✕

Anoressia: aumentano i casi, diminuiscono i posti letto

Un pranzo assistito alla “Taverna  il bradipo” del reparto pediatria dell’ospedale Santa Maria delle Croci di Ravenna. Il nome lo hanno scelto le giovani pazienti anoressiche (Danilo Garcia Di Meo / AGF) 
Con la pandemia molti più bambini e adolescenti hanno cominciato a soffrire di disturbi alimentari. Ma proprio a causa del virus curarli è più difficile. Inchiesta
5 minuti di lettura

Bologna. "È cominciato tutto nell'estate del 2020. Mia figlia aveva 13 anni e al mare non voleva più il gelato. Poi ha cominciato a sbriciolare il cibo, dimagriva sempre di più. Io non sapevo come fare per fermarla e in ottobre l'ho portata al pronto soccorso. Adesso pesa 30 chili, ha fatto già due ricoveri col sondino. Per seguirla ho preso il congedo dal lavoro, la 104. Lei parla poco, l'aspetto depressivo è preponderante. L'altro giorno mi ha detto: mamma, ho paura di stare bene". Luisa (nome di fantasia, ndr) è la mamma di una ragazzina che soffre di anoressia nervosa e fa parte dell'associazione "Sulle Ali delle Menti". Come Michele, un papà: "Prima del ricovero di mia figlia", ci dice, "eravamo disperati: pesava 30 chili, aveva il battito a trenta". Un'altra mamma racconta: "Eravamo chiusi in casa col Covid e mia figlia ha iniziato a contare i maccheroni, a sminu…

Bologna. "È cominciato tutto nell'estate del 2020. Mia figlia aveva 13 anni e al mare non voleva più il gelato. Poi ha cominciato a sbriciolare il cibo, dimagriva sempre di più. Io non sapevo come fare per fermarla e in ottobre l'ho portata al pronto soccorso. Adesso pesa 30 chili, ha fatto già due ricoveri col sondino. Per seguirla ho preso il congedo dal lavoro, la 104. Lei parla poco, l'aspetto depressivo è preponderante. L'altro giorno mi ha detto: mamma, ho paura di stare bene". Luisa (nome di fantasia, ndr) è la mamma di una ragazzina che soffre di anoressia nervosa e fa parte dell'associazione "Sulle Ali delle Menti". Come Michele, un papà: "Prima del ricovero di mia figlia", ci dice, "eravamo disperati: pesava 30 chili, aveva il battito a trenta". Un'altra mamma racconta: "Eravamo chiusi in casa col Covid e mia figlia ha iniziato a contare i maccheroni, a sminuzzare il cibo, a fare sport in maniera compulsiva. Ma avevamo tutti perso l'olfatto e il gusto, nessuno di noi aveva molta fame. Poi ha perso 18 chili in due mesi. Quando ci hanno dato il primo appuntamento per una visita neuropsichiatrica a fine novembre, da agosto, mio marito si è incollato al telefono, urlava: ma a novembre secondo voi come ve la porto? In una bara?".

È un'emergenza. Dopo la pandemia i casi di anoressia e bulimia in Italia sono aumentati del 56 per cento e un terzo delle nuove pazienti ha meno di 14 anni. Nei reparti si vedono bambine di dieci, undici anni, e anche qualche ragazzino. Al tempo stesso però, proprio a causa del Covid, i posti letto sono diminuiti. Curare i disturbi alimentari è poco remunerativo, dicono i tecnici: un posto letto per una bimba anoressica è pagato dallo Stato come quello di una con la polmonite, solo che necessita di un ventaglio di professionisti in più: neuropsichiatri, psicologi, nutrizionisti. Sono pazienti difficili, che richiedono un'assistenza continua. Il risultato? Tra la fine del 2019 e il 2022 i centri specializzati censiti dall'Iss sono scesi da 164 a 115. L'ultimo caso è quello del San Raffaele, a Milano, dove i posti letto sono stati ridotti da 20 a 5. "Mia figlia è mancata undici anni fa, era in lista di attesa per un ricovero salvavita", dice Stefano Tavilla, del Movimento Lilla, "ma con la pandemia la situazione si è aggravata. Anche il centro diurno di Soccavo, a Napoli, è a rischio. E quello di Pesaro ha chiuso".

Nel 2022 si stima che in Italia siano 3,6 milioni le persone in carico al sistema sanitario per disturbi alimentari. Nel 2019 erano 2,3 milioni: un balzo, appunto, del 56 per cento. Nel 2021 le chiamate al numero verde 800180969 sono raddoppiate rispetto all'anno prima. E le morti correlate a disturbi alimentari, da 3.158 che erano nel 2019, sono schizzate a 4.389 nel 2020. Per anoressia e bulimia si spengono dodici vite al giorno, con un età media di 35 anni. "E questo significa che un'alta percentuale ha meno di 25 anni", avvisa Laura Dalla Ragione, responsabile scientifica del progetto Ccm sui Dca del ministero della Salute: "I disturbi del comportamento alimentare sono la seconda causa di morte in Italia, tra i 12 e i 17 anni, dopo gli incidenti stradali".

