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Poeti d'Ucraina: scrivere sotto le bombe

Un murale dipinto dall’artista francese Christian Guémy a Zhytomyr, città ucraina colpita nelle prime fasi del conflitto. christian guemy 
La prima antologia mai pubblicata in Italia raccoglie versi di autori che né il regime sovietico né quello di Putin sono riusciti a far tacere. Ecco cosa dicono
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Berlino. "Non fia loco ove sorgan barriere/ tra l'Italia e l'Italia, mai più!". Quasi due secoli fa Alessandro Manzoni sognava la nazione. Heinrich Heine, annientato dal suo destino di ebreo esule a Parigi, anche: "La Germania è ancora un bimbo/ ma il Sole è la sua balia". Gli italiani e i tedeschi sanno cosa significhi sognare l'unità dopo secoli di frammentazione e dominazione, di rifugio nella lingua comune, nella letteratura, nella poesia. E forse non c'è nulla di più identitario di un verso: nel pensiero centellinato, nell'emozione cesellata, nella cura maniacale della parola.

Che cosa si nasconde sotto il fuoco del drammatico destino dell'Ucraina, il cui sogno dell'unità ritrovata trentuno anni fa è stato spezzato prima dall'invasione russa della Crimea e del Donbass, poi dalla massiccia aggressione militare cominciata a fine febbraio? Anche sotto le bombe russe, i poeti …

Berlino. "Non fia loco ove sorgan barriere/ tra l'Italia e l'Italia, mai più!". Quasi due secoli fa Alessandro Manzoni sognava la nazione. Heinrich Heine, annientato dal suo destino di ebreo esule a Parigi, anche: "La Germania è ancora un bimbo/ ma il Sole è la sua balia". Gli italiani e i tedeschi sanno cosa significhi sognare l'unità dopo secoli di frammentazione e dominazione, di rifugio nella lingua comune, nella letteratura, nella poesia. E forse non c'è nulla di più identitario di un verso: nel pensiero centellinato, nell'emozione cesellata, nella cura maniacale della parola.

Che cosa si nasconde sotto il fuoco del drammatico destino dell'Ucraina, il cui sogno dell'unità ritrovata trentuno anni fa è stato spezzato prima dall'invasione russa della Crimea e del Donbass, poi dalla massiccia aggressione militare cominciata a fine febbraio? Anche sotto le bombe russe, i poeti ucraini resistono alla violenza militare e culturale con i loro potenti versi. Si sottraggono all'ennesima russificazione con la forza della parola, con l'eco dei propri riferimenti culturali, con l'esilio interiore. Come hanno fatto durante l'occupazione zarista e sovietica, riacchiappano il filo di una tradizione e di una lingua unificanti anche quando affondano le radici nella cultura ebraica o slava o polacca, creando ponti immaginari in un territorio, ancora una volta, spezzato.

Nella primavera del 2014, quando Donetsk fu invasa dai russi senza una dichiarazione di guerra e l'Occidente si voltò dall'altra parte, Iya Kiva sperò per un po' che i famosi "omini verdi", i miliziani di Putin, sarebbero andati via. A maggio arrivò il referendum-farsa per l'autoproclamata Repubblica filorussa del Donetsk, e la poetessa capì che Mosca faceva sul serio, "che quella guerra sarebbe durata a lungo, per anni". Perché di guerra si trattava, ovviamente. E come capita in ogni guerra in cui ti ritrovi dalla parte dei resistenti, Kiva pensò di andarsene: "Restare avrebbe significato ridurmi al silenzio, alla paura, ai compromessi con la mia coscienza" ci racconta. E poi c'era quel vicino delatore, quella disgrazia di tutte le terre occupate, il conoscente collaborazionista "che cominciò ad accennare al fatto che mi avrebbe consegnato agli occupanti russi per le mie idee ucraine".

la poetessa Iya Kiva, nata a Donetsk nel 1984.  

Iya Kiva comprò quindici biglietti del treno per lasciare la sua amatissima terra e poi li restituì; disegnò "pezzi di carta con i nomi delle città dove scappare" senza riuscire a muoversi dalla città dove era nata e cresciuta. Ma un giorno di maggio infilò un paio di vestiti estivi in valigia e riuscì a staccarsi dall'uscio di casa. Quel giorno a Donetsk "cadeva una pioggia cattiva, fredda"; Iya passò accanto a un edificio dove infuriava una battaglia, "sentivo urla, spari"; quando arrivò alla stazione, si sparava anche lì e il treno era in ritardo. "Gli altoparlanti ci dicevano di non lasciare la stazione, di appoggiarci al muro o di buttarci a terra nel caso di pericolo". Iya è salita sul treno e non è più tornata a casa. "E non so se ci potrò mai tornare". Ma da rifugiata interna, ha ricominciato a scrivere.

"Tenere in bocca un ago di silenzio/ cucire parole con i fili bianchi/ agghiacciarsi inghiottendo la saliva": inizia così una sua straziante poesia dall'esilio nella parte libera del suo Paese. Ed è una delle tante opere raccolte da Mondadori in Poeti d'Ucraina. Un'antologia importante (sarà presentata domenica 16 settembre a Pordenonelegge, ndr) che ripercorre l'ultimo secolo e mezzo di poesia attraverso i suoi protagonisti, magistralmente curata e tradotta da Alessandro Achilli e Yaryna Grusha Possamai. Il libro racconta il ruolo civile della poesia ucraina, i cartelli con le citazioni in versi portati in piazza nel 2014, con la rivolta del cosiddetto "Euromaidan", quando migliaia di ucraini manifestarono per il diritto di essere europei.

