Orhan Pamuk: l'amore e la politica al tempo della peste
di Simonetta Fiori , di Simonetta FioriSolo uno scrittore come Orhan Pamuk poteva firmare il grande romanzo politico della peste contemporanea. Siamo a Mingher, un'isola immaginaria lungo la rotta tra Istanbul e Alessandria d'Egitto. Ci muoviamo tra sultani, pascià, burocrati e principesse, al tramonto dell'Impero ottomano scosso dall'epidemia nera. Ma è come se quelle vicende dei primi anni del secolo scorso parlassero di noi, dei regimi autoritari e delle nostre democrazie fragili. Forse perché il "centro segreto" di Le notti della peste, uscito ora da Einaudi, è proprio nel cortocircuito tra il verosimile e il vero, tra finzione letteraria e verità storica, tra l'invenzione narrativa proiettata in un'epoca lunarmente lontana e la sollecitazione costante a leggervi un richiamo all'attualità, segnata da pandemia, quarantene e scosse telluriche nella geografia politica.
Solo uno scrittore come Orhan Pamuk poteva firmare il grande romanzo politico della peste contemporanea. Siamo a Mingher, un'isola immaginaria lungo la rotta tra Istanbul e Alessandria d'Egitto. Ci muoviamo tra sultani, pascià, burocrati e principesse, al tramonto dell'Impero ottomano scosso dall'epidemia nera. Ma è come se quelle vicende dei primi anni del secolo scorso parlassero di noi, dei regimi autoritari e delle nostre democrazie fragili. Forse perché il "centro segreto" di Le notti della peste, uscito ora da Einaudi, è proprio nel cortocircuito tra il verosimile e il vero, tra finzione letteraria e verità storica, tra l'invenzione narrativa proiettata in un'epoca lunarmente lontana e la sollecitazione costante a leggervi un richiamo all'attualità, segnata da pandemia, quarantene e scosse telluriche nella geografia politica.
"L'arte del romanzo", fa dire Pamuk a un personaggio, "si basa sulla capacità di raccontare le nostre storie come se appartenessero ad altri, e di raccontare le storie degli altri come se fossero nostre". Rimozioni e negazioni, caccia all'untore, restrizioni e isolamento, moti di rivolta, inasprimenti autoritari, nascenti burocrazie, radicalismi religiosi e nazionalistici: de te fabula narratur. E poi c'è la paura, il morbo dell'anima che si insinua nelle relazioni più intime, in famiglia, perfino in camera da letto. "La paura è comparsa nei miei personaggi solo in una seconda stesura" rivela Pamuk in collegamento via Zoom dal suo studio di Istanbul. "Io non sapevo che cosa fosse quel sentimento. E ho potuto trasferirlo nel romanzo solo dopo che è arrivato il coronavirus".
Modi affabili e sguardo sorridente, lo scrittore premio Nobel ci fa entrare nella sua officina letteraria e dentro la complessa costruzione di un romanzo che ha richiesto varie riscritture. A un libro sulla peste pensava già da svariati decenni, e questo spiega anche la profondità delle sue pagine (oltre settecento) che non può essere il frutto sbrigativo della recente epidemia. Tra tante sciagure il coronavirus gli ha anche regalato un'esperienza che né Defoe né Manzoni né Camus - i tre grandi romanzieri della peste - avevano vissuto in prima persona. "Durante il lockdown non solo ho imparato cos'è la paura, ma ho imparato anche a scriverla, a darle una forma narrativa".
Come le è venuta l'idea di scrivere un romanzo sulla peste prima che si materializzasse nelle nostre vite?
"Ho cominciato a pensarci quarantacinque anni fa. L'idea era di scrivere un racconto storico sulla peste ambientato alla fine dell'Impero ottomano. Il tema centrale sarebbe stato il timore della morte a cui la coscienza occidentale associa la scoperta dell'esistenza stessa dell'individuo".
Una riflessione dal sapore più filosofico quindi.
