Cina, contro il Covid lockdown alla pechinese
dal nostro corrispondente Gianluca Modolo , dal nostro corrispondente Gianluca ModoloPECHINO. Nella Cina delle frontiere ancora semi sigillate, delle quarantene centralizzate, dei lockdown che chiudono a chiave milioni di persone nelle loro case, dei test di massa non appena si scoprono una manciata di casi in megalopoli che sono grandi quasi un terzo dell'Italia, il viaggio per tornare nel Paese del Dragone inizia già due giorni prima di decollare. Un tampone molecolare entro 48 ore dalla partenza, un altro entro 24. Quando arrivi all'aeroporto in Italia meglio star tranquilli, perché subito bisogna mettersi in fila per un altro test - rapido - gentilmente offerto dalla compagnia aerea. Dopo le undici ore di volo la musica non cambia: qualche scartoffia da compilare, un paio di codici da scansionare con WeChat (l'app tuttofare che qui in Cina serve, appunto, a fare tutto), altro test molecolare. E qui la signora che mi càpita non ha propriamente quelle che si direbbero delle mani di fata.
Dove decollavano 2.600 aerei
Atterriamo a T…
PECHINO. Nella Cina delle frontiere ancora semi sigillate, delle quarantene centralizzate, dei lockdown che chiudono a chiave milioni di persone nelle loro case, dei test di massa non appena si scoprono una manciata di casi in megalopoli che sono grandi quasi un terzo dell'Italia, il viaggio per tornare nel Paese del Dragone inizia già due giorni prima di decollare. Un tampone molecolare entro 48 ore dalla partenza, un altro entro 24. Quando arrivi all'aeroporto in Italia meglio star tranquilli, perché subito bisogna mettersi in fila per un altro test - rapido - gentilmente offerto dalla compagnia aerea. Dopo le undici ore di volo la musica non cambia: qualche scartoffia da compilare, un paio di codici da scansionare con WeChat (l'app tuttofare che qui in Cina serve, appunto, a fare tutto), altro test molecolare. E qui la signora che mi càpita non ha propriamente quelle che si direbbero delle mani di fata.
Dove decollavano 2.600 aerei
Atterriamo a Tianjin, mezz'ora di distanza da Pechino. L'aeroporto è desolatamente vuoto. Oggi da e per la Cina volano appena cento aerei rispetto ai 2.600 dell'era pre-pandemia. Fuori, in fila, aspettiamo il bus che ci porterà all'hotel in cui, a nostre spese, verremo rinchiusi per una settimana di quarantena - ma sono dieci invece i giorni previsti per chi, come me, ha come destinazione finale la capitale. Fino a qualche mese fa erano quattordici o, in certi casi, ventuno i giorni di reclusione, ma nonostante ciò la Cina continua ad essere uno dei pochissimi Paesi al mondo a richiedere a chiunque varchi le sue frontiere di sottostare a queste regole. "Magari è uno Sheraton. O un Hilton", sussurra qualcuno. Non ci spero troppo. E infatti.
Un'ora e mezza di autostrada dopo, si scende. Consueta disinfestazione dei bagagli da parte di un paio di addetti nelle loro tute bianche e azzurre che spruzzano non si sa bene cosa sulle valigie. Passaporto. Stanza 5233. "Pagherà alla fine del soggiorno". I tamponi quotidiani, invece, li dobbiamo pagare subito. Sedici yuan l'uno, poco più di due euro. Prezzi popolari. "Ma non è lo Sheraton!", esclama un compagno di viaggio. Eh no, proprio no.
L'hotel dove veniamo rinchiusi è un vecchio centro congressi che a vederlo uno pensa che l'ultima volta che hanno tenuto qui una conferenza forse c'era ancora il Grande Timoniere. Un foglio sulla scrivania ci illustra le regole del gioco. Comunicare la temperatura corporea due volte al giorno, alle 8 e alle 16. Ritirare i pasti - colazione, pranzo e cena - che ci verranno lasciati fuori dalla porta dotata di allarme spacca-timpani: uscire dalla propria stanza è, senza obbligo di doverlo specificare, vietatissimo. Spazzatura dentro i sacchetti gialli da mettere fuori entro le 16.30. Intorno a noi non regna l'allegria. Ma sono quasi certo che la moquette non aveva questo colore quando hanno inaugurato l'albergo. In camera, la finestra, una soltanto, si apre di appena qualche centimetro. In tv ci sono un quiz a premi, un film storico sui cento anni del Partito, il notiziario della Cctv, il canale di Stato.
dopo dieci giorni, un'altra settimana.
