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Corrado Augias: povera Roma, che fine hai fatto

Nella stampa, l’abbazia delle Tre Fontane, uno dei luoghi più amati da Augias. Secondo la leggenda, qui fu decapitato San Paolo: la sua testa rimbalzò tre volte e in ogni punto sgorgò una fontana (De Agostini / Getty Images) 
Nel suo ultimo libro, lo scrittore racconta il declino dei fasti imperiali, che si prolunga sino a oggi. E svela la storia di luoghi e monumenti, oggi lasciati (non tutti) all’incuria. Intervista
4 minuti di lettura

La fine di Roma inizia ben prima del 476, quando Odoacre abbatte l'Impero romano d'Occidente. E si protrae ben oltre la caduta dell'ultimo principe dal nome ormai di un ottavo nano: Romolo Augustolo. Come se l'ombra lunga del tramonto dei fasti imperiali giungesse fino a noi, alla Roma sfinita delle auto in tripla fila, della monnezza ovunque con i cinghiali a banchettare. E, comunque, resta la Città eterna. Da vedere ora in filigrana in La fine di Roma. Trionfo del cristianesimo, morte dell'Impero, appena pubblicato da Einaudi. Nella sua ultima fatica, "ventisei mesi di lavoro", Corrado Augias fa convergere due argomenti cari alla sua penna di saggista: I segreti di Roma, il libro del 2005, come tappa di quel viaggio filologico e letterario nelle grandi metropoli del mondo; e le inchieste su Gesù, quale verifica della storia e del messaggio della Chiesa di Roma. Che è poi l'amata-detestata città di Augias.

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La fine di Roma inizia ben prima del 476, quando Odoacre abbatte l'Impero romano d'Occidente. E si protrae ben oltre la caduta dell'ultimo principe dal nome ormai di un ottavo nano: Romolo Augustolo. Come se l'ombra lunga del tramonto dei fasti imperiali giungesse fino a noi, alla Roma sfinita delle auto in tripla fila, della monnezza ovunque con i cinghiali a banchettare. E, comunque, resta la Città eterna. Da vedere ora in filigrana in La fine di Roma. Trionfo del cristianesimo, morte dell'Impero, appena pubblicato da Einaudi. Nella sua ultima fatica, "ventisei mesi di lavoro", Corrado Augias fa convergere due argomenti cari alla sua penna di saggista: I segreti di Roma, il libro del 2005, come tappa di quel viaggio filologico e letterario nelle grandi metropoli del mondo; e le inchieste su Gesù, quale verifica della storia e del messaggio della Chiesa di Roma. Che è poi l'amata-detestata città di Augias.

Corrado Augias (Getty Images) 

"L'idea di questo libro" spiega il giornalista, "è mostrare e raccontare alcuni luoghi di Roma, anche molto noti, valutandoli come segni del passaggio, durato secoli, dalle religioni classiche a quella cristiana, ancora prima dell'editto di Costantino nel 313".

Qual è il più eclatante di questi monumenti?
"Il Pantheon di Augusto, prima e sola costruzione romana arrivata a noi quasi intatta, con il suo pronao maestoso e la cupola mozzafiato, perché molto precocemente trasformata in chiesa. Bonifacio IV nel 609 lo intitolò a Sancta Maria ad Martyres. E il Pantheon fu così risparmiato dalle spoliazioni selvagge e dalle distruzioni che toccarono alla maggior parte dei luoghi di culto pagani, sotto la spinta della furia iconoclasta di un Firmico Materno che esortava così i principi Costante e Costanzo: "Togliete, togliete senza paura gli ornamenti dei templi, santissimi imperatori. Questi dèi li cuocia il fuoco della zecca...".

Salvato dal fuoco, il Pantheon, ma non dalle bancarelle, stracolme di paccottiglia per turisti, né dai tavolini e dai dehors selvaggi: a giugno è risultato irregolare il cento per cento dei ristoranti e dei bar.
"Il primo sindaco che ha provato seriamente a combattere questo tipo di abusivismo, uno dei tanti, è stato Ignazio Marino. Nel 2013 assunse come capo della municipale un poliziotto, un "prussiano", che iniziò a rivedere tutte le occupazioni di suolo pubblico. Così Marino è andato a mettere la mano dentro la tagliola: è una delle cause per cui l'hanno fatto fuori nel 2015. E poi con la pandemia è arrivata la concessione a occupare marciapiedi, strade, strisce blu. Sarà dura farglieli togliere i tavolini: anche in questo Roma fa che tutto diventi perenne".

Il Pantheon, risparmiato nei secoli dalle spoliazioni dei luoghi di culto pagani, è oggi  soffocato dal caos e dai tavolini selvaggi (Alamy / Ipa) 

Nel libro si occupa dei 13 obelischi di Roma, nessuna città ne ha così tanti: qual è il meno noto?                                         
"Quello, di piccole dimensioni e di raffinata fattura, piazzato nel 1822 sul Pincio da Pio VII. Ma il papa non sapeva probabilmente che era stato dedicato da Adriano ad Antinoo, l'amore intensissimo per il quale l'imperatore aveva perso la testa".