"Ma poi ho voluto affiancarle un altro tema, ispirato dall'opera di Edward Said, Orientalismo, che è una vigorosa analisi del modo distorto con cui l'Occidente guarda e rappresenta i mediorientali. In particolare mi ossessionava l'accusa di fatalismo che pervaderebbe i turchi musulmani di fronte a un'epidemia: secondo il cliché orientalista, se ne starebbero a guardare senza far nulla perché tanto Dio ha scritto sulla fronte di ciascuno la sua data di morte. Capisce quali pensieri mi giravano per la testa...".
Di questo pregiudizio c'è ampia traccia nel romanzo. Ma come è riuscito a sbrogliare la matassa?
"Per capire se quel cliché avesse un fondamento mi sono buttato nella lettura di tutto quello che era stato scritto sulle epidemie scoppiate nell'Ottocento - allora soprattutto di colera - ma anche in epoche precedenti. E ho scoperto che certi meccanismi si ripetono immutati nel tempo. Quando esplode il contagio, qualsiasi governo diventa più autoritario. Per far rispettare la quarantena, gli Stati adottano misure repressive, a cui spesso hanno fatto seguito moti di ribellione. Una costante della storia sono anche i regolamenti di conti: molti regimi approfittano della catastrofe per tacitare i nemici".
Così, quando è scoppiato il Covid, sapeva già cosa sarebbe potuto accadere in Turchia.
"In realtà mi sono messo a scrivere ancora prima del coronavirus, cinque anni e mezzo fa. Ho avvertito che era il momento giusto. Avevo visto il governo di Erdogan spostarsi sempre di più su un terreno repressivo: il virus e le misure restrittive per contrastarlo sarebbero state una potente allegoria del crescente autoritarismo del regime turco. La peste allora era solo una metafora".
Poi ha smesso di essere metafora ed è arrivata nella sua vita.
"A quel punto è esploso il caos. Gli amici che fino a quel momento mi avevano dissuaso - 'ma che noia un romanzo sull'epidemia e la quarantena, chi vuoi che se lo legga?' - hanno cominciato a chiamarmi: secondo loro ero l'uomo più fortunato della Terra. Per non dire delle pressioni dei miei editori: allora carissimo Orhan, hai finito? Quando ce lo consegni?".
E lei come si sentiva?
"Sentimenti molto contrastanti. Da un lato non potevo considerarmi fortunato: tra le prime vittime del coronavirus a Istanbul è stata mia zia che abitava a pochi isolati da me, una figura importante per la mia formazione artistica. Da un altro lato ero in preda a un'eccitata felicità: stavo scrivendo un romanzo storico sulla peste nel 1901 e al tempo stesso scrivevo dell'oggi. Una condizione creativa tipicamente postmoderna: come sa, io ci vado a nozze!".
Ma aver vissuto in prima persona la tragedia dell'epidemia le ha cambiato lo sguardo nella stesura del romanzo?
"Sì, radicalmente. Avevo già scritto molte pagine, ma affidandomi alla lettura di altri libri. Così mi sono accorto che nella prima versione del racconto mancava la paura, la mia paura: avevo 68 anni, temevo per la mia vita e per la vita degli altri. Ma i miei personaggi non avevano il terrore della peste quanto ne avevo io del coronavirus. Ho dovuto rimetterci le mani".
Lei proietta la paura anche nell'intimità delle relazioni sentimentali, come nella storia d'amore tra il maggiore Kâmil e Zeynep. Ma il fatto di aver vissuto direttamente la pandemia in che modo la differenzia dai grandi narratori della peste che però non l'avevano vissuta?
"Quando è cominciata la mia avventura, ho pensato che sarei stato il quarto romanziere a scrivere di peste senza averla vissuta. Poi il Covid ha scombinato i piani. Le dico subito che il mio preferito è Daniel Defoe, il quale riesce a restituire mirabilmente il caos, lo sperdimento e il tumulto sentimentale degli uomini senza aver avuto bisogno di vivere direttamente il contagio, ma affidandosi ai vecchi taccuini dello zio. Quanto a Manzoni, le sue pagine sulla peste sono molto realistiche, all'interno di un capolavoro che è un più ampio affresco dell'Italia. Per Albert Camus la peste è una grande allegoria politica dell'occupazione nazista della Francia: dei tre è quello meno fedele alla realtà".
