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Sergio Leone. Un doc celebra l'italiano che inventò l'America

Sergio Leone (1929-1989) con la moglie Carla Ranaldi e i tre figli Raffaella, Andrea e Francesca in una vecchia foto d’archivio (Fondo Famiglia Leone Cineteca di Bologna) 
Eastwood, De Niro, Morricone: un doc in arrivo a Venezia racconta il regista attraverso le testimonianze di chi con lui ha condiviso il set. Compresa la figlia Raffaella
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I titoli di testa li recita Quentin Tarantino alla maniera dei vecchi trailer. Martin Scorsese, Dario Argento, Ennio Morricone, il fumettista Frank Miller e Robert De Niro sembrano sorridere alla trovata, pronti a raccontare il Maestro. Sergio Leone, l'italiano che inventò l'America, girato dal regista Francesco Zippel sotto lo sguardo dei figli del regista oggi produttori di cinema, con Sky che lo manda in onda dopo l'anteprima il 6 settembre in concorso al Lido per Venezia Classici e un passaggio in sala, già così è un piccolo kolossal del documentario. Celebrativo, affettuoso, qualche tocco di culto - come i giornalieri di Per un pugno di dollari che sul ciak hanno scritto ancora il titolo di lavorazione Il magnifico straniero, recuperati nei magazzini dalla vecchia produzione Pea. Per chi ha nostalgia del western, delle sue facce, dei panorami. Per chi ha nostalgia del cinema.

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I titoli di testa li recita Quentin Tarantino alla maniera dei vecchi trailer. Martin Scorsese, Dario Argento, Ennio Morricone, il fumettista Frank Miller e Robert De Niro sembrano sorridere alla trovata, pronti a raccontare il Maestro. Sergio Leone, l'italiano che inventò l'America, girato dal regista Francesco Zippel sotto lo sguardo dei figli del regista oggi produttori di cinema, con Sky che lo manda in onda dopo l'anteprima il 6 settembre in concorso al Lido per Venezia Classici e un passaggio in sala, già così è un piccolo kolossal del documentario. Celebrativo, affettuoso, qualche tocco di culto - come i giornalieri di Per un pugno di dollari che sul ciak hanno scritto ancora il titolo di lavorazione Il magnifico straniero, recuperati nei magazzini dalla vecchia produzione Pea. Per chi ha nostalgia del western, delle sue facce, dei panorami. Per chi ha nostalgia del cinema.

Francesco Zippel, regista di Sergio Leone, l’italiano che inventò l’America documentario prodotto da Sky Italia e Sky Studios con Leone Film Group 

Sergio Leone è la mitologia dell'America vista da Trastevere: viale Glorioso, i 126 scalini. Una mitologia personalissima: l'America sognata al cinema, quella vista nelle facce dei soldati americani nel '45, come ricorda lo storico Christopher Frayling, uno dei massimi studiosi del regista. L'anello di congiunzione tra la nuova Hollywood e il vecchio cinema, aggiunge Tarantino. Poi c'è anche una mitologia di Leone, un'epopea sedimentata nei 60 anni in cui è passato dall'essere il regista "commerciale" e "violento" di Per un pugno di dollari, a uno degli autori più amati, studiati e citati di tutti. Nel doc di Zippel gli aneddoti non mancano. "Mi chiamò il mio agente e mi disse: vuoi fare un film in Italia?". "Io risposi: no, non mi va". "Ma ho già promesso che avresti detto sì". Se te lo racconta ancora Clint Eastwood a 92 anni è tutta un'altra emozione. Clint che diventò "il romano indolente messo nel corpo di un americano", ricorda Carlo Verdone, "il paraculo, insomma". "Leone ha creato una nuova mitologia degli attori", aggiunge ancora Tarantino, lui che la telefonata dell'agente l'ha messa pari pari nel suo C'era una volta a Hollywood, film attraversato da doppi e tripli legami con gli spaghetti western.  Anche Eli Wallach, il Brutto, ricevette la stessa telefonata. Rispose: "Spaghetti western? Cosa sono? Tipo la pizza hawaiana?". Scomparso nel 2014, lo rivediamo in una vecchia intervista fortunosamente girata da Zippel e tirata fuori per l'occasione. Insieme, Eastwood e Wallach raccontano di nuovo l'aneddoto del ponte per Il buono, il brutto e il cattivo, costruito in Spagna con l'aiuto dell'esercito e fatto saltare per sbaglio a macchine da presa spente. Un altro grande classico dell'epopea di Leone.

