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Dag Hammarskjöld: c'è un Cold Case alle Nazioni Unite

Dag Hammarskjöld in una foto del 1957. MPI / Getty Images
 
La notte del 18 settembre 1961 il numero Uno dell'Onu moriva in un incidente aereo in Zambia. Ora un'inchiesta promette di svelare la verità su quella scomparsa
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Questo mese, forse, sapremo. Uno dei più grandi misteri politici del secolo scorso, un cold case rimasto aperto da sessant'anni, potrebbe riuscire a trovare una parola finale. La commissione istituita dalle Nazioni Unite sette anni fa per rilanciare l'inchiesta sulla morte del suo segretario generale Dag Hammarskjöld, avvenuta nel 1961, presenterà il suo rapporto. E forse la memoria di colui che il presidente americano John Fitzgerald Kennedy definì "il più grande statista del nostro secolo" riuscirà ad avere finalmente un po' di pace. Ma non è detto: dagli archivi continuano ad affiorare documenti rimasti finora segreti.

L'ultimo, rinvenuto nel novembre scorso, è una condanna a morte di Hammarskjöld firmata dalla famigerata OAS, l'organizzazione di suprematisti bianchi annidata nelle Forze armate francesi ai tempi del generale Charles de Gaulle. "È gran tempo di porre fine alla sua d…

Questo mese, forse, sapremo. Uno dei più grandi misteri politici del secolo scorso, un cold case rimasto aperto da sessant'anni, potrebbe riuscire a trovare una parola finale. La commissione istituita dalle Nazioni Unite sette anni fa per rilanciare l'inchiesta sulla morte del suo segretario generale Dag Hammarskjöld, avvenuta nel 1961, presenterà il suo rapporto. E forse la memoria di colui che il presidente americano John Fitzgerald Kennedy definì "il più grande statista del nostro secolo" riuscirà ad avere finalmente un po' di pace. Ma non è detto: dagli archivi continuano ad affiorare documenti rimasti finora segreti.

L'ultimo, rinvenuto nel novembre scorso, è una condanna a morte di Hammarskjöld firmata dalla famigerata OAS, l'organizzazione di suprematisti bianchi annidata nelle Forze armate francesi ai tempi del generale Charles de Gaulle. "È gran tempo di porre fine alla sua dannosa intrusione" nel Congo, si legge nel documento. Che apre una nuova pista fin qui impensata...

Nel cielo d'Africa

Il DC-6 con le insegne delle Nazioni Unite volava incontro alla notte nel cielo dell'Africa. Destinazione Ndola, in quella che era allora la Rhodesia del Sud e oggi è lo Zambia. A bordo, tra equipaggio e personale Onu, c'erano sedici persone. Il Segretario generale contava di rientrare l'indomani a Léopoldville, la capitale del Congo - oggi Kinshasa - e aveva con sé soltanto una cartella. Dentro c'era il libro del filosofo ebreo austriaco Martin Buber Ich und Du, "Io e Tu", che stava traducendo in svedese, la sua lingua. Quando la cartella fu ritrovata, insieme al libro c'era un blocco di carta, di cui il capo dell'Onu aveva riempito con la sua scrittura molte pagine, lavorando alla traduzione.

I rottami dell’aereo in cui morì in Zambia nel 1961. INTERFOTO  / Alamy / ipa
  

Non era però certo quello lo scopo del lungo volo. Hammarskjöld stava andando a incontrare Moïse Tshombe, il capo della secessione del Katanga, la regione meridionale del Congo ricchissima di minerali. Da mesi il Paese era precipitato nella guerra civile, il primo ministro Patrice Lumumba era stato assassinato, ma adesso il Segretario generale era sicuro che avrebbe ottenuto la firma di Tshombe sotto un accordo di cessate-il-fuoco. E infatti, due giorni dopo, quello firmò.

Ma a Ndola, Hammarskjöld non arrivò mai. Pochi minuti dopo la mezzanotte del 18 settembre 1961, mentre era in avvicinamento all'aeroporto, il DC-6 urtò le chiome degli alberi in cima a una collina e si schiantò in fiamme. Un solo passeggero sopravvisse, per pochi giorni. Il corpo del Segretario generale fu trovato supino, poco lontano. In pugno stringeva un ciuffo d'erba.

In poche ore la notizia fece il giro del mondo. E subito, in più punti del globo, molti pensarono che non fosse stato un incidente. Dall'Indian Express al Ghanaian Times, gli editoriali dei giornali delle ex colonie accusavano la Gran Bretagna e le sue "mani insanguinate". L'indomani, l'ex presidente americano Harry Truman dichiarò "l'hanno ucciso", e sottolineò le proprie parole. Poi, però, non tornò mai più sull'argomento.

