Cioran, la fortuna di essere pessimista
di Piero Melati , di Piero MelatiUn giorno di primavera del 1990 E.M. Cioran, già diventato "il vate del vuoto interiore" (come lui stesso ebbe a definirsi) uscì dalla sede parigina di Gallimard. Dal 1949 in poi l'editore francese aveva pubblicato un suo libro più o meno ogni quattro anni, i primi solo a bassa tiratura. All'epoca, invece, si era trasformato in un bestsellerista, da fare impallidire - quanto a nichilismo - Nietzsche e Leopardi. Quel giorno Cioran doveva semplicemente tornare nella mansarda al quinto piano di Rue de L'Odéon, a due passi dall'omonimo teatro, nel sesto arrondissement, dove si era accasato dopo il 1960, al termine di un lungo asilo in Francia fatto di povertà e alberghetti. Ma per la prima volta smarrì la strada di casa. Due anni dopo venne ricoverato all'ospedale Broca. Durante la degenza, un giorno scomparve. Le infermiere lo ritrovarono dopo molte ore chiuso in un armadio. Disse loro di aver passeggiato tutta la no…
Un giorno di primavera del 1990 E.M. Cioran, già diventato "il vate del vuoto interiore" (come lui stesso ebbe a definirsi) uscì dalla sede parigina di Gallimard. Dal 1949 in poi l'editore francese aveva pubblicato un suo libro più o meno ogni quattro anni, i primi solo a bassa tiratura. All'epoca, invece, si era trasformato in un bestsellerista, da fare impallidire - quanto a nichilismo - Nietzsche e Leopardi. Quel giorno Cioran doveva semplicemente tornare nella mansarda al quinto piano di Rue de L'Odéon, a due passi dall'omonimo teatro, nel sesto arrondissement, dove si era accasato dopo il 1960, al termine di un lungo asilo in Francia fatto di povertà e alberghetti. Ma per la prima volta smarrì la strada di casa. Due anni dopo venne ricoverato all'ospedale Broca. Durante la degenza, un giorno scomparve. Le infermiere lo ritrovarono dopo molte ore chiuso in un armadio. Disse loro di aver passeggiato tutta la notte in una città sconosciuta. Adesso aveva smarrito anche il mondo.
L'Alzheimer aveva colpito il grande ipocondriaco, perennemente afflitto da insonnia cronica e crisi depressive, che aveva addirittura teorizzato: "Scrivere serve a frequentare meno la farmacia". Morì il primo giugno del 1995 e venne tumulato nel cimitero di Montparnasse. La sua compagna, Simone Boué, gli sopravvisse due anni, il tempo di decifrare e battere a macchina le 900 pagine dei Quaderni. "Non passiamo forse il nostro tempo a partorire teorie al solo scopo di perdurare?", annota nell'inedito Finestra sul nulla, oggi pubblicato da Adelphi, diciottesimo titolo in poco più di trent'anni dedicato all'autore. E aggiunge, a proposito di tutte le teorie sul mondo succedutesi nei secoli: "Queste armi dello spirito non saranno state concepite da una vigliaccheria senza pari?".
Cioran il barbaro, Cioran il distruttore. Oggi siamo in piena Cioran-renaissance: mai tanti articoli e studi su di lui. Il filosofo newyorkese Eugene Thacker, per esempio, lo ha inserito in una antologia, Rassegnazione infinita (in Italia per l'editore Nero) tra i dodici "santi patroni del pessimismo" universale. Lo stesso Thacker fa una confessione condivisibile da ogni altro appassionato: Cioran non lo si conosce mai prima, semplicemente ci si inciampa in libreria. Si vedono quei titoli impossibili (Al culmine della disperazione, La tentazione di esistere, L'inconveniente di essere nati, Sommario di decomposizione, Squartamento) e li si compera. Infine, leggendolo, ci si lascia demolire. Ma sempre con un certo stile: "Bisogna avviarsi alla fine della storia con un fiore all'occhiello" prescrive Cioran.
Ma perché tanto successo? A detta dei suoi analisti, da quando il premio Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen ha definito la nostra epoca geologica "antropocene" (l'uomo con le sue attività ha modificato irreversibilmente territori, strutture e clima) l'autore è tornato di moda. Sono bastate nuove razioni di pandemie, guerre e crisi energetiche per cercare una voce nuova che rispecchiasse il nostro tempo. E chi meglio di lui, ateo impenitente ma con strappi metafisici, nemico di ogni teoria sul tutto ma non privo di visione, maestro dell'aforisma profondo, combattente del pensiero fulminante e del frammento, che per primo dichiarò (proprio come spesso si ripete oggi) che la letteratura è diventata inutile, che i romanzi e gli scritti prolissi lo annoiavano, sempre preferendo le brevità di un haiku giapponese?