Nel quartetto lei come si colloca?
"Mi sento diverso da tutti, ma la mia ambizione di scrittore è stata di rendere tributo alla capacità di esplorazione umana di Defoe e allo scrupolo cronachistico di Manzoni. Sento più lontano il simbolismo di Camus, dal momento che in Le notti della peste io ho cercato di pennellare un affresco realistico della caduta dell'Impero ottomano".
A me pare che nessuno dei narratori della peste abbia mai adottato il suo punto di vista. Lei racconta l'epidemia sul piano politico e statuale, ossia racconta la formazione di una grande burocrazia cresciuta intorno al virus: medici, farmacisti, soldati, ministri, autorità religiose, pascià...
"Questa sarà la nuova classe dirigente di Mingher, dove scoppia una rivolta nazionalista e nasce un nuovo Stato...".
Perché ha scelto questo punto di vista?
"Quando mi sono reso conto che stavo scrivendo un romanzo su peste e politica, mi è venuta voglia di concentrarmi sui meccanismi di costruzione di una nuova nazione, il nation building: non importa se stiamo parlando della Turchia, dell'Albania, del Montenegro o di Mingher. E insieme al sorgere di una nuova nazione mi interessava raccontare il complesso di mitografie e di leggende che legittimano i nuovi sovrani: Eric Hobsbawm vi dedicò il celebre libro L'invenzione della tradizione. Si tratta di una nuova religione laica che senza la benedizione di Dio deve motivare una comunità".
Per fare questo ha scelto la forma letteraria di un saggio storico narrato, un romanzo-storia sospeso tra realtà e fiction.
"Ho cercato un equilibrio tra un approccio saggistico e un approccio squisitamente letterario. In fondo ho seguito la lezione magistrale di Tolstoj, il più grande scrittore di romanzi storici. Guerra e pace è un romanzo - e che romanzo! - che si chiude con un saggio di filosofia della storia".
Le notti della peste può essere letto anche come un atto d'amore per la letteratura che alla fine trionfa sul mero resoconto storico. Lei lo fa dire espressamente alla sua voce narrante: "Quel breve ma drammatico periodo non può essere compreso solo con il metodo storico ma richiedeva l'arte del romanzo". Che cosa rivela lo scrittore che lo storico non sa dire?
"Il fattore umano, come l'ha definito Graham Greene. Per me è l'elemento più importante. La qualità delle persone, i loro moti più segreti. Ma dove riesci a coglierli di più? Non nei grandi imperi, ma nei luoghi appartati. In cittadine di confine come Kars, dove ho ambientato il romanzo Neve, o in isole marginali come Mingher. Ora non voglio lasciarmi andare a generalizzazioni troppo ardite, ma io preferisco lavorare su queste piccole realtà perché credo che riescano a restituire con maggiore nitore la condizione umana. Ed è qui che puoi trovare l'equilibrio che dicevo tra storia e finzione letteraria".
La voce narrante appartiene a una studiosa di storia, Mina di Mingher, che scopriremo poi essere pronipote della principessa Pakize, la protagonista femminile del racconto: è grazie alle lettere della principessa che viene ricostruita la storia della nuova nazione. Perché ha scelto di identificarsi in una donna?
"Man mano che invecchio, qui nella mia Turchia, ho sempre più voglia di raccontare le storie da un punto di vista femminile. Magari perché sono un normalissimo vecchio mediorientale pieno di pregiudizi verso le donne, e quindi carico di sensi di colpa. E allora cerco di offrire ai miei lettori un Orhan Pamuk politically correct".
Ci sono diverse analogie tra lei e Mina: entrambi siete caduti in disgrazia nei rispettivi regimi per aver difeso gli amici intellettuali sbattuti in galera. E per aver parlato del genocidio degli armeni. Lei si ritaglia pure un piccolo cameo alla Hitchcock: tra gli amici di Mina cita Orhan Pamuk, "romanziere appassionato di storia".
