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Stati Uniti. Ritorno a Uvalde, la città della strage

Sul muro del centro sportivo di Uvalde, l’omaggio ai bambini uccisi nel massacro alla Robb Elementary School (Tamir Kalifa / The New York Times) 
Il 24 maggio un ragazzo irruppe nella scuola elementare di questa cittadina texana e uccise 19 bambini e due insegnanti. Finite le vacanze ricominciano le lezioni. Ma come faranno i loro compagni a rientrare in classe? Reportage
6 minuti di lettura

Uvalde (Texas). Arrivo davanti alla Robb Elementary School qualche minuto prima dell'alba. Dicono sia l'unica ora in cui non ci sono assembramenti di persone, reporter, curiosi, o cittadini di Uvalde che cercano pace di fronte ai fiori disposti in memoria. Le due macchine della polizia che piantonano i due lati della scuola hanno ancora i fari accesi. Intanto i primi pick-up escono in retromarcia dal loro drive way. Cominciano così un'altra giornata ordinaria, sfilandosi dalle case che fronteggiano la scuola elementare in cui il 24 maggio un ragazzo di 18 anni, Salvador Ramos, ha compiuto un massacro uccidendo 19 bambini e due insegnanti, spargendo terrore in questo paese al confine col Messico, e sconforto in un'America in cui ogni strage diventa subito "un'altra strage".

Uvalde (Texas). Arrivo davanti alla Robb Elementary School qualche minuto prima dell'alba. Dicono sia l'unica ora in cui non ci sono assembramenti di persone, reporter, curiosi, o cittadini di Uvalde che cercano pace di fronte ai fiori disposti in memoria. Le due macchine della polizia che piantonano i due lati della scuola hanno ancora i fari accesi. Intanto i primi pick-up escono in retromarcia dal loro drive way. Cominciano così un'altra giornata ordinaria, sfilandosi dalle case che fronteggiano la scuola elementare in cui il 24 maggio un ragazzo di 18 anni, Salvador Ramos, ha compiuto un massacro uccidendo 19 bambini e due insegnanti, spargendo terrore in questo paese al confine col Messico, e sconforto in un'America in cui ogni strage diventa subito "un'altra strage".

Ieri c'è stata pioggia grossa, sono entrato a Uvalde che le strade in pochi minuti erano fiumi. Siamo in piena stagione di uragani, ma la radio, mentre guidavo, diceva che lo status era ancora tropical storm, cioè meglio restare a casa ma ancora niente allarmismi. Ora che il sole si è alzato, il cielo è sereno, le poche nuvole sono sgombre di pioggia. Mentre le due macchine della polizia spengono i fari, in terra ci sono i resti della tempesta di ieri. Il memorial ai fatti sconvolgenti di maggio è un paesaggio di peluche bagnati, fiori sventrati dalle raffiche che la pioggia produce nel Texas del sud. Un cavallino di pezza si rotola nel fango, a un paio di metri dalle transenne su cui sono appesi fiori, foto, rosari, lucchetti. Dietro, la scuola è un edificio chiuso per strage, inaccessibile perché le indagini non sono finite. Le finestre da cui i bambini sono stati fatti uscire ora sono suturate con tavole di compensato. Poco distante, la piazzola di sosta degli scuolabus, quegli stessi scuolabus gialli che tre mesi fa, scortati dalla polizia, trasportavano al Civic Center di Uvalde centinaia di bambini che piangevano disperati e atterriti. Per loro, come per tutti i bambini, i genitori e cittadini di Uvalde, il 24 maggio è finita la scuola di prima, senza che quella di dopo si riesca davvero a pensare.

La prima pagina del giornale locale il giorno dopo (Getty Images) 

Quella di prima aveva una pratica settimanale di messa in sicurezza d'emergenza. All'incirca funzionava così, che ordinatamente i bambini lasciavano le classi e si andavano a nascondere in bagno. Lo facevano a gruppi, dopo che gli insegnanti avevano ricevuto comunicazione di allarme, e indicazione di procedere a quello che chiamavano "lockdown immediato", scuola in assetto di difesa dagli aggressori. Si accucciavano sul pavimento, spegnevano le luci, chiudevano a chiave le porte. I genitori ricevevano notifica sui telefoni mentre erano al lavoro, a fare la spesa, in piscina. Dopo cinque minuti di solito gli insegnanti riaccendevano le luci in bagno, e tutti ordinatamente tornavano in classe. I bambini si sedevano di nuovo ai banchi e tutto riprendeva lì dove si era interrotto. Sui telefoni dei genitori compariva una notifica che l'emergenza era finita, che non c'era più pericolo. Così per dieci volte al mese, più o meno. E nessuno pensava che i propri figli rischiassero di finire ammazzati.