Era marchiato dalla nascita. Venne infatti alla luce in Romania, in un villaggio della Transilvania che un documento del 1488 attesta essere fondato da Attila, il re degli Unni. A 22 anni si trasferisce con la famiglia a Sibiu, dove diventa un brillante studente di filosofia. Ma non gli interessa: nel 1934, a 21 anni, ha già scritto Al culmine della disperazione. Accusa Nietzsche di essere un ingenuo passionale. Disprezza tutto quello che è romeno e, alla fine del 1933, sbarca a Berlino. "Studiavo il buddismo per non farmi contagiare" dirà. Ma verrà contaminato lo stesso. Quando, nel 1935, torna in Romania, la Germania hitleriana gli ha fatto venire l'idea di poter "introdurre l'assoluto nel respiro quotidiano dei popoli". Sposa, sulle tracce del suo amico Mircea Eliade, che diverrà poi il massimo storico delle religioni del Novecento, il movimento della Guardia di Ferro. Quest'ultimo, a differenza degli altri fascismi europei, ha mantenuto una forte impronta ascetica.
Ma già nel 1937, approdato a Parigi, dirà: "Come ho potuto essere colui che ero?". Non è solo un'abiura politica, ma esistenziale. Quando, ormai famoso, lo fermeranno per strada riconoscendolo, alla domanda "Mi scusi, ma lei è Cioran?" risponderà sempre "Lo ero". Quando, nel 1977, una foto parigina con lui, Mircea Eliade e il drammaturgo Eugène Ionesco metterà in imbarazzo gli ultimi due, poiché la loro mantenuta amicizia rievocava anche i comuni trascorsi fascisti in Romania, Cioran sarà l'unico a non fare una piega. Parigi, ormai, lo ha definitivamente perduto, ma anche resuscitato. Negli anni dell'indigenza, maturerà la convinzione di essere un esiliato e un apolide in terra straniera, rimpiangendo l'antico villaggio. Nello stesso tempo, però, quando nel 1947 smetterà di scrivere nella lingua materna e sceglierà il francese, riuscirà a liberarsi visceralmente da ogni scoria degli anni giovanili. E a trovare il successo.
Nel 1947 sforna il Sommario di decomposizione. "Un libro distruttivo" dirà, "ci vuole più coraggio a leggerlo che a scriverlo". Ma forse si sta costruendo un personaggio. Aveva già frequentato a lungo i caffè di Boulevard Saint-Germain, in particolare il Flore dove tenevano banco Jean-Paul Sartre e Simone de Beauvoir. Lui viene ricordato come una presenza attenta e silenziosa, che scattava solo per accendere la sigaretta a Simone. Stava studiando gli esistenzialisti? Tuttavia più tardi, quando Albert Camus gli chiederà di frequentarsi maggiormente, lo tratterà con disprezzo (salvo poi pentirsene e dedicargli due struggenti ricordi nei Quaderni).
Non ha un soldo, nel dopoguerra, ma continua a rifiutare i premi letterari, fedele alla sua musa che in rumeno si chiama nenoroc, e che significa "sventura", "disgrazia". Un moto di stizza lo avrà solo quando John Updike, allora il più famoso autore statunitense, lo definirà "un vampiro" e "un monaco mancato". "Mi ha precluso la strada dell'America" scriverà all'amico Eliade.
Cioran resta vittima di un equivoco. Ma non tanto sul fascismo, la cui esperienza ha disprezzato, quanto sul resto di se stesso. "Si dice spesso che il vero Cioran sia quello francese. È falso. Il vero scrittore è quello romeno. In francese si limiterà a mettere in bella forma quel che aveva già scritto nella lingua madre. Il vero Cioran scriveva come un folle invasato, istintivo, senza freni". Antonio Di Gennaro, napoletano, è un ricercatore del sottosuolo. Da 23 anni lavora sulla produzione rumena cioraniana. Non solo ha sfornato una monumentale raccolta di interviste per le edizioni La scuola di Pitagora, ma anche vari volumi biografici e carteggi per l'editrice Mimesis. Per anni ha custodito in uno scatolone una miniera di inediti. Per comprenderne l'importanza basti dire che, ancora nel 1979, scrivendo di Cioran, Susan Sontag affermava che l'autore non aveva mai prodotto nulla in lingua romena. "E invece lui scriveva anche senza pubblicare, come un assatanato" spiega Di Gennaro.
Finestra sul nulla, l'ultimo inedito, lo conferma. Scritto nel biennio '43-45, fa parte di un pacchetto di quattro opere mai pubblicate. In quegli anni Cioran riempiva gli economici e colorati taccuini stenografici marca Gilbert Joseph "senza sosta, senza pubblicare nulla e quasi mai rileggendo" afferma il curatore Nicolas Cavaillès. A volte, come in uno straordinario ritratto quasi lacaniano di Napoleone, fa anche capolino lo scrittore dal passo più lungo, l'antologista, debitore all'amico Samuel Beckett di un qualche personaggio che gli avrà rubato per cucirselo addosso, ma nella vita reale.
Sul Venerdì del 9 settembre 2022