Di interviste Javier Marías ne concedeva poche e a una sola condizione: che fossero lunghe. Per meno di un'ora non si scomodava. Quando, una decina d'anni fa a Barcellona, ci incontrammo per la prima volta, cominciò lui a fare le domande. Voleva sondare se avessi davvero letto il suo romanzo (Gli innamoramenti) da cima a fondo. Con un bolo d'ansia nella trachea superai bene o male l'esame. Poi prendemmo a parlare di tutto. Dall'amore, di cui smontava la mistica ("Continuiamo a considerare l'innamorato una creatura positiva, ma conosco persone nobilissime che l'amore ha spinto alle peggiori meschinità") ai capricci degli scrittori spagnoli ("So di alcuni che si rivolgono all'agente, all'editore per farsi comprare gli ansiolitici o andarsi a provare un cappotto"), alle descrizioni in letteratura ("Il cinema, la tv, la civiltà visiva le hanno rese inutili").
Parlava da acerrimo cinéphile. Adorava Hitchcock, Billy Wilder, Ophüls, Rossellini, John Ford, ma pure i western crepuscolari di Anthony Mann. Invece non gli piacevano i film dove il protagonista è un intellettuale. E nel novero includeva anche Otto e ½ del "sopravvalutato" Fellini. Oltre che in spagnolo, poteva conversare senza inciampi in inglese, francese, italiano. A Parigi aveva fatto la bohème suonando la chitarra e chiedendo spiccioli fuori dai caffè di Saint-Germain-des-Prés. Aveva insegnato a Oxford e vissuto a Venezia. Una volta, di ritorno da Palermo, mi disse: "Avrà pure i suoi problemi, ma è una città d'una gentilezza antica. E negli hotel si può ancora fumare". Fumava assai. Durante le interviste successive - tutte nella sua casa madrilena, affacciata su Plaza de la Villa, nel vecchio cuore asburgico della capitale - lo vidi ripetere non so quante volte lo stesso gesto: inceneriti quattro o cinque "cigarros" di fila, si alzava dal divano, apriva la finestra per arieggiare un minimo, poi subito richiudeva e via con un'altra sigaretta. Quando, in tempi recenti, gli confessai di essere passato all'elettronica ci rimase un po' male, ma mi rivolse lo sguardo di chi non ti considera ancora una pecorella del tutto smarrita.
Del viveur che era stato in gioventù, al tramonto del franchismo, conservava una garbata irriverenza, più l'arguzia, molto spagnola, e l'ironia da anglofilo (che però aveva vissuto la Brexit come una coltellata alle spalle). Da anni abitava con sempre maggiore disagio nel XXI secolo dei neo-puritanesimi, dei neo-fanatismi, delle neo-cafonaggini. E ogni settimana ne metteva le stupidità sulla graticola dalle colonne della sua rubrica sul supplemento del País. Raccolti in più volumi, quei corsivi sono il diario in pubblico di un moralista senza dottrina che della contemporaneità soffriva soprattutto la velocità ("oggi il presente è una dimensione priva di durata"), la mancanza di humor, leggerezza, cortesia.
Bibliofilo, nostalgico no, misoneista nemmeno, ma diffidente verso l'idea che tutto quanto è nuovo sia buono a prescindere ("ci vendono per novità cose vecchissime"), scriveva a macchina e l'universo digitale gli era sconosciuto. Nemico di premi e onorificenze statali, polemista ormai scettico sull'incidenza di qualsiasi polemica, trasmetteva un senso di integrità. La stessa che sprigionano i suoi libri. I quali formano una lunga riflessione morale condotta con le armi della perfidia e del disincanto, le astuzie narrative della spy-story e del giallo. Come tutti quelli che prendono sul serio il lavoro della scrittura, non si prendeva troppo sul serio. Dopo i successi degli anni Novanta (Un cuore così bianco, Domani nella battaglia pensa a me) lo avevano dato a più riprese se non per finito, diciamo in crisi di brio. Ma li avrebbe smentiti. Con romanzi quali Così ha inizio il male, Berta Isla e soprattutto l'ultimo, Tomás Nevinson, che è un capolavoro. Volevo dirglielo, ma non sapevo come. Non aveva email e il suo numero di cellulare lo conoscevano solo gli intimi. Dalle edizioni Einaudi mi hanno consigliato di mandargli una lettera per posta. Mi apprestavo a farlo quando ho saputo che non l'avrebbe mai ricevuta.
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