Franz, l'amico di matita: la raccolta completa dei disegni di Kafka
di Paolo Di Paolo , di Paolo Di PaoloUno degli scherzi crudeli che può giocarti la vita è offrirti una straordinaria fama postuma. Ma ancor più crudele può risultare il fatto di avere guadagnato notorietà per un talento che non eri tanto sicuro di voler spendere. Lasciando indietro - negletta, infruttuosa - una autentica e gioiosa vocazione. Quella che ti appagava più di ogni cosa al mondo.
La premessa per dire che il Franz Kafka scrittore - la cui effigie invade (mettendolo in imbarazzo) le botteghe di souvenir turistici lungo il Vicolo d'Oro della sua città natale - nasconde un altro Kafka. Meno timido? Meno recalcitrante? Forse un po' più felice. Un Franz disegnatore: identità che - come avverte Andreas Kilcher, il curatore del bellissimo volume I disegni di Kafka che Adelphi …
Uno degli scherzi crudeli che può giocarti la vita è offrirti una straordinaria fama postuma. Ma ancor più crudele può risultare il fatto di avere guadagnato notorietà per un talento che non eri tanto sicuro di voler spendere. Lasciando indietro - negletta, infruttuosa - una autentica e gioiosa vocazione. Quella che ti appagava più di ogni cosa al mondo.
La premessa per dire che il Franz Kafka scrittore - la cui effigie invade (mettendolo in imbarazzo) le botteghe di souvenir turistici lungo il Vicolo d'Oro della sua città natale - nasconde un altro Kafka. Meno timido? Meno recalcitrante? Forse un po' più felice. Un Franz disegnatore: identità che - come avverte Andreas Kilcher, il curatore del bellissimo volume I disegni di Kafka che Adelphi manda in libreria - non era mai stata presa sul serio. È anche vero che a lungo abbiamo avuto a disposizione un novero ristretto dei suoi bozzetti, dei ritratti, degli scarabocchi creativi, dei suoi fumetti senza parole. Ma il punto è che pochi studiosi, nel tempo, hanno ritenuto che fosse più di un'attività oziosa, ancillare. Ora che il corpus si è espanso, grazie a scavi nelle zone occulte e occultate del lascito dello scrittore praghese, si presenta per il lettore-spettatore l'occasione di strabiliare. E direi anche, se non suonasse enfatico, di commuoversi. Perché le figurine letteralmente kafkiane che abitano questi fogli sciolti sono umani e altri animali che popolavano il regno di una inesauribile e inquieta fantasia. Scorci di paesaggi surrealisti prima del surrealismo. Anime circensi, maghi con bombetta, gente a passeggio il cui corpo si slunga o si allarga. Prove di ritratto: miniature caricaturali (ne fa una di D'Annunzio accanto a una fotografia del Vate) o più delicate e più classiche riproduzioni di volti. Compreso il proprio: selfie disegnati con malinconica severità.
Kafka disegna continuamente e dappertutto: sul retro di cartoline, su angoli di giornali e riviste, su biglietti, cartoncini; quaderni dove, fra pagine di scrittura, prendono vita affollati convegni di sagome sognanti, pensanti, danzanti. A inizio secolo, aveva preso lezioni di disegno. Indizio che dà la misura di una duplice o incerta inclinazione. Non che i risultati del suo lavoro con la matita lo soddisfacessero pienamente, ma li indicò al famigerato amico Max Brod affidandogli per lettera le ultime volontà. Certo, per invitarlo a bruciare tutto: cosa che - da proverbio - Brod si rifiutò di fare. È così che, per tortuose e infelici vie ereditarie, i disegni di Kafka ci hanno raggiunto: su "carta sporca, spiegazzata e lacera", attraverso faldoni rateali che hanno viaggiato in mezzo mondo. Né i tentativi editoriali di costruzione di raccolte e cataloghi sono stati agevoli: Kilcher definisce "drammatica" la storia del lascito di Kafka. Appesa a un processo ultradecennale conclusosi nemmeno tre anni fa. Il volume Adelphi raccoglie la collezione conservata a Gerusalemme, due disegni che Brod aveva venduto all'Albertina di Vienna nel 1952, un altro gruppo finito alla Bodleian Library di Oxford, una collezione conservata a Marbach, in Germania. Un ricompattamento impervio e generoso di quelli che l'autore definì "geroglifici personali", traccia di un'antica passione, "profondamente radicata".
Lo sforzo di lettura e di interpretazione andrebbe fondato su un temporaneo oblio. Se Kafka non avesse scritto e si fosse limitato a disegnare? Proviamo a dimenticare La metamorfosi e Il processo; e guardiamo al giovane Franz che legge riviste d'arte già negli anni del liceo, o che nel 1903 intende regalare alla madre per il compleanno un calco del Giovanni Battista di Donatello. Pediniamolo mentre raggiunge mostre di arte orientale a Praga (secondo Kilcher è l'estetica giapponese a influenzare il suo tratto di disegnatore più che i dettami del Kunstwart, la rivista culturale ispirata da Nietzsche e vicina al nazionalismo tedesco a cui era abbonato nella stagione universitaria). Dobbiamo osservarlo mentre si appassiona a biografie di ritrattisti svizzeri dall'esistenza tragica e legge con passione le lettere di van Gogh, l'autobiografia di Gauguin, le conversazioni di Rodin sull'arte. Dobbiamo stanarlo mentre incontra nei caffè praghesi giovani artisti presi dalla smania di innovare. Dobbiamo spulciare i diari di viaggio per soppesare lo spazio che destina alla visita nelle gallerie d'arte e nei musei di Parigi, nel settembre del 1911. Dobbiamo indagare sul rapporto con Alfred Kubin, il pittore austriaco con cui intrattiene una corrispondenza intermittente ma alimentata da un comune interesse per il fantastico.