Del tempio-chiesa di Antonino e Faustina al Foro romano, lei scrive di "vertiginose trasformazioni d'uso che a Roma non stupiscono: non a caso la città ha il titolo di eterna". Che cosa intende?
"La caratteristica quasi unica di Roma è che è sempre stata città. E lo dobbiamo anche alla civiltà cristiana. Forse insieme a Gerusalemme, è l'unica grande città antica che è diventata una metropoli moderna. È eterna perché la Chiesa cattolica, che ha contribuito potentemente alla fine dell'Impero romano, in un certo senso però ha salvato il cuore di quel potere: Roma stessa".

Molte illustrazioni del libro sono tratte da scatti dell'Ottocento, prima che i monumenti venissero puliti e restaurati. Perché questa scelta vintage?
"Perché quello è stato il volto di Roma "moderna" per tanto tempo. Basti pensare che quando i bersaglieri entrano in città nel 1870 la trovano abitata da appena 200 mila persone".

I pontefici eredi degli imperatori avevano fatto grande Roma con l'architettura rinascimentale e barocca.
"Certo, ma è solo dopo i grandi lavori per il cinquantenario dell'Unità d'Itala, nel 1911, che Roma inizia a diventare una capitale europea. Prima, i papi si erano disinteressati alle strutture che dovevano rendere la città vivibile. Pensavano solo alle chiese. E lì i sonetti del Belli la dicono lunga su quale fosse la vita in città sotto il dominio pontificio. Era un'esistenza miserabile".

Dopo il 1911, l'altra grande esposizione pensata per Roma fu quella del 1942, mai inaugurata.
"Quella del Ventennio è stata l'ultima grande architettura che ha espresso questa città. Basti pensare all'idea dell'Eur, l'esposizione per il ventennale della marcia su Roma. Hitler aveva detto a Mussolini: 'Tranquillo, tanto fino al '42 non succede niente'. Poi invece scatenò l'inferno. Ma il Duce aveva dato il via all'immenso cantiere sulla via Cristoforo Colombo. Doveva essere la prima esposizione con edifici destinati a vivere. Di mattoni, marmi e travertino. Sarebbe dovuta diventare la New Town".

La copertina del libro La fine di Roma. Trionfo del cristianesimo, morte dell’Impero (Einaudi) 

Nel dopoguerra l'Eur fu completato e oggi è il quartiere degli uffici. Cosa ha significato la ricostruzione post 1945?
"Le amministrazioni democristiane della capitale sono state una catastrofe. L'esempio più devastante è quello della via Tuscolana, un susseguirsi di casermoni fino a Cinecittà, senza un filo d'erba o una piazza. Noi eravamo giovani e ci rendevamo conto che, per dare una risposta alla forte immigrazione, i palazzinari stavano distruggendo la città, cementificandola. Ricordo le battaglie dell'Espresso e del Mondo, con Antonio Cederna sulle barricate per la difesa dell'Appia Antica".

C'è stato un momento in cui Roma è stata grande e felice?
"Sì, nel 1960, con le Olimpiadi. Il boom cominciava a spargere un certo benessere, senza essere ancora accompagnato dal degrado. In quel momento, vi assicuro, e non è nostalgia di un uomo anziano, Roma era bellissima. Pulita, fresca, fiorita, restaurata dopo i disastri del fascismo e della guerra, con quel po' di benessere che cominciava a diffondersi che la colorava. Le pizzerie e i ristoranti al completo erano un portato del boom economico. Poi quel benessere ha traboccato portandoci al caos e allo sfacelo attuale. Roma oggi non è una città pienamente europea ma una metropoli con i caratteri mediorientali del Cairo o di Istanbul".

Quali i luoghi risparmiati da caos, smog e rumore capitolini?
"Per esempio l'abbazia delle Tre Fontane dove fu decapitato san Paolo, un personaggio che mi affascina per l'energia fisica e mentale con cui impose a Roma il credo di quella piccola setta nata intorno a Gesù. Ora, io non sono cattolico, "Sono ateo, grazie a dio": è così che voglio intitolare il mio prossimo libro. Ma lì, tra siepi di bosso, salici piangenti, eucalipti, un pino e, in mezzo al boschetto, l'antica chiesa di san Paolo, c'è un silenzio miracoloso sebbene la via Laurentina, trafficatissima, corra a cento metri".

San Paolo è, con Pietro, patrono della città. Ma il simbolo primigenio è la lupa.
"Che allattò Romolo e Remo salvandoli dalla morte. Ma Tito Livio ci fornisce una versione più cruda. A offrire il seno ai due gemelli fu una certa Laurenzia, una meretrice. E infatti i latini chiamavano il postribolo lupanare. Se penso che a noi bambini in camicia nera, con le bretelle bianche e la M sul petto, ci chiamavano figli della lupa...".

Lei è nato nel cuore antico di Roma?
"No, sono venuto al mondo nel 1935 in una clinica appena fuori porta Latina e tutta l'occupazione tedesca l'ho trascorsa in quel quartiere nuovo, medio borghese. Erano anni di grande penuria: papà era a combattere in Africa e io andavo per i prati a fare la cicoria con mia madre. Il parco giochi di noi, piccoli teppisti, erano le Mura Aureliane. Salivamo sui camminamenti e le percorrevamo verso porta Metronia".

Può dire di essersi formato sulle vestigia e le rovine di Roma antica?
"Sì, e la prima volta che andai a Parigi, dopo la maturità classica, corsi a piazza della Bastiglia cercando anche lì delle rovine, quelle della fortezza. Che delusione, c'era soltanto una colonna".

Sul Venerdì del 9 settembre 2022