"Mi sento vicino a Mina di Mingher, certo, ma anche alla bisnonna, la principessa Pakize, per molti anni prigioniera nel palazzo dello zio, il sultano Abdul Hamid: sono entrambe vittime ma anche membri a pieno titolo dell'élite prima ottomana poi mingheriana. Attraverso queste due donne volevo raccontare la condizione femminile oggi, nella parte di mondo in cui vivo io. Donne invisibili. Non le vedi per strada. E non le vedi nella politica attiva. La principale differenza tra me e la principessa Pakize è che, sebbene nel mio Paese ci siano stati ripetuti tentativi di tacitare la mia voce, il premo Nobel mi ha consentito di parlare direttamente con i miei lettori e le mie lettrici. E se le lettere di Pakize possono essere lette solo dalla sorella, io vengo letto in tutto il mondo".
Nel corso del romanzo si è tentati di identificare nell'autoritario Abdul Hamid, sultano panislamista dell'impero ottomano, la figura di Erdogan.
"L'analogia regge solo in parte. Il sultano era molto più occidentalizzato: amava l'opera, parlava il francese, leggeva con passione i gialli. Escludo che Erdogan legga Sherlock Holmes! Abul Hamid ha inventato l'Islam politico e l'ha utilizzato strumentalmente per ricattare l'Europa. Erdogan, più di lui, crede sinceramente nella sacralità dell'Islam".
Ma lei pensa che l'eredità laica e filoccidentale di Atartürk sia un patrimonio acquisito per sempre? O rischia di essere travolto da quello che è stato definito "l'uragano Erdogan"?
"Credo che il lascito di Atatürk abbia subìto danni pesanti. Il simbolo più eclatante del suo tradimento è rappresentato da Santa Sofia, grandioso monumento bizantino di Istanbul, convertito grazie ad Atatürk da moschea ottomana in museo - tributo all'Occidente - e ora su decisione di Erdogan ridiventato luogo di culto dei musulmani. Per aver criticato la decisione del governo ho subìto attacchi molto pesanti. Ma per altri aspetti mi sento di dire che la laicità di Atatürk è una tradizione profondamente radicata in Turchia. Quando è esploso il Covid, la moschea accanto a casa mia a Istanbul ha affisso il cartello 'Chiuso a causa del coronavirus', mentre quello stesso giorno a New York Donald Trump impugnava la Bibbia annunciando al mondo: ad aprile sarà tutto finito. Fatalista lui più dell'islamista Erdogan! Ma, certo, l'eredità di Atatürk non resta indenne al passaggio dell'uragano".
Per Le notti della peste lei è stato denunciato nel suo Paese proprio per vilipendio di Atatürk. Quasi una beffa.
"È una vicenda molto complicata, paradossale. Sono stato convocato a Istanbul nell'ufficio del pubblico ministero che si occupa di editoria. 'Signor Pamuk, nel suo romanzo s'è voluto far beffa del padre della patria, Mustafa Kemal Atatürk'. 'No, Vostro Onore, respingo ogni accusa'. 'Ma abbiamo ricevuto molte lettere di lamentela, tutte dello stesso tenore: lei ha offeso la memoria del nostro eroe nazionale'. 'No, Signor Procuratore, non è mai stata mia intenzione offendere Kemal Atatürk. Mi dice in quale pagina del romanzo avrei fatto questo?'. A quel punto il Signor Procuratore non sapeva più cosa fare".
E come è finita?
"La causa è stata deferita a un tribunale più alto nell'ordinamento giudiziario turco. Ma secondo il mio avvocato la pratica s'è arenata nei meandri del ministero della Giustizia, il quale non sa più che pesci prendere".
Una vicenda surreale.
"Una storia che sarebbe piaciuta a Kafka. Deve essere arrivato un ordine dall'alto, chissà da chi: come possiamo fare per colpire Pamuk? Dai, tiriamo fuori l'accusa di ingiuria verso Atatürk. Credo che anche stavolta mi abbia salvato la mia fama di premio Nobel".
Sul Venerdì del 30 settembre 2022