico, sono, - sempre usando le sue parole - come il petrolio.
Un triangolo scomposto
Il colosso con quartier generale a Hsinchu, nel Nord di Taiwan, controlla da solo oltre il 53 per cento del mercato globale di fabbricazione e assemblaggio di semiconduttori. Tanto per intenderci, il primo competitor è la sudcoreana Samsung col 16,3 per cento. Se alla sua fetta si aggiungono quelle degli altri player taiwanesi si arriva circa al 66 per cento del mercato in mano ai produttori dell'isola. Il dominio è ancora più esteso dal punto di vista qualitativo: i taiwanesi detengono il 92 per cento della manifattura di chip sotto i dieci nanometri. Dagli smartphone ai computer, dalle auto ai jet militari: circa due miliardi e mezzo di persone utilizzano ogni giorno dispositivi contenenti microchip Tsmc.
Chang, che l'ha fondata nel 1987, si sovrappone in qualche modo a tutti e tre i lati del triangolo scomposto Cina-Usa-Taiwan. È nato nel 1931 a Ningbo, città dell'odierna provincia cinese dello Zhejiang, quando tutta la Cina era Repubblica di Cina (ancora oggi il nome ufficiale con cui Taiwan è indipendente de facto). Nel 1949, poco prima della fine della guerra civile e della fondazione della Repubblica popolare cinese di Mao Zedong, va a studiare ad Harvard e al Massachusetts Institute of Technology per poi iniziare la sua carriera nel settore dei semiconduttori in Texas. "Gli anni più felici della mia vita", ricorda. Poi, alla metà degli anni Ottanta, il suo sbarco a Taiwan, dove nel frattempo aveva ripiegato il governo nazionalista della Repubblica di Cina. "Io non sono tornato a Taiwan, sono venuto a Taiwan", ha ripetuto diverse volte.
Il cordone high tech
Quando Chang ha fondato la Tsmc aveva 120 impiegati. Oggi ne ha più di 50 mila ed è corteggiata in tutto il mondo. Nel 2024 aprirà uno stabilimento da 12 miliardi di dollari in Arizona, negli scorsi mesi sono iniziati i lavori per un impianto da 7 miliardi in Giappone. In entrambi i casi con generosi sussidi dei governi ospitanti. I clienti del resto non mancano: il "petrolio" targato Tsmc ha finora avuto un flusso regolare sia verso gli Usa sia verso la Cina. Se dovesse interrompersi in direzione di Pechino potrebbe togliere un deterrente all'invasione. Dal 2020, quando l'amministrazione Trump ha bloccato l'esportazione di prodotti contenenti componenti americani verso il colosso della telefonia cellulare cinese Huawei, un grande numero di articoli e commenti su media e social cinesi suggeriva al governo di invadere e prendere il controllo della Tsmc. Un'eventualità ben chiara ai protagonisti: Mark Liu, attuale amministratore delegato della Tsmc e anch'egli presente al pranzo con Pelosi, ha dichiarato al culmine delle tensioni che "nessuno può controllare Tsmc con la forza" e che "un'eventuale invasione renderebbe le nostre strutture non operative". Avviso a Pechino, ribadendo poi l'intenzione di non chiuderle le porte: "Spero che non saremo discriminati perché vicini alla Cina".
L'export di semiconduttori è una delle poche leve diplomatiche a disposizione di Taiwan nel rapporto con Pechino. Per questo Taipei non ha ancora reciso il cordone tecnologico. La Tsmc continua ad avere impianti operativi in Cina continentale e negli scorsi mesi ha fornito all'anzienda cinese di elettronica Oppo le tecnologie per lo sviluppo di chip a 3 nanometri, più avanzati rispetto a quelli a 5 nanometri che verranno sviluppati in Arizona. Succede così che in assenza di dialogo politico i colossi tecnologici taiwanesi diventino anche ambasciatori diplomatici: Chang ha impersonato questo ruolo meglio di chiunque, coi vari governi che lo hanno inviato più volte come rappresentante ai summit Apec, i vertici di Cooperazione Economica Asia-Pacifico.
Chip e terre rare
Mentre Tsmc continua a navigare con destrezza in acque sempre più complicate, fuori da Taiwan la carenza di chip e le tensioni sullo Stretto hanno messo in evidenza i rischi di un'eccessiva dipendenza dai semiconduttori prodotti nell'isola. Soprattutto se dovessero finire in mano alla Cina. Non è un caso che sia Washington sia Pechino stanno elargendo grandi finanziamenti alle aziende nazionali. Se nei prossimi mesi o nei prossimi anni i due pesi massimi del triangolo raggiungeranno l'autosufficienza, verrà meno uno dei deterrenti alla guerra. Chang però è convinto che non accadrà: ha definito i piani americani in tal senso "un dispendioso esercizio di futilità" e dichiarato che il ritardo di Pechino non potrà essere colmato prima di cinque o sei anni.
"Per la Cina è complicato lanciare una guerra commerciale. È vero che Taiwan ha bisogno del mercato cinese dal punto di vista quantitativo, ma Pechino ha ancora bisogno di quello taiwanese da quello qualitativo", spiega Kuo Yu-jen, direttore esecutivo dell'Institute for National Policy Research, il principale think tank di Taipei.
Lo stop all'esportazione di sabbia naturale, componente fondamentale dell'industria dei microchip - annunciato a seguito della visita di Pelosi - è stato per lo più una mossa simbolica. Secondo gli analisti infatti, sono altre le terre rare la cui mancanza potrebbe avere conseguenze di lungo periodo per il business taiwanese. Intanto, la Tsmc ha registrato a luglio un nuovo record di vendite incassando 186,76 miliardi di dollari: il 49,9 per cento in più rispetto allo scorso anno. Il che significa che ancora per un po', non sarà semplice per nessuno scalare la montagna di chip che protegge Taiwan.