Una cerimonia in memoria delle vittime a Uvalde (Tamir Kalifa / The New York Times) 

 


Un altro mondo


Era la cosiddetta normalità di una città di confine. Il solito immigrato clandestino - pensavano tutti - che dopo essere stato preso al confine col Messico scappava a piedi sul suolo americano. Del Rio, d'altra parte, è a un'ora di macchina da qui, che nelle proporzioni texane significa a due passi dal centro. Tutti pensavano all'"ennesimo bailout", come si chiamano in gergo queste fughe dalle manette di clandestini che pensavano di avercela fatta. Il resto erano misure protocollari: scuole in immediato lockdown finché i fuggitivi non venivano riacciuffati, e l'emergenza che terminava con le notifiche a tutti, e lo scatto delle serrature. La ripetizione allena e cauterizza la paura. Solo che il 24 maggio il lockdown è durato per ore, dalla tarda mattinata. Dentro i bagni si sono sentite le sirene, gli elicotteri. E all'uscita degli studenti da scuola, il mondo era cambiato per sempre.

Nikki e Brett Cross hanno perso il nipote, Uziyah Garcia, di dieci anni, nella strage (Tamir Kalifa / The New York Times) 


Eppure i bambini delle altre scuole di Uvalde sono usciti ignari di tutto. I genitori li aspettavano fuori. Ma fuori dalla scuola c'era un paese in assetto di guerra, esercito e polizia schierati. E loro, madri e padri, stavano ad aspettare con in mano i telefoni, dove le notifiche erano nel frattempo deragliate in terrore, e le notizie si rovesciavano in una slavina di supposizioni e dicerie. Inclusa quella che ci fosse un commando di ragazzi, di cui Salvador Ramos faceva parte, pronti a spargere il sangue tra le cattedre e i banchi di tutto quel paese pacifico di 16mila abitanti. Qui dove sparare è un'attività che si impara da piccoli, quando si è iniziati allo sport e alla caccia. Qui dove avere un'arma in casa - da difesa o da caccia, poco importa - non è diverso dal chiudere il gas prima di andare a dormire.


L'estate ha tenuto tutti barricati nell'aria condizionata delle proprie abitazioni, e a difendersi dagli spettri dell'immaginazione e dai reporter cha da maggio stazionano qui. Allungano i microfoni sui passanti, stazionano davanti alle case delle famiglie colpite dal lutto. Hanno fatto arrivare alle stelle i prezzi degli alberghi, nella solita eccitazione che l'orrore, nella sua variante di sangue e innocenza, produce. Li vedo a tarda sera in centro, mentre tirano i cavalletti fuori dalla auto, provano a filmare cosa succede dopo, che faccia ha un paese con 19 bambini di meno. E l'estate nel frattempo è finita, chi è andato in vacanza si è ben guardato dal dire che era di Uvalde. Dicevano "South Texas, vicino San Antonio". Dire Uvalde è dire l'inferno, se vi appartieni hai le scarpe macchiate di sangue.

 

Javier Cazares mostra la croce dedicata alla figlia Jacklyn al cimitero di Uvalde: aveva dieci anni (Tamir Kalifa / The New York Times) 

 

Dietro al computer

E i bambini non vogliono tornare a scuola, o almeno non tutti. E non solo quelli che hanno sentito gli spari da dentro le aule della Robb Elementary School. Come si torna a scuola, dopo? Come si torna ad accucciarsi dentro i bagni, sapendo che forse non è "un altro bailout", che non si torna necessariamente in classe tra cinque minuti, che forse c'è un pazzo che ti cerca per svuotare il caricatore di una semiautomatica? Nella Robb School non ci tornerà nessuno, va da sé, i bambini sono già stati smistati tra le altre scuole di Uvalde, la Flores e la Dalton, soprattutto. In tanti vogliono restare a casa, home schooling o scuola a distanza. Uvalde offre una Virtual Academy, tutti asserragliati dietro il monitor del computer.

Jimmy Olivarez è il nonno di un bambino sopravvissuto. Dice che la sola idea di rimandare in classe i bambini gli fa paura (Callaghan O’Hare / The New York Times) 


Nei giorni che precedono l'inizio dell'anno scolastico alcuni genitori portano i bambini davanti alle scuole. Cercano di togliere la paura così - a sé stessi e ai propri figli - provando a risintonizzare la sguardo. E lo sguardo adesso deve abituarsi a vedere una fortezza: le recinzioni metalliche circondano la scuola. Sono una nuova disposizione, sono sufficientemente alte da non essere scavalcate, e il reticolo è così intrecciato da impedire che un piede possa trovarci varchi per farne una scala. Passo, guidando, davanti alle Dual Language Academy, dove l'inglese e lo spagnolo sono ugualmente di casa come lo sono in Uvalde. La recinzione è quasi completata, manca una settimana all'inizio delle lezioni. Quando sarà finita, l'edificio sarà in assetto di guerra. Lo guardo da dietro la grata, tra le fessure mi restituisce una scuola in frantumi. Non c'è molto da fare, mi dice una signora a cui chiedo notizie sui tempi dei lavori. "In ciascuna di quelle fessure può infilarsi comodamente la canna di un fucile d'assalto". Per sparare ai bambini che giocano a basket dentro il cortile.


