Jeff Bridges: "Lotto ancora e torno in tv con The Old Man"
di Roberto Croci , di Roberto Croci"Se non avessi fatto l'attore di sicuro avrei suonato professionalmente perché la verità si trova tra le corde di una chitarra. E io sono alla ricerca della verità da quando sono nato". Sorride sornione, non sai mai se scherzi o faccia sul serio, l'unica cosa certa è che vorresti averlo come amico, padre, marito o partner in crime, perché la sua è una personalità contagiosa, conquistata con anni di notti insonni popolate da pensieri profondi. Tutti lo conoscono come attore ma è anche fotografo, musicista, pittore, scrittore, compositore, e soprattutto uomo di famiglia. Pur mantenendo le sue opinioni taglienti, a 72 anni Jeff Bridges dispensa soprattutto precetti d'amore, appresi quando vestì i panni del famigerato Dude-Il drugo, nel film Il grande Lebowski. Dal 28 settembre su Disney+ lo vedremo in The Old Man, serie basata sull'omonimo romanzo bestseller di Thomas Perry, incentrata sul personaggi…
"Se non avessi fatto l'attore di sicuro avrei suonato professionalmente perché la verità si trova tra le corde di una chitarra. E io sono alla ricerca della verità da quando sono nato". Sorride sornione, non sai mai se scherzi o faccia sul serio, l'unica cosa certa è che vorresti averlo come amico, padre, marito o partner in crime, perché la sua è una personalità contagiosa, conquistata con anni di notti insonni popolate da pensieri profondi. Tutti lo conoscono come attore ma è anche fotografo, musicista, pittore, scrittore, compositore, e soprattutto uomo di famiglia. Pur mantenendo le sue opinioni taglienti, a 72 anni Jeff Bridges dispensa soprattutto precetti d'amore, appresi quando vestì i panni del famigerato Dude-Il drugo, nel film Il grande Lebowski. Dal 28 settembre su Disney+ lo vedremo in The Old Man, serie basata sull'omonimo romanzo bestseller di Thomas Perry, incentrata sul personaggio di Dan Chase, agente scappato dalla Cia decenni prima, che da tempo vive fuori dai radar governativi. Quando però un sicario cerca di ucciderlo, capisce che per mettere al sicuro il proprio futuro deve riconciliarsi con il passato. Nel cast, c'è anche il grande John Lithgow.
Erano anni che non faceva tv, perché ha scelto questo show?
"Non volevo fare tv perché mio padre (l'attore tv Lloyd Bridges, ndr) era sempre sul set, aveva poco tempo per la famiglia e per se stesso. Fare tv è molto più impegnativo rispetto a un film, le giornate sono lunghe e bisogna memorizzare parecchie scene. Io sono pigro di natura, e quindi cerco sempre di fare le scelte più facili! Poi ho letto la sceneggiatura e il libro The Old Man e non ho potuto rifiutare questo ruolo: è come essere Jason Bourne vent'anni dopo Matt Damon!".
Poi mentre girava la prima stagione, si è ammalato. Cos'è successo?
"Dovevamo andare in Marocco ed è arrivata la pandemia. Nel frattempo ho scoperto di avere un linfoma gastrico enorme, trovato con una Tac perché avevo dei leggeri disturbi di stomaco. Ho iniziato subito la chemio che mi ha ammazzato il sistema immunitario e a quel punto ho preso il Covid, che ho poi passato a mia moglie. Susan si è ripresa dopo cinque giorni, io ci ho messo cinque settimane. Sono stato malissimo, il cancro in confronto era una passeggiata. Durante quel periodo infernale i medici non sono riusciti a rassicurare mia moglie, probabilmente pensavano che non sarei sopravvissuto. Anche io, per un breve momento, ho pensato di essere arrivato al capolinea, mi ero quasi arreso, poi ho ripreso a combattere, anche perché mia figlia Haley aveva deciso di sposarsi e volevo accompagnarla all'altare. E ora sono qua, in remissione, sono riuscito a vederla sposata e ho persino aperto le danze, ballando un lento molto lento (ride). Eh, sono un Drugo fortunato".
The Old Man parla anche di identità, delle conseguenze delle scelte che facciamo. Che cosa ha visto nel personaggio di Dan Chase?
"Fa bene a parlare del tema dell'identità perché è stata la prima cosa che mi ha incuriosito di Dan. Non è un argomento facile: penso che la mia identità sarà sempre un mistero, non credo di sapere davvero chi sono. Le mie scelte hanno sempre conseguenze, a volte penso di fare la cosa giusta e poi scopro che era sbagliata. A volte il contrario. Per questo Dan mi assomiglia, è istintivo e misterioso".
Questo show ha avuto conseguenze sulla sua vita?
"Qualsiasi cosa facciamo ha conseguenze. Fai una cosa e ne ricevi un'altra. Paghiamo per i nostri errori, e veniamo ricompensati per le nostre buone azioni. In questo caso, con tutto quello che mi è successo, ho scoperto che sono più forte di quello che pensavo. Sono anni che studio e pratico il buddismo, forse la mia malattia e la mia guarigione hanno un altro significato. Non so, di sicuro la televisione è cambiata tantissimo in questi anni, contenuto e qualità dei prodotti ora sono stratosferici. Avevo molte aspettative su questo show, ma devo dire che l'esperienza sul set le ha decisamente superate".