Gli "uomini storti"
L'ufficio del Realismo è chiuso per ferie; Kafka è interessato a chi metamorfizza il mondo, a chi sa trasferire umori e stati d'animo, sogni più o meno angoscianti, pulsioni più o meno dicibili nelle figure che fissa su carta, lasciando che a modellarle e spesso a stravolgerle sia il sentimento (spesso lacerante) dell'invisibile. Alla fidanzata Felice Bauer Kafka si racconta per lettera come un disegnatore sorgivo deviato e rovinato dallo studio del disegno: "Ho cominciato a prendere lezioni di disegno da una cattiva pittrice, e tutto il mio talento si è guastato. Pensa un po'! Ma aspetta, ti manderò presto un paio di miei vecchi disegni, così puoi farti due risate. Eppure a quel tempo, ormai anni fa, quei disegni mi hanno appagato più di qualsiasi altra cosa" (febbraio 1913).
"Così puoi farti due risate", scrive Kafka sminuendosi. Ma se volessimo prenderlo alla lettera, i suoi disegni hanno in effetti qualcosa di comico. Di un comico "stravolto", alla Grosz; un pennino intinto nella china dell'ironia acidula o nell'inchiostro del sogno a occhi aperti. L'azzardo dell'acrobata che sfida la gravità lo affascina forse perché implica un atto di ribellione alle leggi di natura; e perché un uomo che cade da una scala sospesa per aria - oggetto di un suo schizzo - è una specie di paradosso logico che fa piangere dal ridere, o viceversa.
Il lungo saggio di Kilcher che chiude il volume Adelphi è una miniera di informazioni e di aneddoti. Ma è anche un buon pretesto per cogliere una specie di corrente elettrica allegorica di cui si nutre tanto la creatività del Kafka narratore quanto quella del Kafka disegnatore. Sì, d'accordo l'inafferrabile è, resta inafferrabile. E tuttavia un segno - scrittura, ovvero immagine - può illuderci di avere intuito qualcosa, di avere sfiorato una verità.
Roberto Calasso, il grande intellettuale e scrittore che ha fondato Adelphi e che a Kafka dedicò il romanzo K., parla - in un testo riprodotto in coda al volume - degli "uomini storti" disegnati da Kafka come frutto della stessa mano dello scrittore, che seguendo i medesimi "percorsi obbligati", trova il suo stile. Li vede impegnati in una metamorfosi incompiuta. Allenati a duelli con il vuoto. A cercare faticosamente di tornare dritti senza riuscirci, attraverso "oscillazioni, mutazioni visive, confusione delle forme". Poi si accorgono di poter esistere solo a metà. "Gli uomini storti tentano di mettersi in piedi e pensano soprattutto al sesso", insiste Calasso, che nota in una sequenza di bozzetti i sessi maschili dei personaggi disegnati come piccoli incendi all'altezza del pube. Ma "quando due esseri storti vogliono abbracciarsi, si crea una grossa confusione. È come se il gesto fosse innaturale. Come se imitasse quello che un giorno gli uomini dritti facevano e ora hanno dimenticato. Soprattutto il gesto di abbracciare è imbarazzante".
Come un acrobata
Forse basta questo aggettivo - imbarazzante - ad attraversare nel verso giusto questo museo di carta stracciata, nascosta, destinata alle fiamme. Le miniature kafkiane sono sghembi accessi di sincerità, fughe di verità interiore, temperate dal gioco così come si dice di una matita. L'autore se ne imbarazza perché vi coglie il deposito di stati d'animo e umori indicibili e comunque incandescenti. E s'inventa, per occultarli come fossero prove indiziarie di un crimine commesso contro il pudore, la teoria del fallimento. Estesa naturalmente all'intera opera. Che lui vede oscuramente come il frutto di un'incapacità. Prova a interrogarla, a coglierne la ragione prima. "Tutte le cose che mi vengono in mente, non mi vengono in mente dalla radice, ma solo da qualche parte verso il loro centro. Provare a trattenerle è come provare ad aggrapparsi a un filo d'erba che comincia a crescere a metà dello stelo. Questo certamente sanno farlo alcuni acrobati, quelli giapponesi ad esempio, che si arrampicano su una scala che non è posata a terra, ma sulle piante dei piedi tenute verso l'alto da un tizio semicoricato, e non è appoggiata alla parete, ma si drizza liberamente nell'aria. Io non ne sono capace, senza contare che la mia scala non dispone nemmeno di quelle piante dei piedi. Certo, non è tutto, e una simile richiesta non mi autorizza ancora a prendere la parola. Ma ogni giorno mi dovrebbe esser puntata contro almeno una riga, come adesso si puntano i cannocchiali contro le comete".
Così torna l'acrobata di un sogno sbagliato. L'acrobata che non smette di fallire. Questa è un'involontaria autobiografia illustrata, la sua pasticciata, emozionante storia a fumetti. Muti.
Sul Venerdì del 9 settembre 2022