Chi difende il leopardo a costo della vita
di Simone Porrovecchio , di Simone PorrovecchioIn alcuni Paesi del mondo la difesa della natura ha il costo altissimo della libertà. L'Iran è uno di quelli. Nelle carceri della Repubblica islamica si trovano sette scienziati associati alla Fondazione persiana per la protezione della fauna selvatica (Persian Heritage Wildlife Foundation) che stanno scontando pene che vanno dai quattro ai dieci anni di reclusione. Al momento dell'arresto stavano posizionando trappole fotografiche di ultima generazione sugli altipiani desertici a nordest del Paese per monitorare la presenza dei pochi leopardi persiani (Panthera pardus ciscaucasica) rimasti in libertà, e con la speranza nel cuore di incontrare anche il rarissimo ghepardo asiatico (Acinonyx jubatus venaticus).
Per l…
In alcuni Paesi del mondo la difesa della natura ha il costo altissimo della libertà. L'Iran è uno di quelli. Nelle carceri della Repubblica islamica si trovano sette scienziati associati alla Fondazione persiana per la protezione della fauna selvatica (Persian Heritage Wildlife Foundation) che stanno scontando pene che vanno dai quattro ai dieci anni di reclusione. Al momento dell'arresto stavano posizionando trappole fotografiche di ultima generazione sugli altipiani desertici a nordest del Paese per monitorare la presenza dei pochi leopardi persiani (Panthera pardus ciscaucasica) rimasti in libertà, e con la speranza nel cuore di incontrare anche il rarissimo ghepardo asiatico (Acinonyx jubatus venaticus).
Per le guardie della rivoluzione invece gli studiosi della Phwf erano spie. Uno di loro, Kavous Seyed Emami, sociologo e ambientalista con la doppia cittadinanza iraniano-canadese, è morto in carcere nel 2018 in circostanze misteriose dopo poche settimane di detenzione. Allo sdegno delle ong e della comunità scientifica internazionale, e dopo la denuncia ufficiale delle Nazioni Unite, si è aggiunta ora la lettera aperta dell'etologa e antropologa inglese Jane Goodall insieme a 50 scienziati di tutto il mondo, indirizzata al governo iraniano. Nel loro manifesto Goodall e colleghi sottolineano il legame indissolubile tra la lotta per i diritti umani, la difesa della libertà della scienza e l'impatto di conflitti, sanzioni e tensioni politiche sulla conservazione della natura e nel caso specifico del leopardo persiano.
Uccisi nel mondo 164 attivisti
Il problema non riguarda solo l'Iran. "In tutto il mondo, ma soprattutto in America Centrale, i governi continuano a reprimere ambientalisti e ricercatori, incarcerandoli come terroristi, utilizzando non solo forze di sicurezza statali, ma bande criminali e miliziani privati" dice Heather Iqbal, consulente dell'osservatorio londinese sui diritti umani Global Witness, il cui ultimo rapporto pubblicato a luglio afferma che 164 attivisti sono stati uccisi lo scorso anno in tutto il mondo. Non è un caso se Mohammad Farhadinia, esperto di leopardi persiani dell'associazione ambientalista britannica People's Trust for Endangered Species, da noi contattato per parlare delle strategie messe in atto per proteggerli, ha purtroppo deciso di non rispondere più alle nostre domande.
Se l'Iran un tempo vantava uno dei movimenti ecologisti più green al mondo, anni di persecuzioni hanno lasciato il segno. Dice Jasmin Ramsey, vicedirettore del Centro per i diritti umani in Iran: "Le accuse arbitrarie sono spesso costruite sull'uso delle fototrappole, ma questo è un metodo molto comune per osservare gli animali elusivi, seguirli, conoscerne abitudini ed eventualmente attirarli e taggarli con un chip". Per capire l'importanza di questa tecnica, basti pensare che l'ultima immagine di un leopardo persiano è stata catturata a giugno nella foresta di Khosrov, in Armenia, da una di queste fotocamere.
"Gli scienziati hanno diritto alla libertà di movimento, associazione, espressione e comunicazione" dice il professor Daya Reddy, ex direttore del Consiglio Internazionale della Scienza. "Limitarne o addirittura impedirne il lavoro rappresenta una gravissima violazione dei diritti umani ma anche un danno in certi casi irreversibile per le specie minacciate". Ciò vale particolarmente per il ghepardo persiano, una sottospecie un tempo diffusa in tutto il Caucaso e in parte dell'India e di cui oggi restano, secondo le ultime stime, non più di una dozzina di esemplari nel deserto centrale dell'Iran. Il ghepardo persiano, così come i suoi cugini africani, è l'animale più veloce al mondo, la sua colonna vertebrale è lunga e flessibile e gli permette di passare da 0 a quasi 100 km/h in soli tre secondi. L'ultima volta che delle fototrappole ne hanno fotografato quattro esemplari è stato nel 2015 nel parco nazionale di Khar Turan, nel nordest dell'Iran. Da allora non si sa più nulla del suo stato di conservazione a causa del taglio di fondi per i programmi dei ricercatori.
Tra miti e leggende
La situazione dei leopardi persiani invece è leggermente migliore, con una popolazione in libertà stimata in circa mille unità, di cui circa 550 esemplari nella roccaforte costituita dai monti Talish in Iran, un numero simile nell'area di Minghaçevir in Azerbaigian e fino ai confini con l'Iran, ed esemplari isolati in Georgia, sui monti Zangezur in Armenia e lungo la catena montuosa del Grande Caucaso tra Russia, Georgia e Azerbaigian. Il leopardo nell'antichità era un animale comune in Persia e ha influenzato la cultura del Vicino Oriente dove popola miti e leggende popolari. Nella regione del Caucaso diversi luoghi sacri sono chiamati Palang-Kuh, in lingua farsi la Montagna del Leopardo.
Una speranza arriva dalla Convenzione sulle specie migratorie del Programma delle Nazioni Unite per l'ambiente che, in collaborazione con l'Agenzia federale tedesca per la conservazione della natura (BfN), ha annunciato per l'autunno a Tbilisi, Georgia, una conferenza degli Stati dell'area di distribuzione dei felini per elaborare una strategia comune per la loro conservazione. I lavori saranno coordinati dall'Unione Mondiale per la Conservazione della Natura.
Sul Venerdì del 16 settembre 2022