Pensa che la serie parli anche della politica estera americana?
"Certamente, paghiamo le conseguenze di quello che abbiamo fatto trent'anni fa, quando gli Stati Uniti erano segretamente coinvolti durante l'incursione sovietica in Afghanistan. Quando abbiamo iniziato lo show, nessuno pensava che ci sarebbe stata un'invasione russa in Ucraina. Qui si tratta di conseguenze individuali, ma anche globali. Le azioni sono importanti. Come diciamo qui: i polli prima o poi devono tornare al pollaio".
Come concilia la vita di attore con la sua visione spirituale del mondo?
"Il mio percorso spirituale si sviluppa in mondi diversi. Mi sento a mio agio seguendo una filosofia buddista, ma sono un uomo dalla mente ricettiva. In The Old Man ho avuto la fortuna di lavorare con Chris Huddleston, agente Cia che mi ha convinto ad abbracciare lo stoicismo, una corrente filosofica tendenzialmente ottimista. Approfondendo questo interesse ho riscontrato molti paralleli con il buddismo. Per studiare lo stoicismo, la mia lettura iniziale è stata La via dell'ostacolo di Ryan Holiday, che mi ha ricordato molto gli insegnamenti del Buddha, affrontare il problema piuttosto che cercare di evitarlo. Mi ha colpito il concetto delle proprietà emergenti, che potrei spiegare in modo semplicistico, partendo dalla coscienza di un uomo che fa parte di un sistema più grande, quello della società umana. Siamo dei superorganismi, ogni individuo è un superorganismo, ogni singolo individuo influisce sulla nostra cultura e società. Citando Marco Aurelio, Ryan Holiday dice che 'l'ostacolo è ciò che ci fa progredire. Ciò che ostruisce la nostra via, diventa la via stessa'".
Ha deciso di diventare attore perché è un figlio d'arte?
"Sì e no. Sin da piccolo, grazie ai miei, ho vissuto la magia del cinema da vicino. Fare cinema è meraviglioso perché sei a contatto con artisti che creano qualcosa di bello e nonostante le differenze di opinioni sanno lavorare insieme. Sarebbe bello se le corporation utilizzassero lo stesso sistema negli affari. Quando mi sono ammalato, ho notato la stessa attitudine nella comunità medica. I vari medici avevano opinioni diverse sulla mia cura ma nessuno prevaricava gli altri, volevano tutti aiutarmi a guarire. Avevo a disposizione un'équipe di tre medici, il mio dottore principale era come il regista di un film. Forse è per questo che ho dedicato la mia vita al cinema, per poter vivere in questo spirito di gruppo, che ha un solo scopo, raggiungere un obiettivo comune".
Non è sempre facile raggiungerlo.
"No, in politica per esempio è quasi impossibile. Eppure durante il Covid abbiamo visto che potevamo andare d'accordo, salvare il mondo insieme. Agli esseri umani piace ridurre tutto a bianco o nero, giusto o sbagliato. Torniamo agli ostacoli, gli ostacoli che creiamo, come il cambiamento climatico, dovrebbero essere visti come opportunità per dimostrare che siamo all'altezza della situazione e abbiamo imparato la lezione. Putroppo il mondo non funziona così".
Il suo primo ricordo come attore?
"Non è un mio ricordo, ma era il preferito di mia madre Dorothy. Il mio primo ruolo è stato nel 1951, in N.N. Vigilata speciale, avevo poco più di un anno. Jane Greer mi teneva in braccio e dovevo piangere. Ma sono sempre stato un bambino felice e invece di strillare ridevo. Mia madre mi dette un pizziccoto sul piede e iniziai a gridare come un pazzo. Dorothy la sapeva lunga".
Sono più di vent'anni che medita e si interessa alla filosofia Zen. Come ha cominciato?
"Oh, non ricordo bene, ho cominciato per alleviare lo stress, ero molto amico di Bernie Glassman, pioniere del movimento Zen americano, conosciuto sul set di Il grande Lebowski. Sono sempre stato curioso della conoscenza spirituale, e Bernie mi dette delle dritte su come meditare. Era un amico spirituale, non ho mai avuto un maestro ufficiale, tutte le persone con cui interagisco sanno essere dei potenziali insegnanti. Uno degli aspetti più belli della recitazione è l'accesso a persone stimolanti che, se lo meriti, ti aprono il proprio cuore. Io ho imparato ad aprire il mio cuore all'amore, e per questo devo ringraziare mia moglie Susan. Uno dei motivi per cui sono sposato da quarantacinque anni è che lei ha sempre incoraggiato la mia arte e la mia intimità professionale con altre persone. È importante. Quando due persone su un set aprono i cuori l'uno all'altro, quel sentimento di compassione diventa una grande fonte di crescita personale".
Qual è il segreto di un lungo matrimonio?
"Non divorziare. Ovvio, no? Usate gli ostacoli come opportunità per avvicinarsi invece che per separarsi. Man mano che il tempo passa, noto che gli ostacoli diminuiscono, e quando si presentano, siamo pronti ad affrontarli. Nel corso degli anni abbiamo dovuto ampliare il 'contenitore' del nostro amore, nel bene e nel male, altrimenti l'amore cresce e poi non si sa più dove metterlo".
Sul Venerdì del 9 settembre 2022