Ma il volume, accurato nei riferimenti storici, indaga anche la rinascita della poesia dopo gli anni bui dello stalinismo attraverso le opere di Vasyl' Stus, morto in un gulag, irriducibile ai dettami del regime sovietico, l'unico cui è dedicata un'intera sezione dell'antologia. E ripercorre accuratamente le tappe della resistenza in versi: la "scuola di Kiev" che dietro l'apparente astrattezza nasconde il rifiuto di ogni compromesso con l'estetica sovietica, la generazione di Chernobyl degli anni Ottanta che legge libri proibiti e trasforma le liriche in canzoni di successo: Oksana Zabužko dedicò Pryp'jat. Natura morta proprio alla città immersa nell'inferno radioattivo. E ne svelò l'anelito di libertà anche dopo la sofferta indipendenza raggiunta nel 1991 e il trauma dell'annessione della Crimea: "È possibile la poesia dopo Jasynuvata? (città passata in mano ai filorussi, ndr)" scrive Anastasia Afanasijeva citando Adorno e il famoso anatema sulla poesia tedesca dopo Auschwitz per esprimere il dolore dell'ennesima, barbarica invasione di otto anni fa.

Una foto scattata in Crimea nel marzo 2014. Gli “omini verdi” erano le forze speciali russe inviate al fronte senza divise identificabili. getty images 

L'ultima sezione è dedicata a ciò che è successo dopo il 24 febbraio, ai poeti finiti sotto l'assedio dei carri armati e dei missili russi. "Il passato non c'è, il futuro non c'è./ Ci son le conseguenze delle cause, c'è la sequenza dei significati./ la superficie, la radice quadrata del male/ che cresce, e tutto attorno a sé discrimina". Halyna Kruk ha scritto questi versi in questi ultimi mesi di bombardamenti e massacri. E quando la raggiungiamo al telefono in Ucraina, ci racconta con la sua voce gentile, quasi un sussurro, che la poesia "a volte ci aiuta a trovare le parole per i nostri traumi, ha una funzione terapeutica. Ma altre volte dona semplicemente la forza alle persone di ricordarsi che una vita senza la guerra è possibile. In tempi di guerra, la poesia nutre l'umanità".

da sinistra, Halina Kruk presentano insieme ai curatori l’antologia, che contiene anche opere di Anastasia Afanasijeva, e Oksana Zabužko. 

Kruk insegna letteratura ucraina all'Università di Leopoli e ci ricorda che "un quinto dell'Ucraina è occupato, e i civili che vivono lì sono perseguitati, torturati, deportati in Russia". Otto anni fa, quando Putin aveva annesso la Crimea e mandato i suoi miliziani a occupare il Donbass, Kruk scrisse versi strazianti: "La vittoria è una puttana - non si cura di mentire/ appartiene a tutti". E da esperta della cultura del suo Paese ci tiene a spiegare il senso della cosiddetta "de-russificazione" voluta dal governo Zelensky di cui si parla molto in Occidente.

In Ucraina, sostiene, "la tradizione e la cultura russe sono state un'arma della politica imperialista". Negli ultimi due secoli e mezzo di occupazione zarista, poi sovietica e infine russa "sono state imposte attraverso la forza, la repressione, la pressione politica e l'Holodomor", ossia la grande carestia degli anni Venti, voluta da Stalin, che ridusse alla fame e massacrò milioni di ucraini. Il risultato è che una percentuale ampia di suoi concittadini sono bilingui, ma "come risultato di una politica discriminatoria: il russo non si è imposto in Ucraina in modo naturale". Kruk ricorda che dieci anni fa i governi di Kiev hanno cominciato a proteggere maggiormente la cultura e la lingua ucraina, "ma non la definirei un'azione discriminatoria contro la Russia o persino una de-russificazione".

Al contrario, quello che sta succedendo in questi mesi e anni nei territori occupati dalle truppe di Putin, ha tutt'altro tenore. Nei territori di Donetsk e Lugansk o in Crimea è cominciata una sistematica e violenta repressione dell'ucraino e delle minoranze tatare, la censura di una forza occupante che tenta di spazzare via ogni traccia delle loro culture.

Ripensiamo a Iya Kiva, alle parole che ci ha affidato da "sfollata interna" che ha trascorso i suoi primi trent'anni di vita a Donetsk e che ora vive lontano da casa. La poetessa ricorda che "la Russia ha cercato di distruggere l'identità ucraina per molti secoli. Non sarebbe stato più facile convincere noi stessi e il mondo che gli ucraini non esistono proprio, che sono, di fatto, russi?". Iya cita l'eterna bugia di Putin e dei suoi accoliti, la bugia dell'Ucraina come estensione della Russia, il delirante sogno del Cremlino di un ritorno al perimetro zarista, alle terre di Caterina la Grande e dei suoi successori. Un imperialismo conclamato che tenta di cancellare ogni traccia delle altre culture che schiaccia sotto allo stivale della repressione. "E invece noi abbiamo la nostra lingua, la nostra letteratura, la nostra cultura che rinascono continuamente come un'araba fenice, nonostante i tentativi di distruggerla, di spazzarla via".

Iya è fiduciosa, nonostante tutto. "A giudicare da come gli ucraini - sia quelli di madrelingua ucraina, sia quelli di madrelingua russa - stanno combattendo per il loro diritto di essere ucraini, stanno lottando per la loro libertà e per il loro diritto di essere europei, direi che c'è qualcosa di noi ucraini che la Russia proprio non riesce a capire". Ma è un'ignoranza macchiata di sangue e di terrore.

Sul Venerdì del 23 settembre 2022