Voci, speculazioni, fantasie

Ci furono tre commissioni d'inchiesta. Nessuna giunse a conclusioni di rilievo, a parte la constatazione che l'aereo aveva urtato la cima degli alberi, dunque s'era abbassato troppo durante la manovra d'atterraggio. Quella delle Nazioni Unite concluse che non c'erano prove né di sabotaggio, né di attacco, di guasto tecnico o di errore umano; ma che non poteva nemmeno escludere con certezza ciascuna di queste cause. Nella biografia di Hammarskjöld pubblicata nel '72, il britannico Brian Urquhart, che era stato suo ammirato e fedele collaboratore, liquida sommariamente le varie teorie di complotti formulate in quegli anni: "Nessuno ha mai presentato prove serie", scrive. Solo "voci, speculazioni, fantasie".

Troppi piedi pestati

Sono passati altri cinquant'anni e, malgrado la scetticismo di Urquhart, le ricerche di storici, giornalisti, commissioni d'inchiesta non si sono fermate. Il motivo è semplice: se c'è una cosa che non manca alle ipotesi sull'assassinio del Segretario generale, è il movente. Dag Hammarskjöld era un grande idealista, un uomo ispirato da una fede profonda, e una persona dal carattere fermo e integro. Pensava che il primo compito di un Segretario generale dell'Onu fosse intervenire a favore dei deboli contro i forti, difendendo i Paesi più fragili, più inesperti, di più recente indipendenza, dall'ingerenza delle grandi potenze che dalla fine della Seconda guerra mondiale pretendevano di guidare i destini del mondo. Era un paladino dell'autonomia della sua organizzazione e si era fatto molti nemici. In più, quelli erano gli anni in cui la Guerra fredda dominava la scena internazionale. Così, i sovietici lo giudicavano una pedina degli occidentali e gli americani un amico dei comunisti. Lui non era né l'una né l'altra cosa, ma aveva pestato i piedi un po' a tutti, intervenendo in Medio Oriente, nella crisi di Suez, in Algeria.

La biblioteca dedicata al Segretario generale Hammarskjöld è di fronte all’ingresso del Palazzo di Vetro di New York, sede delle Nazioni Unite. Radharc Images / Alamy / ipa
  

In Congo, tutti questi fattori si concentravano. Subito dopo l'indipendenza, il Katanga aveva proclamato la secessione e il Paese era precipitato nel caos. Tshombe era aiutato dai francesi, sostenuto dai britannici, foraggiato dalla Cia americana e dalle compagnie minerarie belghe. Lumumba chiedeva soccorso ai russi. Le Nazioni Unite intervennero in armi ed erano invise a tutti. Le forze armate del Katanga erano inquadrate, addestrate, dirette da mercenari bianchi. E Hammarskjöld voleva liberare il campo da questa presenza, che metteva a repentaglio l'incolumità dei suoi caschi blu e internazionalizzava il conflitto.

Le sue direttive, interpretate troppo alla lettera dai suoi rappresentanti in Katanga, si erano tradotte in una vera e propria guerra nella guerra, tra mercenari e caschi blu, con questi ultimi ad avere la peggio. L'odio dei mercenari (in massima parte francesi) per il Segretario generale era manifesto e dichiarato.

L'ultima pista: l'OAS

Quanto alla ricerca di prove, la prima e più annosa questione riguarda la presenza, quella notte, di altri velivoli nel cielo sopra Ndola. Nel corso del tempo questa possibilità, all'epoca frettolosamente scartata, ha acquistato consistenza grazie a testimonianze, resoconti, controlli d'archivio. Forse l'aereo si era abbassato troppo perché sottoposto a qualche forma di minaccia. Nel suo primo rapporto parziale, del 2017, la commissione Onu presieduta dal giudice tanzaniano Mohamed Chande Othman ha affermato che un attacco aereo al DC-6 di Hammarskjöld "sarebbe stato possibile con le risorse disponibili nell'area". Da quel momento, Othman ha rinnovato l'insistente richiesta a tutti i governi coinvolti a vario titolo - francese, belga, britannico, sudafricano, americano, eccetera - e ai rispettivi servizi segreti, a rivedere il contenuto dei propri archivi e a consegnare tutti i documenti ritenuti interessanti. La loro mancata collaborazione, ha aggiunto, "è il maggiore ostacolo alla verità".

La risposta è stata molto tiepida. La sentenza di morte dell'OAS, per esempio, non era saltata fuori. Secondo il giornalista Maurin Picard, che ne ha rivelato l'esistenza, i legami tra mercenari bianchi in Katanga e OAS sono conclamati. Altri hanno seguito piste che portano invece in Sudafrica, sempre negli ambienti dell'oltranzismo razzista bianco. Presto sapremo se tutto questo può arrivare a costituire una prova, o se dovremo accontentarci per sempre di "voci, speculazioni, fantasie".