Corpi senza sensazioni

Alla Residenza Gruber di Bologna, un'eccellenza nazionale, la lista di attesa è di 4-5 mesi. Ci sono 20 posti letto residenziali, più 8 al centro diurno. "I casi dopo la pandemia sono aumentati del 30 per cento", spiega il direttore sanitario Michele Rugo: "Se tu, per due anni, chiudi persone bulimiche, anoressiche e obese in casa con cibo, vale a dire con il loro oggetto fobico, amato e odiato, anche chi era sotto soglia finisce per precipitare". Il centro si basa sulla vita di comunità. "Vengono fatti cinque pasti assistiti al giorno. Le pazienti sono affiancate da dietisti, educatori, psicoterapeuti, chinesiologi, medici, psichiatri, infermieri. Partecipano a tre gruppi psicoterapici a settimana. Gli educatori organizzano le uscite ai musei, al cinema. È prevista la frequenza scolastica, se le condizioni lo permettono. In caso contrario fanno lezione dentro la residenza".

L'evoluzione della malattia? "C'è un tratto di luna di miele col sintomo, in cui le ragazze perdono peso e riescono a fare tutto lo stesso. Nel prosieguo, però, l'apporto nutritivo diventa insufficiente, allora assistiamo a un crollo verticale. Sono corpi che non hanno più sensazioni, che non godono più, sfiancati dall'iperattività". A Ferrara un papà ha lanciato un appello per la figlia undicenne, ricoverata in pediatria. "Rifiuta anche l'acqua"  ha dichiarato al Resto del Carlino. "Servono cure specifiche, ma non si trovano posti". Oggi, la bambina è al Sant'Orsola di Bologna, dove Antonia Parmeggiani, responsabile del programma disturbi alimentari in età evolutiva della neuropsichiatria pediatrica, tra il 2019 e il 2021 ha registrato un aumento dei casi di circa il 30 per cento. "In questo periodoabbiamo anche un'altra bambina di dieci anni, e vediamo sempre più maschi. I posti letto sono solo sei, capita di doverli ricoverare in pediatria d'urgenza". Di recente Sant'Orsola e Ausl hanno avviato uno studio, proprio sull'aumento dei disturbi alimentari post Covid.

Alla pediatria di Ravenna, fuori dalla stanza dei pasti assistiti c'è un cartello con scritto "Taverna Il Bradipo". "È un nome che hanno inventato le ragazze, perché il bradipo è lento, come lo sono loro a mangiare", spiega il primario, Federico Marchetti: "Negli ultimi due anni abbiamo avuto una media di 2-3 ricoveri a settimana. Alcune hanno fatto l'esame di terza media qui in ospedale. Non è più il fenotipo della ragazza che vive il proprio corpo come una modella, è un disagio più complessivo, associato a quadri di depressione. È come vederle spegnersi". Nei vassoi le forchette litigano coi maccheroni in bianco, alcune ragazze hanno ancora il sondino, altre mangiano seguite dalla nutrizionista, dalla psicologa e dagli infermieri. Sul cartellone giallo si leggono le regole dei pasti. "Il cibo non si nasconde. Non si asciuga l'olio col tovagliolo. Non si parla della malattia. Non si sbriciola il cibo o si sputa. Non si guarda il vassoio delle altre". Un altro cartello recita: "Fai entrare la luce nelle tue ferite".

Brunella Monti, ora in pensione, una volta a settimana va lì a fare laboratori nel momento più duro, dopo pranzo. "Mia figlia ha cominciato a 14 anni", racconta, "era anche autolesionista: se mangiava si tagliava". Per Andrea Santi, responsabile del percorso disturbi alimentari per minori per la pianura Est di Bologna, il cutting è sempre più diffuso, in associazione a queste malattie: "Gli adolescenti sono in conflitto col proprio corpo". Marinella Di Stani, psichiatra e coordinatrice della rete dei disturbi alimentari dell'Emilia-Romagna, da anni si batte per una rete in grado di ridurre i ricoveri, attraverso il lavoro d'équipe di psicologi, medici, psichiatri e dietisti. "C'è il Day Service", dice, "un ambulatorio intensivo in cui si erogano interventi psicologici e di nutrizione clinica, come flebo e pasti assistiti. Solo se scattano certi parametri c'è il ricovero per urgenza metabolica, ma purtroppo non sempre è garantito. E c'è il terzo livello, riabilitativo: per i minori in Emilia-Romagna è il Sant'Orsola, ma è sottodimensionato. Le strutture sono a macchia di leopardo, al Sud non c'è quasi niente. Il ministero ha stanziato 25 milioni, ma la verità è che servirebbe un fondo permanente. E bisognerebbe estendere l'esenzione, che non copre la visita dietologica, l'elettrocardiogramma, alcuni esami. È un altro dei motivi per cui le famiglie chiedono il ricovero".

Per Chiara, 34 anni, i ricoveri in realtà sono stati un'arma a doppio taglio: "È come se questa patologia fosse in parte contagiosa",  racconta, "io non ho mai sbriciolato, ma vedevo le altre farlo e le imitavo. Mi ha salvata uno psichiatra dell'Ausl". Tatiana invece è appena stata dimessa dall'ospedale Maria Luigia, a Parma: 24 posti, metà dei quali residenziali. "Con lo smart working ero arrivata a abbuffarmi e vomitare sei volte al giorno. Poi ho chiamato il numero verde". Un'ex paziente del San Raffaele ha scritto alla direzione dopo i tagli: "Questo disturbo non si cura tenendo una persona immobile in ospedale e riempiendola di cibo. C'è bisogno di tempo, per familiarizzare con l'idea che anche tu hai diritto a goderti questo mondo spaventoso".

Sul Venerdì del 30 settembre 2022