La prima sera arriva già il primo dei "caduti" alla lotteria del Covid. È un ragazzo italiano trovato positivo dopo l'atterraggio. Come da prassi non può più stare qui, ma viene portato in ospedale: "Hanno detto che devo pagare pure la carta igienica", mi dice con un messaggio. Gli faranno un tampone dopo tre giorni: se tutto è ok lo rispediranno qui in albergo. Ma come nel gioco dell'oca tutto per lui ricomincerà daccapo: il conteggio della sua quarantena ripartirà da zero.
No, la Cina non prende questa battaglia in modo leggero. Quasi tutte le province hanno casi di Covid, in tutto l'immenso Paese si viaggia poco sopra i mille al giorno. Numeri insignificanti ormai per il resto del mondo. Non qui: sessantacinque milioni di persone sono oggi in lockdown totale o parziale. Lo sanno bene a Chengdu - 21 milioni di abitanti - che ora sta vivendo lo stesso incubo che angosciò Shanghai la scorsa primavera, chiusa per più di due mesi. Nemmeno il terremoto è stato più forte delle restrizioni anti-Covid. La scossa che ha colpito il Sichuan ha fatto tremare la città. Vietato uscire dai cancelli: c'è il virus. Poi sono arrivate le scuse. Oggi in Cina per fare qualsiasi cosa - entrare in un supermercato, in un parco, in metropolitana, insomma ovunque - serve un tampone almeno ogni 72 ore.
Anche Tianjin, dove mi trovo dopo l'atterraggio dall'Italia, durante il mio soggiorno diventa zona a rischio. Ci faranno tornare a casa? Serviranno molte telefonate e l'aiuto di amici che parlano cinese. Dopo dieci lunghissimi giorni, la sera prima di partire non soltanto dobbiamo sottoporci all'ennesimo tampone, ma anche fare il test alla stanza. Ci mandano un video per farci vedere come: strofinare il bastoncino sui cuscini, sul telefonino e sulle maniglie. Prego che almeno il mio smartphone sia negativo. Ai cuscini non ero particolarmente affezionato.
Alla fine tutto risulta negativo. Si torna a Pechino, ma la vita normale è ancora lontana: una nuova quarantena è dietro l'angolo. Alle autorità non importa nulla se negli ultimi dieci giorni sei stato recluso in una stanza e sei negativo: quella stanza si trovava in un distretto "a rischio". E dunque? Il mio Jiangkanbao, l'app sanitaria che ognuno deve aver installata sul telefonino, smette di essere verde. "Provieni da una zona dove ci sono dei casi e dunque devi informare il tuo condominio e seguire le regole", recita il messaggio. Si attiva subito una mini task force: la responsabile del mio palazzo, il comitato di quartiere e un medico che due volte al giorno mi manda un messaggino per ricordarmi che alle 10 e alle 14 devo comunicare la temperatura. Alla porta di casa riappare un altro sensore spacca-timpani, così sono sicuri che non scappo. Reclusione: un'altra settimana. Posso ordinare cibo e qualsiasi altra cosa, ma sarà uno dei portieri a portare i pacchi al nono piano e a lasciarli sull'uscio. Ogni tre giorni un tampone, servizio porta-a-porta.
Nessuna via d'uscita
Nel momento in cui leggerete questa storia, milioni di persone in Cina saranno in una situazione simile alla mia. Perché qui non si intravede una via d'uscita dalla strategia zero-Covid che il governo porta avanti da due anni e mezzo. È la linea di Xi Jinping: cambiarla a poche settimane dal Congresso che lo incoronerà per un terzo mandato lo farebbe apparire debole. Lo stesso succederebbe se facesse marcia indietro. Nonostante l'economia che rallenta, le imprese straniere insofferenti, le proteste dei cittadini. Il controllo capillare ha assunto una specie di vita propria, impiegando milioni di persone. Smantellarlo sarà difficile. E creerebbe un nuovo problema: un'ondata di casi. I vaccini locali infatti, benché efficaci, sono più deboli di quelli occidentali (che qui non sono stati approvati). E i cinesi non godono dell'immunità garantita da ondate precedenti, perché rimasti in una bolla isolata dal resto del mondo. Del resto, quando tutto è iniziato l'idea di chiudere ha funzionato bene, contenendo il numero dei morti. E allora la si ripropone. È come se la Cina si fosse messa in un angolo da sola. Passare in una zona a rischio o incrociare una persona infetta è l'incubo di tutti: addio codice verde, benvenuto lockdown.
Pubblicato sul Venerdì del 23 settembre 2022