Intrattenitore nato

Costruito interamente sul fluire delle testimonianze, il documentario di Zippel usa parecchie apparizioni del regista in programmi televisivi italiani e francesi (parlava bene il francese Leone, e la Francia cinefila fu la sua seconda patria). Tripudio di montature di occhiali, tonde, ottagonali, a goccia, di eccentrica eleganza. In un frammento di bianco e nero Rai inizia a raccontare Il buono, il brutto e il cattivo davanti a un piatto di spaghetti fumanti, girando la forchetta senza smettere di guardare in macchina. Si dimostra sempre in grado di reggere lo show. "Era uno carismatico, un grande intrattenitore", ci dice adesso la figlia Raffaella. "Non che amasse particolarmente stare davanti alla macchina da presa, però ci sapeva fare". Leggendaria la sua capacità, voce profonda e seducente, di recitare i film ancora prima di averli scritti per convincere produttori, farsi amici gli attori, coinvolgere sceneggiatori e tecnici. Giuliano Montaldo ricorda di averlo conosciuto così la prima volta, dietro la porta chiusa dell'ufficio dei produttori mentre rifaceva intero Per un pugno di dollari con tutti i rumori dei fucili e delle pistole. "L'assedio di Leningrado già lo aveva raccontato tutto, anche se poi abbiamo trovato solo una pagina scritta che era quella dell'inizio", continua Raffaella Leone. "Faceva i rumori, le facce, ti spiegava l'inquadratura nei minimi dettagli. Aveva il film in testa dall'inizio, scena per scena, quando te lo raccontava riuscivi a vederlo".

Tra musica e silenzio

Appena qualche frammento mostra Sergio Leone in famiglia. Una vacanza. Un pranzo all'aperto con la troupe. "Mio padre non era un amante delle riprese casalinghe", continua Raffaella Leone. "Per fortuna Francesco ha ritrovato questi materiali, penso siano pochi e unici". Sappiamo però che il legame con i suoi cari era strettissimo. Più di una volta Raffaella ha fatto la comparsa nei film di suo padre. "Dove poteva ci metteva, per me era un grande divertimento per tutta l'attesa, le prove, mi facevano il vestito, era un gioco, una grande avventura". In fondo "di famiglia" sono pure i tanti frammenti di film usati a piene mani nel montaggio. Le scene enormi, gli schermi panoramici, i primi piani dei pistoleri, le attese, i campi lunghissimi di C'era una volta il West. Tutte con il loro carico emotivo, nostalgico, che fa appello alla memoria di quasi ogni spettatore appena grandicello. Chi più di Sergio Leone ha il diritto di sentirsi raccontata la vita sopra le musiche di Ennio Morricone? Il suo compagno di terza elementare diventato il suo quasi coautore perché "la musica può significare qualcosa di più delle parole", come dice lo stesso musicista seduto ancora sul suo vecchio divano col dolcevita bordò in quella che è stata la sua ultima intervista.

Di recente il programma Rai Techetechetè ha riproposto il formidabile pezzo di tv con Morricone che suona al piano C'era una volta in America mentre di lato Leone e Gianni Minà ascoltano rapiti. Ora sappiamo, da un frammento girato per la tv francese ai tempi di Giù la testa, che davvero il musicista romano componeva così, con Leone seduto accanto, la testa appoggiata al pianoforte, provando a indovinare i suoi pensieri e il film che gli girava in testa. Dopo uno strepitoso inizio di soli rumori, rivincita di maestranze e rumoristi, C'era una volta il West ha momenti interminabili fatti soltanto di musica e di silenzio. È "la musica che racconta il passato e il futuro del film", dice Morricone, "e a volte racconta anche il silenzio". Gianluca Farinelli, grande esperto di restauri, aggiunge un altro paradosso: "Leone è stato l'ultimo grande cineasta del muto". Sul set di C'era un volta in America - il film della vita - qualche volta si abbandonò la presa diretta pur di poter girare una scena con quella musica a tutto volume.

Sulle orme paterne

Leone aveva un padre regista del muto, e una madre che aveva fatto l'attrice.  Ecco un altro affare di famiglia. Raffella commenta: "Questa cosa che  avesse voluto ripercorre le orme paterne quasi per obbligo morale non la sapevo bene. Sicuramente è stata una cosa emozionante sentirgliela dire". Noel Simsolo dei Cahiers du Cinéma, uno dei critici che è stato più vicino a Leone fin dagli anni 70 (Il Saggiatore ha pubblicato in volume le loro conversazioni), ricorda di un festival in cui proiettavano un film di Vincenzo Leone/Roberto Roberti: l'emozione del regista, le lacrime, il lungo silenzio dopo la proiezione. Infine i critici, e il loro posto nell'epopea di Leone. La presenza di Simsolo e di Fryling ci ricordano che dove una volta c'era il cinema, c'era una volta anche la critica. Quelli che lo odiarono da subito senza ritegno, e quelli che lo amarono. Indifferenti non si poteva restare.