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I giornali che fanno strada

Un venditore del giornale di strada milanese Scarp de tenis (Nicola Marfisi / Agf) 
A Milano c’è "Scarp de tenis", ma si vendono in molti Paesi e danno lavoro a migliaia di persone. Editori e  redattori (spesso senzatetto) adesso si incontrano. Obiettivo, rilanciare queste edicole ambulanti  
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Milano. Intorno ai tribunali. Davanti alle parrocchie. All’uscita dei supermercati. Nelle vie del passeggio. Era facile vedere il venditore dei giornali di strada impegnato a discutere con qualcuno, a sorridere, a intascare qualcosa in più del prezzo base, a procedere con il fascio delle copie sotto braccio. Uomini e donne, alcuni con meno di quarant’anni, tirati a lucido, a volte vagamente persi, a volte in imbarazzo, a volte formidabili nel ruolo di edicole ambulanti. Persone che, in qualche modo, tornavano “visibili” anche di fronte a se stesse. Erano in grado di creare legami con i lettori, di mettersi in tasca qualche soldo, di riemergere non raramente dalle difficoltà e in maniera definitiva. Poi è arrivata la pandemia e, come d’incanto, quasi tutte queste pubblicazioni si sono trasferite nel mondo complesso di Internet e i venditori, è certo, non li vediamo più numerosi e attivi come un tempo. E come se ne esce, d…

Milano. Intorno ai tribunali. Davanti alle parrocchie. All’uscita dei supermercati. Nelle vie del passeggio. Era facile vedere il venditore dei giornali di strada impegnato a discutere con qualcuno, a sorridere, a intascare qualcosa in più del prezzo base, a procedere con il fascio delle copie sotto braccio. Uomini e donne, alcuni con meno di quarant’anni, tirati a lucido, a volte vagamente persi, a volte in imbarazzo, a volte formidabili nel ruolo di edicole ambulanti. Persone che, in qualche modo, tornavano “visibili” anche di fronte a se stesse. Erano in grado di creare legami con i lettori, di mettersi in tasca qualche soldo, di riemergere non raramente dalle difficoltà e in maniera definitiva. Poi è arrivata la pandemia e, come d’incanto, quasi tutte queste pubblicazioni si sono trasferite nel mondo complesso di Internet e i venditori, è certo, non li vediamo più numerosi e attivi come un tempo. E come se ne esce, da questo complicato stop? Per capire meglio di cosa parliamo, occorre qualche dato. L’Insp, International network of street papers, associazione nata nel 2005 a Glasgow e presieduta da Mike Findlay, riunisce ben 110 di questi giornali. I quali vengono stampati in 24 lingue, in 35 Paesi: in 600 città si vende almeno un giornale di strada. Come una multinazionale: non della povertà, ma della lotta alle miserie. Negli ultimi vent’anni, stando a quanto viene dichiarato, la rete dei giornali di strada ha infatti sostenuto circa 250 mila persone emarginate e ha garantito un reddito minimo annuo a ventimila persone. Ogni anno i venditori – al momento sono 13 mila – racimolano in euro qualcosa come oltre 28 milioni di euro.

Alcuni giornali di strada: da sinistra Peatón (Perù), Faktum (Svezia), Ison Ro (Finlandia) 


L’informazione che può migliorarti la vita viene dalla strada. Può sembrare lo slogan di un cronista stufo di notizie troppo precotte. Invece è stata ed è l’idea vincente che continua a far proseliti e, per la prima volta, questa follia ben studiata si materializza in Italia. E non a caso a Milano, tradizionalmente raccontata come città dal coeur in man. Qui che, a distanza di tre anni dall’ultimo “global summit” del 2019, si ritroveranno la settimana prossima gli staff degli streetmagazine, redazioni che mescolano giornalisti, esperti di marketing, pubblicitari, operatori sociali e, ovviamente, gli stessi “barbùn”, come si dice a Milano.

Il “barbùn” di Jannacci
 

Sono attesi dal 12 al 15 settembre, con accoglienza di riguardo a Palazzo Reale, dove il sindaco Beppe Sala terrà il discorso ufficiale di benvenuto: «La grandezza di una città» si legge nei suoi appunti «si misura soprattutto su come questa si occupa e si prende cura dei cittadini meno fortunati, di chi vive ai margini. La crescita equa è la sfida più importante che ci troviamo ad affrontare oggi». L’appuntamento milanese, organizzato dal mensile Scarp de tenis (la testata, edita dalla Caritas ambrosiana, nasce dalla citazione di una famosa canzone di Enzo Jannacci, dedicata a un barbùn sfortunato e innamorato), si preannuncia affollato. Un rappresentante sbarca dal Giappone, ci sono prenotazioni dall’Australia. Nei mesi scorsi tutti hanno concordato sul bisogno di scambiarsi idee ed esperienze. Nel convegno di tre giorni nel palazzo delle Stelline sono annunciati speaker e gruppi di studio. Ma ci saranno anche varie visite e appuntamenti nei quartieri. Spicca una serata che si terrà al Refettorio ambrosiano: la mensa “stellata” alla quale collaborano lo chef Massimo Bottura e il regista Davide Rampello, nella piazza dell’ex borgo di Greco. Un’altra idea spazza luoghi comuni: chi è senza casa non è senza palato. Un buon piatto, in una cornice dove non manca l’arte, può aiutare a tirarsi su.

Il greco Skefia, l’americano Streetwise, il serbo Liceulice 

A Milano si potranno dunque scorrere articoli in molte lingue e ragionare sul futuro non solo dei giornali, ma – è questo il punto – del nostro mondo complicato. La povertà, lo sappiamo, non è stata abolita, né sconfitta. Anzi, specie in queste settimane di guerra europea a Est, sembra destinata a dilagare. E i giornali di strada, e la loro rete, sono in cerca di qualche iniziativa intelligente per contrastarla proprio dove la incontriamo, sulla porta di casa. Gli staff hanno molte cose in comune già da tempo. Si scambiano gratis fotografie, articoli e consulenze legali. E concordano che in questi ultimi anni hanno affrontato una pesantissima prova collettiva: la pandemia da coronavirus. Che è stata per tutti una mazzata sulla vendite. Se le parrocchie sono chiuse, se non è possibile creare assembramenti, se entra in vigore il lockdown che impedisce la libera circolazione, a chi può vendere il giornale il senzacasa? «Trent’anni di buone abitudini bruciate in un niente», considera Stefano Lampertico, direttore del pluripremiato Scarp. Il test di internet Come ripartire? In alcuni Paesi sono stati creati dai lettori fondi economici per i venditori. In altri si sta provando a editare giornali che escono solo in versione digitale e chi li legge online offre un supporto online ai senza dimora.  Milano si ritrova dunque, nell’ospitare il summit, al centro della scena e del possibile cambiamento di strategia di vendita. Esiste qui, nella “capitale morale”, una tradizione plurisecolare e ramificata di assistenza pubblica e privata ai più fragili. Oggi un potente esercito di giovani e pensionati senza armi e molto attivi nel volontariato è impegnato con centinaia di sigle, di ogni orientamento politico e religioso, ma soprattutto “laico”. Volontari in grado di garantire pasti, posti letto, cure mediche e compagnia a chi ha bisogno di molto, se non di tutto. Fino a quando non si sa, ma per ora lo slogan della Milano con il cuore in mano sembra essere (ancora) il celebre “resistere, resistere, resistere”.

Sul Venerdì del 9 settembre 2022