Dentro la fortezza ci saranno i figli e i nipoti degli abitanti di Uvalde. Agli insegnanti sarà distribuito un badge, che riporterà una serie di codici differenti. Così sapranno per quale ragione devono portare i bambini in bagno o chiedere loro di sdraiarsi dietro la cattedra e far finta di essere morti. Sapranno se prepararsi a un tornado, a un bailout, oppure se prepararsi a fronteggiare un massacro. In nessuno dei casi elencati qui sopra, ne faranno parola con i bambini. Si terrano il cuore in gola sperando che non si sentirà il pulsare impazzito, da dentro il silenzio che seguirà. E che quel silenzio non sarà lacerato da raffiche di mitra e urla atterrite. Qualcuno pensa che sarebbe il caso di tornare armati dietro la cattedra. Ancora non è legge, e forse non lo sarà. Ma nessuno controlla, né controllerà, che dentro la borsa di una maestra non ci sia una pistola pronta a sparare in difesa della sua classe.

La polizia blocca gli accessi alla scuola il 24 maggio (The New York Times) 

Il dopo di Uvalde, di questo paese in cui non c'è quasi nessuno che non conosca di persona almeno una delle famiglie colpite direttamente, è una specie di inferno ex post. Dove, tra le cinque fasi del lutto, la città è ferma a quella della rabbia, che viene per seconda, dopo il rifiuto iniziale. Dove i poliziotti che erano in azione in quella che sarà per sempre ricordata come l'azione più vergognosa e tragicamente fallimentare di difesa armata, sono chiusi in casa per evitare il linciaggio. Dove la testa del capo della polizia di questo piccolo paese texano, Pete Arredondo, viene offerta a una folla che urla "codardi" ai poliziotti, e che probabilmente se ne farà ben poco del suo licenziamento. Dove un dolore altrimenti inarginabile viene fatto confluire negli studi degli avvocati e da lì portato a profitto: quasi 30 milioni di dollari in cause, firmate da cittadini, famiglie, che accusano la scuola, la polizia, i rivenditori e i fabbricanti di armi. E poi il solito - come tristemente viene da scrivere - teorema dimostrato da tutti in maniere opposte. Chi voleva le armi ne vuole ancora di più ("come ci si fa fidare della polizia, dobbiamo difenderci da soli"), e chi non le voleva le vuole abolite subito e per sempre.


Fuoco e polvere

E in questo inferno militarizzato, c'è un'unica certezza su cui convergono tutti. Nessuno dovrà mai ritornare dentro questa scuola davanti a cui accosto di nuovo, prima di ripartire. Sono le 10 del mattino, il fango si è rappreso in una crosta di terra. Ho almeno cinque ore lungo la I-10 che taglia in orizzontale il Texas, voglio arrivare a Houston in tempo per l'uscita di mio figlio da scuola. Sul muro della Robb School c'è ancora appeso, in due lingue, il cartello standard di una scuola americana che prima del 24 maggio provava a essere normale: "Persons entering school property without permission on weekends, holidays or between the hours of 5:00 PM and 6:00 AM on school days will be subject to arrest and prosecution". Chi entra senza permesso sarà arrestato.

Il capo della polizia Pete Arredondo (secondo da destra) dopo la strage: a inizio agosto è stato licenziato per non aver agito con prontezza (Christopher Lee / The New York Times) 

Anche questo cartello diventerà presto polvere. Nel giro di un paio di anni al massimo l'edificio verrà demolito. Il presidente degli Stati Uniti, Joe Biden, ha offerto il sostegno del governo. Anche demolire, distruggere, condannare all'oblio sono faccende da milioni di dollari. Il "dopo" è dunque la damnatio memoriae. Che non resti traccia di tanto sangue, di tanto dolore, di tanta insensatezza. Dimenticare e commemorare. Che questa scuola diventi polvere, che il fuoco bruci anche le maniglie delle aule, i cerchi del canestro. Che si plachi, silenziato - questo chiede la comunità di Uvalde - ciò che in realtà niente potrà cancellare. Perché si ripete nel silenzio di tutti, e si ripete su Internet, dove resterà per sempre. Resteranno le immagini riprese dalle telecamere in cui un ragazzo cammina armato per i corridoi di una scuola elementare, e dove poco dopo si sentono solo delle raffiche di arma da fuoco. Nient'altro. E sullo schermo lampeggia una scritta: "Editor's note: the sound of children screaming has been removed". Nota del redattore: le urla dei bambini sono state rimosse.

Pubblicato sul Venerdì del 9 settembre 2022